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AI TERRESTRI DEL 3000

La fotografia, il culto della memoria e il dovere di non consegnare all’oblio chi ci ha preceduto

Mario Scognamiglio e Ciro Scognamiglio — due volti, una consegna alle generazioni future

Volete scoprire il cuore attraverso l’occhio dell’osservazione?

Il primo e il due novembre 2026, tra la solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei Defunti, affido a due fotografie una domanda rivolta non soltanto ai miei figli e ai miei nipoti, ma a chiunque verrà dopo di noi: che cosa resta di una comunità quando smette di riconoscere i volti, i nomi e le fatiche di coloro che l’hanno resa possibile?

Mio padre Mario è morto nel 2011. Oggi il suo ritratto è accanto al mio: non per fingere che la distanza tra la vita e la morte sia cancellata, ma per dire che la relazione non si esaurisce con l’assenza. La fotografia non restituisce una voce, un abbraccio o un giorno perduto. Custodisce però una presenza riconoscibile e ci chiede di farne memoria.

UNA LETTURA ANTROPOLOGICA DEI DUE RITRATTI

In ogni cultura i luoghi della memoria, i ritratti, i nomi e i gesti rituali aiutano i vivi a dare forma alla perdita e a riconoscere la continuità tra le generazioni. Una cappella di famiglia, un cimitero, una fotografia posata su una pietra non sono soltanto cose o proprietà: possono essere segni di appartenenza, responsabilità e gratitudine. Il loro valore non nasce dal marmo o dalla cornice, ma dalle storie umane che ci invitano a non disperdere.

Nel dittico in bianco e nero c’è anzitutto un padre e c’è un figlio. Il vestire simile non cancella le differenze: le attraversa. Lo sguardo di Mario porta il proprio tempo; quello di Ciro si rivolge al medesimo futuro. La scelta del bianco e nero sottrae le immagini al rumore del presente. Non vediamo due monumenti, ma due persone che hanno abitato il mondo, attraversando stagioni, responsabilità, fatiche e speranze.

So che dentro le famiglie possono nascere divergenze dolorose perfino sul destino dei luoghi della memoria. Ne conosco personalmente il peso. Ma questa pagina non vuole chiamare in causa né giudicare un familiare: vuole interrogare tutti noi. Si può discutere di come conservare un luogo, dei suoi costi e della sua destinazione; non si dovrebbe per questo liquidare come irrilevante la memoria delle donne e degli uomini che ci hanno preceduto. Custodire non significa imporre un unico modo di ricordare: significa almeno riconoscere che quella storia ci riguarda.

La memoria, del resto, non è immobilità. Non si tratta di vivere rivolti all’indietro, né di obbligare i giovani a ripetere le nostre scelte. Si tratta di consegnare loro la libertà di conoscere da dove vengono, per scegliere con maggiore coscienza dove andare. Una fotografia diventa educativa quando suscita domande: chi era questa persona? Che cosa ha costruito? Quali errori ha commesso? Quale bene ci ha lasciato?

Potrei scegliere il silenzio. Eppure ci sono silenzi che non pacificano: lasciano soltanto più spazio alla dimenticanza. Perciò parlo da padre, da figlio, da insegnante e da giornalista di strada. Non chiedo un culto delle immagini; chiedo rispetto per le vite. Il lutto appartiene a ciascuno, ma la memoria può diventare una responsabilità condivisa.

Ai terrestri del 3000 non lascio la pretesa di essere ricordato. Lascio un invito: quando incontrerete un vecchio ritratto, non guardatelo come un oggetto muto. Fermatevi. Cercate una storia. Domandatevi chi abbia permesso, con il suo lavoro e il suo amore, che voi foste qui. Il progresso che cancella ogni radice rischia di impoverire anche il futuro.

Noi ci siamo stati. E abbiamo provato a vivere per servire, non a servire per vivere.

Prof. Ciro Scognamiglio

Scrittore · Giornalista di strada — Nessuno

Napoli, 1–2 novembre 2026  |  SHALOM

https://lontanilatraversatablog.wordpress.com

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