@BRUNO VESPA, MI CONSENTA: NON FACCIAMO PIÙ I MAESTRINI!
QUESTO PAESE LO ABBIAMO COSTRUITO ANCHE NOI. LA MEMORIA NON È OBLIO!
COSTUMI — Lettera aperta | Napoli, 24 ottobre 2026
di Ciro Scognamiglio — Scrittore, Giornalista, già Preside
Egregio Dottor Bruno Vespa,
SI RICORDA DI ME? Non pretendo che Lei si ricordi. Non abbiamo mai avuto rapporti di confidenza e non Le scrivo per rinnovare una conoscenza. Ma circa trent’anni fa le nostre strade si incrociarono: ricordo che fu Suo fratello, un collega, a fare da tramite. Lei aveva la Sua storia, io la mia. Oggi Le scrivo per confrontare due modi di aver vissuto e raccontato il nostro Paese.
Mi consenta, come amava dire il Cavaliere. E mi permetta di aggiungere, con l’ironia della mia Napoli: «Ma mi faccia il piacere!» Non è un’offesa alla persona. È la richiesta di riportare il confronto alla sua dimensione umana, prima ancora che professionale.
NOI, QUEL PAESE, LO ABBIAMO COSTRUITO
Ero impegnato nell’AID, Associazione Nazionale Insegnanti Diplomati, per il riconoscimento professionale degli insegnanti tecnico-pratici. Ricordo il segretario Paolo Grillo, Angelo Marchese, Domenico Sacco, Paolo Cianatiemo e tanti rappresentanti di tutta Italia. Ricordo l’incontro al Ministero della Pubblica Istruzione, in viale Trastevere a Roma, con il ministro Luigi Berlinguer. È la mia testimonianza: gli archivi potranno aggiungere date e atti, ma nessun archivio può sostituire la memoria di chi c’era.
Non andavamo a chiedere favori. Difendevamo diritti, mestieri, professionalità e dignità della scuola. La Carta costituzionale non era in vendita. Non lo era allora e non lo è oggi.
DALL’AID ALLA GILDA, POI L’UPS
La mia storia sindacale non si fermò all’AID. Arrivai ai vertici nazionali della GILDA; ebbi anche responsabilità in ambito europeo per la formazione sindacale, insieme a Giglioti. La formazione era, per me, il cuore del lavoro: un sindacato che non educa i suoi rappresentanti a studiare e a ragionare rischia di ridursi a un ufficio di potere.
Quando vennero le divergenze, insieme a Mirabella e Margherita Patricelli battemmo i sandali e costruimmo l’UPS, Unione Professionisti della Scuola, esperienza che accompagnò il mio percorso fino alla quiescenza. Nella mia vicenda di preside attraversai anche esperienze in CGIL, CISL e UIL. A ogni sigla ho cercato di lasciare l’onestà del Fanciullino, non il carrierismo. Gli incarichi passano; il lavoro per la scuola e per i giovani resta.
Non Le faccio l’elenco delle assemblee, degli incontri e di tutti i rappresentanti nazionali. Non è un concorso di medaglie. Mi preme una sola cosa: i mestieri e le professioni dei giovani. Ci premevano allora e devono premerci oggi.
IL TUBO CATODICO? IO LO CONOSCEVO DALL’INTERNO
Lei ha avuto per molti anni la Sua aula televisiva, Porta a Porta. Io ho avuto le aule vere, con gli studenti, i laboratori, gli strumenti, le responsabilità di chi insegna. Ero un ITP di elettronica: radio e televisori li costruivo e li riparavo. Conoscevo il segnale, l’antenna, i circuiti, il tubo catodico. Ricordo gli anni dell’IPSIAM di Bagnoli, in via Pozzuoli a Napoli, e quella prima parabola televisiva che presentammo nell’istituto.
Ricordo l’industria italiana, la Mivar e Carlo Vichi: un mondo nel quale la tecnologia era lavoro, formazione, abilità delle mani e della mente. Lei raccontava il Paese attraverso il televisore; noi sapevamo anche costruirlo e ripararlo! Non è una gara: sono due esperienze di uno stesso Paese.
