COSTUMI
CULTURA • ANTROPOLOGIA DEL VICOLO • ECONOMIA • ISTITUZIONI
AVEVAMO COSE. CHE COSA LASCIAMO AGLI UMANI BIPEDI?
Da Posillipo a Montecarlo, da Bagnoli a Taranto: ottant’anni di trasformazioni, grandi eventi, lavoro e futuro.
Napoli, 3 novembre 2026
La fotografia che interroga il presente
Una fotografia storica può raccontare molto più di ciò che mostra. Negli anni Cinquanta le monoposto correvano sulle strade di Posillipo: Napoli ospitava un Gran Premio automobilistico internazionale, con grandi piloti e macchine anche di Formula 1, sebbene la competizione non assegnasse punti per il Campionato mondiale. L’ultima edizione si disputò nel 1962. Nel Principato di Monaco, invece, il Gran Premio cittadino ha attraversato i decenni ed è ancora in calendario.
Perché una tradizione è sopravvissuta e l’altra si è interrotta? Non basta dire che altrove siano stati più scaltri o qui più ignavi. Bisogna interrogare gli atti: sicurezza, norme, infrastrutture, risorse, organizzazione e decisioni. Il circuito di Posillipo fu modificato in seguito alle restrizioni sulla sicurezza delle gare stradali; occorre ricostruire che cosa rese impossibile o non conveniente proseguire, e se furono studiate alternative. La vita umana non può essere sacrificata allo spettacolo. La memoria, tuttavia, domanda quali capacità di trasformazione siano state coltivate.
Non è un esercizio di nostalgia: negli anni del dopoguerra c’erano anche povertà, fatiche e disuguaglianze. Il problema è capire quanto valore costruito sia stato conservato e trasmesso alle generazioni successive.
Bagnoli e Taranto: il lavoro, l’acciaio, la salute
Dalla grande stagione industriale di Bagnoli alla sua dismissione; e oggi la questione siderurgica di Taranto. Vi sembra poco? Non sono vicende identiche, ma mettono entrambe al centro i lavoratori, le famiglie, la salute e il rapporto tra industria e territorio. Bagnoli conosce decenni di bonifiche e riconversione; Taranto continua a misurarsi con il nodo della continuità produttiva, della tutela ambientale e dell’occupazione.
Non si può scegliere con leggerezza fra il pane e il respiro. Non basta chiudere un impianto per creare un’economia alternativa; non basta difendere un impianto per garantire condizioni di vita accettabili. La domanda da rivolgere alle istituzioni, ieri e oggi, è se abbiano programmato e realizzato trasformazioni capaci di tenere insieme lavoro dignitoso, salute pubblica, risanamento e competenze.
Dal belvedere di Posillipo Bagnoli non è soltanto un panorama. È una prova concreta della differenza fra un annuncio, un cantiere e un territorio restituito alla collettività.
Gli eventi passano: il Giro, l’America’s Cup e la contabilità di ciò che resta
Il Giro d’Italia ha raggiunto nuovamente Napoli il 14 maggio 2026, dopo la partenza da Paestum. Un evento sportivo produce visibilità, mobilita servizi e può alimentare spese turistiche. Ma quale incidenza ha avuto nelle economie dei comuni attraversati? Quali imprese hanno lavorato, con quali contratti, per quanto tempo? Quali entrate sono documentate e quali soltanto stimate? Una valutazione nazionale del Giro non può essere scambiata per il bilancio dei benefici permanenti di una singola città.
Ora Napoli guarda all’America’s Cup 2027 e ai progetti che coinvolgono Bagnoli. Ben vengano la vela, le competenze, le occasioni di incontro e le infrastrutture utili. Ma dopo la festa? Quante opportunità di occupazione stabile? Quali spazi pubblici, quali bonifiche concluse, quali servizi funzionanti? Quanta parte della spesa si tradurrà in patrimonio accessibile e produttivo? Non si può predire oggi che la Coppa farà la fine del circuito di Posillipo: si deve verificare, prima e dopo, che cosa rimane.
La folla non coincide con lo sviluppo, le inaugurazioni non sono rendiconti, le fotografie non sostituiscono i risultati. Un grande evento vale anche per ciò che consegna a chi continuerà a vivere nel territorio quando le telecamere saranno altrove.
I giovani: partire, restare, rinunciare
Il Mezzogiorno continua a perdere energie qualificate. Secondo elaborazioni ISTAT, fra il 2019 e il 2025 il saldo migratorio dei giovani laureati italiani tra 25 e 34 anni è stato negativo per circa 150.000 persone: una parte si è diretta verso altre aree del Paese, un’altra all’estero. Questo dato non dimostra che le partenze aumentino ogni singolo anno, ma misura una perdita complessiva di capitale umano.
