

COSTUMI
LONTANI LA TRAVERSATA — BLOG GIORNALE | 28 OTTOBRE 2026
I MARANZA — IL NOSTRO NON CE LO TOCCATE!
Antropologia del vicolo, memoria, satira e coscienza: il grido di Ciruzzo contro le etichette e le disuguaglianze.
«Chiacchiere e tabacchiere di legno, il Banco di Napoli non le impegna.»
«’E cchiacchiere e ’e tabbacchere ’e lignammo, ’o Banco ’e Napule nun se ne ’mpegna.»
Professore, ci siamo persi? Che cosa vuoi dirci? Voglio dirvi che prima di domandarci chi siano i maranza dobbiamo domandarci chi siamo noi, che li chiamiamo così. I nomi che affibbiamo agli altri hanno una storia; qualche volta sono un modo sbrigativo per non ascoltarli. Non è un’assoluzione per chi fa male: la responsabilità personale resta. Ma è il rifiuto di trasformare un’intera generazione in una caricatura.
Il maranza nostro non ce lo toccate! Prima guardatelo in faccia. E poi guardate voi stessi. Il mondo è pieno di etichette: il ragazzo del quartiere, il povero, il disoccupato, l’immigrato, il pensionato, l’artigiano, il “diverso”, il “delinquente”, il “rispettabile”, il “potente”. Non sono tutti la stessa cosa, e tanto meno sono categorie antropologiche equivalenti. Eppure il linguaggio può dividere prima ancora che la realtà venga conosciuta.
Penso a un bambino di undici anni ripreso nel caos di un negozio saccheggiato con delle cinture. Non conosco ciò che avesse in testa, non posso inventargli un desiderio né giustificare il saccheggio. Ma quelle cinture risvegliano il mio ricordo: il piccolo Ciruzzo dei Quartieri Spagnoli, quattro anni, i calzoni tenuti su da un laccio di spago. Prima ancora, nel mio mondo d’infanzia, le mappine al posto dei pannolini di oggi. E il ricordo inquietante degli spruzzi di DDT: un oggetto e un’abitudine di un’epoca, non certo un modello da riproporre.
La mia città è fatta di cerchi che si toccano e si contraddicono. Monte di Dio, Piazza del Plebiscito, Quartieri Spagnoli: la geografia sociale di Napoli non si esaurisce in una semplice divisione tra ricchi e poveri, ma in quelle strade la disuguaglianza ha lasciato tracce profonde. Io ci sono nato, nel DNA di Mario, mio padre. Mi sono fatto uomo attraverso una scuola che non aveva sempre banchi e lavagne: il vicolo, i volti, la fatica, la parola data.
Mio padre mi ha recuperato e educato, con rigore e presenza. Non tutti i “maranzini” hanno avuto quella fortuna. Ecco perché alla società chiedo una cosa difficile: non confondere la comprensione con la permissività, né la fermezza con l’abbandono. La giustizia deve distinguere i fatti dalle fantasie; la scuola deve dare strumenti; gli adulti devono assumersi la loro parte di responsabilità.
E allora ditemi: conoscete la pensione di un preside? E quella di un artigiano? Conoscete le ore e i rischi dell’idraulico, dell’imbianchino, del ciabattino, dell’elettricista? Chi evade le imposte risponde delle proprie scelte: ma non si può ridurre un intero mestiere alla parola “evasore”. E chi parla dal salotto televisivo o dagli scanni del potere conosce davvero il mondo che giudica? Guardiamo dati, regole e differenze reali; non inventiamo cifre per riempire un comizio.
Il mio ufficio di antropologia del vicolo è sulla strada, idealmente sotto la statua di San Domenico Maggiore. Potete bussare: non servono titoli nobiliari. Ho incontrato persone che per lavoro hanno attraversato mari, freddi e frontiere; ho ascoltato racconti di chi porta rifornimenti e conoscenza dove noi vediamo soltanto un punto sulla carta. Il mondo non è un talk show: è fatto di uomini e donne in cammino.
Domando a Gesù che cosa pensi dei nostri tradimenti. Ricordo Pietro e il gallo del rinnegamento; domando a don Lorenzo Milani che cosa stiamo facendo dell’educazione, e se l’ignavia non sia uno dei nostri più ostinati fallimenti. Io stesso mi educo alla serietà. Ci provo, mi sforzo. Voi siete in linea con la vostra coscienza?
Non sono Manzoni. Sono un allievo che continua a studiare: Primo Levi, Bauman, Platone, Plotino, Vico. E ogni tanto chiamo in causa Totò e Peppino, perché la satira può trafiggere un luogo comune senza bisogno di un manganello. Dal dolore ho cercato di far nascere fiori. Dal letame, direbbe un fratello poeta, può nascere qualcosa di vivo. Io mi dico farfalla: zoppa, sì, ma farfalla. E mi diverte pensare alla differenza tra un bruco “signorile” e una processionaria di popolo: persino nelle metafore rischiamo di inventare classi.
Poi il mio grido diventa un quadro. Io, con i capelli bianchi al vento e gli occhiali, urlo «CAZZATE!» mentre il mio sosia fugge. In una prima pittografia l’intelligenza artificiale mi mette tra le mani una pompa immaginaria. Io correggo: negli anni Sessanta la pompa FLIT aveva un lungo corpo giallo, il pistone a manico nero e il serbatoio di metallo montato di lato. La volevo orizzontale, in esercizio, impugnata con due mani, non con tre. La memoria dell’oggetto è parte del racconto. Se la cambiamo per bellezza, falsiamo la scena.
Ecco un piccolo esperimento di umanità: l’AI propone, l’uomo corregge, il dialogo può migliorare il risultato. Non è la macchina a comandare la mia coscienza. Né devo negarne la creatività. Ragazzi, vedete? Bisogna essere dialoganti. I retropensieri cattivi li lascio a chi sa di averli. Siamo tutti chiamati a usare ciò che sappiamo: dipende da dove vogliamo stare, con Dio o con Mammona.
Intanto fuori dal vicolo il pericolo si fa immenso. Pochi uomini, con le loro decisioni, hanno accesso a potenze distruttive capaci di mettere a rischio interi popoli. Da biofisico so bene che fusione e fissione non sono figure retoriche. Hiroshima e Nagasaki non sono semplici parole: sono una ferita storica. La pace non nasce insultando popoli o disprezzando esseri umani, ma pretendendo responsabilità da chi dispone della forza.
Volete chiamarmi maranza? Bene, il maranza Ciruzzo — buono, contraddittorio, qualche volta sgarbato, sempre disposto a rimettersi sui libri — vi saluta. Non ho risposte per tutto. Ho domande, memoria e il dovere di non smettere di cercare. La mia ultima provocazione non è contro i ragazzi: è contro la nostra abitudine a giudicarli senza giudicare noi stessi.
Facciamo i bravi. Facciamo i seri. Troviamo strade per la pace. Le bugie hanno le gambe corte; la Storia ha la memoria lunga. Shalom.
Professore Ciro Scognamiglio
Giornalista di Strada : Nessuno
28 ottobre 2026
Nota redazionale — Il testo alterna memoria autobiografica, interpretazione antropologica e satira. L’episodio del bambino è evocato come spunto di riflessione, senza attribuirgli motivazioni non accertate; il quadro delle due pompe è una creazione artistica, mentre la fotografia della pompa FLIT è un riferimento materiale d’epoca.
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