Ho continuato a studiare, anche biofisica e didattica. Mi sono formato come specializzato polivalente per il sostegno agli alunni con disabilità, con un percorso triennale e una tesi finale. Ho fatto il preside. E ho imparato che insegnare è anzitutto vedere l’essere umano che si ha davanti.
SABRINA BRIZZOLA: CORREGGERE NON È ZITTIRE
Ho letto dello scambio televisivo del 20 ottobre 2026 con Sabrina Brizzola, rappresentante degli universitari. Lei ha richiamato la giovane alla necessità di documentarsi. Lo studio è un dovere, certo. Ma perché trasformare un richiamo ai dati in una reprimenda? Se un numero è inesatto, lo si corregge; se una domanda è giusta, le si risponde. E il problema dell’abbandono scolastico non esaurisce quello degli affitti universitari, delle borse di studio e dell’accesso all’università.
E non riguarda soltanto Lei. Ho seguito anche il confronto televisivo fra Stefano Bonaccini e Francesco Giubilei: il richiamo a «studiare la storia» è diventato un altro motivo di scontro. A prescindere dall’appartenenza politica degli interlocutori, la preparazione va verificata sugli argomenti, non sull’età o sulla bandiera. È una prosopopea che può appartenere a noi anziani: voler essere sempre gli esaminatori e mai gli esaminati. Io non ne voglio. Mi chiamo NESSUNO, e non ho bisogno di demiurghi che mi indottrinino sui testi per poi azionare le ventole e far garrire le loro bandiere. Davanti alle bandiere agitate a comando, mi abbasso, non mi lascio sfiorare e riprendo la mia linea maestra.
Non facciamo più i maestrini! Lasciamo che le nuove generazioni ci interroghino. Non basta avere il microfono per possedere la parola. E nessuno, nemmeno io, possiede la verità per anzianità di servizio.
LE BANDIERE SCOLORITE, LE BORGATE E LE MASCHERE
Rileggiamo le bandiere scolorite, a destra e a sinistra, a sinistra e a destra. Chiediamoci non soltanto che cosa hanno promesso, ma che cosa abbiamo realmente consegnato ai giovani. Il disagio è diventato materia da raccontare; ma non basta raccontare un’Italia borgatara. Occorre riconoscere anche l’Italia che cercava di rinascere dalle borgate pasoliniane, dalla scuola e dalle tavole di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello.
Le nostre frequentazioni sono state differenti: Lei ha incontrato, per mestiere, i protagonisti del potere. Io altre persone e altre realtà. Non giudico un uomo soltanto da chi ha conosciuto. Mi interessa sapere se abbia conservato la libertà di fare domande anche ai potenti.
Io non ho maschera. Almeno ci provo. Ho commesso errori, e non li nascondo dietro una sigla, una cattedra o una biografia. Da vecchio professore qualche volta ricomincio da Adamo ed Eva: e allora mi chiedo, con ironia, quale dei figli siamo diventati. Caino o Abele? E in quali momenti della nostra storia?
UNO SGABELLO, I LIBRI E IL NOSTRO NOI
Anche nel giornalismo ho ricevuto proposte di responsabilità. Ma il mio posto ideale resta quello di un uomo libero seduto su uno sgabello. Da vecchio ITP, quello sgabello potrei costruirmelo da solo! Non mi serve una scenografia per esercitare il diritto di parola.
Il mio primo libro, per me, è ancora un bambino che incontra i suoi lettori. Altri stanno preparando il viaggio: Seduto Fuori ha riportato la sua sedia nel basso della vita e attende la pubblicazione; Il Monello e il Meccanico e altri racconti lo seguono. Scrivo, fotografo, leggo, studio, confronto e correggo.
Dico NOI, non soltanto IO. Perché i progetti non nascono da un uomo isolato: nascono da incontri, maestri, colleghi, ragazzi, famiglie, lettori. Ho conosciuto donne di grande cultura e capacità, capaci di costruire luoghi e legami nei quali anch’io ho imparato. Nessuno è maestro per sempre. Io stesso, in certi ambienti, mi chiamo scherzosamente Ciruzzo, l’ultimo della classe.