La quota nazionale dei giovani fra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano è diminuita nel 2025; non per questo le difficoltà sono scomparse, specialmente nel Sud. I giovani inattivi non sono tutti uguali: chi cerca senza successo, chi è scoraggiato, chi ha responsabilità di cura e chi affronta altri ostacoli vive condizioni differenti. Anche avere un impiego non basta sempre a vivere autonomamente: salari, ore lavorate, costo dell’abitazione e precarietà fanno la differenza.
Se un territorio forma persone e non offre loro condizioni per scegliere liberamente di restare, che cosa sta trasmettendo al futuro? Il valore di un’università non si misura soltanto dai titoli rilasciati, ma anche dalle possibilità che la società apre a chi li consegue.
Scuola, manovra finanziaria e linguaggio del potere
La discussione sulla manovra economica e sugli organici scolastici merita una lettura degli atti, non una gara di dichiarazioni. Se sono previste riduzioni di posti o rimodulazioni dell’organizzazione, occorre sapere in quali anni, in quali territori, con quali motivazioni e con quali effetti sugli alunni e sul personale. Una cifra annunciata o riportata dalla stampa va sempre confrontata con il testo approvato, le relazioni tecniche e le disposizioni attuative.
Non serve osannare la maggioranza del momento, né attribuirle automaticamente ogni male. Altrettanto sterile è il gioco delle accuse speculari: “Governo ladro!” pronunciato a turno da chi occupa opposte posizioni. I cittadini eleggono rappresentanti, ma chi esercita il potere assume responsabilità pubbliche che non possono essere scaricate sugli elettori. Sono necessari programmi, atti, numeri, controlli e risposte.
L’antropologia del vicolo: non i portavoce, ma i bipedi
Nel vicolo vive un’umanità che le conferenze stampa raramente raccontano per intero. C’è l’anziano che presiede un’associazione e quello che non ha titoli, ma possiede una conoscenza profonda delle persone. C’è l’ex operaio che gioca a carte: non è meno degno di chi legge un saggio. C’è chi deve andare dal medico, comprendere una prescrizione, affrontare una giornata con un dolore, cercare qualcuno che spieghi con chiarezza le indicazioni di una medicina senza sostituirsi ai professionisti sanitari.
La vecchiaia porta ciascuno, colto o meno colto, a confrontarsi con fragilità, dipendenze e con LEI, sorella morte. Nella vita quotidiana, però, restano relazioni, capacità di cura, allegria, solidarietà e conoscenza. L’antropologia del vicolo non pretende di parlare al posto di queste persone. Le osserva, le ascolta e prova a leggere il rapporto tra decisioni lontane e conseguenze vicine.
La cultura non è il distintivo di una categoria superiore. Serve quando aiuta a comprendere un documento, difendere un diritto, distinguere una promessa da una prova. Il giornalista non deve diventare la notizia: la sua funzione è fare domande verificabili, anche quando disturbano il racconto rassicurante di una parte o dell’altra.
Avevamo cose. Che cosa rimane al popolo?
Posillipo e Montecarlo, la fabbrica di Bagnoli e quella di Taranto, il Giro e l’America’s Cup, la manovra, la scuola, i giovani e gli anziani non sono un’unica vicenda. Sono però finestre aperte sulla medesima domanda: quanto siamo capaci di trasformare eventi, risorse e conoscenze in miglioramenti durevoli della condizione umana?
Dire che oggi non abbiamo nulla sarebbe ingiusto verso chi studia, lavora, ricerca, crea impresa, insegna e si prende cura degli altri. Ma sarebbe altrettanto ingiusto scambiare il patrimonio esistente per una garanzia automatica di futuro. Lo sviluppo deve essere misurato nella possibilità concreta di abitare, lavorare, respirare, imparare, invecchiare e vivere con dignità.
Dopo le gare e le cerimonie, dopo i programmi e i proclami, che cosa resta ai territori e ai loro figli? Questa è la domanda di COSTUMI. Non una sentenza anticipata: un’inchiesta da completare con atti, bilanci e testimonianze. Non un articolo contro qualcuno: una pagina per noi umani bipedi.
AVEVAMO COSE. CHE COSA LASCIAMO? O CI APPENDIAMO AL TRAM?
Sempre che il tram arrivi, che la fermata esista e che possa salirvi anche chi ha difficoltà a camminare.
NESSUNO.
Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore • Giornalista
Direttore «Lontani la Traversata»
Il Direttore scrive anche su «L’Osservatorio Flegreo», diretto dal Prof. Avv. Claudio Ciotola.


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