IL DECUMANO MINORE, PIANURA E LA MIA LINEA MAESTRA
Dottor Vespa, non sono un santo. Avrei fatto male il monaco. Una lettura di Carlo Carretto mi costrinse un giorno a fermarmi e a interrogarmi; oggi non rinnego il luogo al quale sono arrivato, né gli errori del cammino. Se la salute me lo consente, Lei può incontrarmi nel mio ufficio ideale: il Decumano Minore, in piazza San Domenico Maggiore, fuori dal bar di Giuseppe. Lì si conversa senza regia, senza suggeritori e senza luci di studio.
Lì potrei presentarLe anche un mio vecchio comandante: un uomo che dopo anni di rotte, poli e ghiacci ha lasciato l’acqua salata sotto i piedi e ha rimesso i passi sulla madre terra. Storie di uomini, di lavoro e di scienza che meritano ascolto, non effetti speciali. E se non sto bene? Mi immagini nel locomotore dismesso al deposito presso piazzale Tecchio, in attesa dell’ultima partenza: è un’immagine letteraria, non una resa.
In questo momento sento dal mio studio di casa le campane a morto di Pianura, la mia Chianura, la Recanati del Sud. Qui arrivai l’8 agosto 1981. Da lavoratore con pochi mezzi potei acquistare soltanto una casa allora abusiva, poi condonata. Non mi arricchii con le paghette dei potenti. Non gliene faccio una colpa: Le racconto da quale terreno nasce la mia voce. Le periferie non sono un fondale per raccontare il disastro: sono luoghi nei quali gli esseri umani vivono, costruiscono e chiedono rispetto.
Prima dell’ultimo viaggio, tutti noi — Sapiens, e perfino l’ultimo Neandertaliano del mio scherzo antropologico — dovremmo provare a essere seri. Io non scrivo articoletti per crogiolarmi. Scrivo, con tutta la fatica della memoria e dello studio, TESTACCE DI STORIA!
DAL TERZO BINARIO: LA MEMORIA NON PUÒ ESSERE OBLIO
Dottor Vespa, siamo due uomini che hanno attraversato molte stagioni. Non sappiamo l’orario dell’ultimo treno. Io chiamo poeticamente quella partenza «nascita al Cielo». Proprio per questo non vorrei spendere il tempo che resta a dare lezioncine. Vorrei comprendere, correggere, servire.
Mi consenta di correggere il mio presente e di chiederLe di interrogare anche il Suo. Non Le scrivo con acredine, ma con la libertà e il rispetto di allora. Lei ha il Suo archivio televisivo. Io le mie aule, i miei laboratori, gli studenti, le battaglie sindacali, gli articoli, i libri e gli errori. Nessuno dei due dovrebbe sottrarsi alla domanda: quale Italia abbiamo lasciato a chi viene dopo?
VIVO PER SERVIRE E NON SERVO PER VIVERE. Sono nato gridando, e non intendo diventare muto proprio adesso. Ma il grido, oggi, vorrei fosse anche un invito ad ascoltare.
La memoria non deve diventare nostalgia, medaglia o monumento. Soprattutto NON PUÒ DIVENTARE OBLIO.
Caro Dottore, non Le chiedo di darmi ragione. Le chiedo di accettare che anche chi non occupa uno studio televisivo possa interrogarLa. Che una giovane possa rispondere. Che un vecchio professore possa continuare a studiare. E che il Paese vero, quello costruito da tutte e tutti, non resti dietro la porta.
Mi consenta: non facciamo più i maestrini. Facciamo i conti con la nostra storia.
Con rispetto per la persona e libertà di giudizio sul Suo lavoro.
Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore — Giornalista — Già Preside
COSTUMI — Lontani, La Traversata
Napoli, 24 ottobre 2026
NOTA REDAZIONALE
I ricordi degli incontri e degli incarichi sindacali qui riportati costituiscono testimonianza autobiografica dell’autore; la ricerca archivistica sugli atti relativi è distinta e ancora aperta.
FUORITEMPO — NESSUNO
«Coloro che sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi». (Isaia 40,31)
SHALOM!
Vivere per servire e non servire per vivere.


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