ENORME!
LA CRISI DEL MODELLO SOCIALE. MA CHI L’HA COSTRUITA QUESTA SOCIETÀ?
COSTUMI — Napoli, 21 ottobre 2026
di Ciro Scognamiglio — Scrittore, Giornalista
SEDUTO FUORI, STANOTTE NON INTENDO ASSOLVERE NESSUNO. NEMMENO ME STESSO.
Nel 1968 avevo quattordici anni. Quattordici! Alcuni degli interlocutori che oggi raccontano quella stagione ne avevano sedici. Eravamo ragazzi di una società che contestavamo, di una scuola che volevamo cambiare, di un mondo che sembrava ancora disposto a discutere il proprio futuro.
Ho riascoltato le voci, le testimonianze, le spiegazioni sulla crisi del modello sociale. Ho sentito parlare di disuguaglianze, di valori perduti, di guerre, di finanza, di democrazia che non ha mantenuto tutte le sue promesse. Ma mi è mancata una cosa.
NON HO SENTITO UN’AUTOCOLPEVOLIZZAZIONE!
Chi ha costruito questa società? Chi l’ha governata, amministrata, insegnata, venduta, finanziata? Chi ha occupato le cattedre, le redazioni, i consigli di amministrazione, i parlamenti, le organizzazioni politiche?
E noi, ragazzi del Sessantotto, che cosa abbiamo fatto quando siamo diventati adulti?
Abbiamo contestato i padri. Poi siamo diventati padri, professori, dirigenti, amministratori, uomini delle istituzioni. Abbiamo avuto il tempo di intervenire. Alcuni hanno costruito diritti, scuole, libertà e conquiste sociali. Altri hanno difeso soprattutto le proprie posizioni.
E OGGI CHIEDIAMO AI FIGLI DI SPIEGARCI PERCHÉ SONO ARRABBIATI!
I giovani scendono in strada, talvolta senza bandiere, senza una precisa appartenenza politica, senza parole capaci di trasformare il disagio in un progetto collettivo. Alcuni inseguono le griffe, il denaro, l’apparenza. Altri studiano, lavorano, fanno volontariato, resistono silenziosamente. Non possiamo confonderli.
E quando una manifestazione diventa saccheggio o aggressione, chi commette quei fatti deve risponderne. Non sarà mai la disuguaglianza sociale a giustificare la violenza.
Ma c’è una domanda precedente, che noi adulti continuiamo a evitare.
CHI HA EDUCATO UNA PARTE DI QUESTA GENERAZIONE A MISURARE IL PROPRIO VALORE CON IL PREZZO DI UNA SCARPA?
Non saranno stati i ragazzi di tredici o sedici anni a costruire il mercato mondiale del lusso, gli algoritmi pubblicitari, la spettacolarizzazione della ricchezza e il culto del successo senza responsabilità! Non saranno stati loro a scegliere quale lavoro pagare poco e quale profitto remunerare enormemente.
LA DEMOCRAZIA DOVEVA ESSERE IL LUOGO DEL CITTADINO. NON IL SALOTTO DEL CONSUMATORE.
Dopo il crollo dei grandi blocchi ideologici avevamo immaginato una democrazia capace di allargarsi, un mercato globale capace di distribuire opportunità e organismi internazionali in grado di contenere le guerre.
Quelle speranze hanno incontrato realtà profondamente contraddittorie. E la crescita della finanza ha sollevato una questione che considero centrale: quanto vale il lavoro umano rispetto alla rendita e alla speculazione?
Non tutta la finanza è sfruttamento. Ma un’economia che può remunerare enormemente il possesso del capitale e lasciare nell’incertezza chi produce, assiste, insegna o ricerca deve interrogarsi sulle proprie priorità.
QUANDO IL DENARO PRODUCE ALTRO DENARO SENZA CHE IL LAVORO RICEVA UNA PARTE GIUSTA DELLA RICCHEZZA, IL CONTRATTO SOCIALE SI INCRINA.
E io torno al mio posto. Seduto fuori.
Vedo Ellis Island, il luogo dove passavano tanti nostri emigranti diretti in America. Uomini, donne e bambini italiani, con la valigia povera e una speranza immensa. Visite mediche, interrogatori, controlli. Per alcuni anche la detenzione, l’ospedale, l’attesa angosciante di un’ammissione o di un respingimento.
Non tutti restavano rinchiusi per un mese. Molti attraversavano i controlli in poche ore; per altri l’attesa poteva prolungarsi. Ma è il principio umano che voglio interrogare.
Partivamo noi. Eravamo noi gli stranieri. Eravamo noi a cercare pane, lavoro, dignità.
Poi abbiamo costruito comunità italiane in altre terre, conservando lingue, tradizioni, associazioni, famiglie.
E OGGI, DAVANTI A CHI ARRIVA, QUANTO RICORDIAMO DI QUELLA STORIA?
L’Africa è un continente giovanissimo. L’Europa invecchia e l’Italia più di molti altri Paesi europei. Sono due realtà demografiche che impongono riflessioni su lavoro, istruzione, migrazioni e rapporti tra generazioni.
La questione non è mettere un giovane africano contro un anziano europeo. È capire quale futuro possiamo costruire senza trasformare le differenze in paure e senza nascondere le disuguaglianze dietro le statistiche.
INTANTO, SUI CANALI TELEVISIVI, NEI GIORNALI, NEI DIBATTITI, TUTTI SPIEGANO.
Il sociologo interpreta. Il politico denuncia. Il commentatore condanna. Il professore ricorda. Il giornalista domanda.
E chi si assume la paternità del silenzio?
Dov’eravamo mentre il lavoro diventava precario? Mentre le periferie perdevano presìdi educativi? Mentre il linguaggio pubblico diventava più aggressivo e la politica si allontanava, almeno agli occhi di molti giovani, dalle loro condizioni quotidiane?
I ragazzi dicono che hanno alzato la posta.
MA QUANTE VOLTE ABBIAMO ALZATO NOI LA POSTA, NELLA STORIA DELLE DEMOCRAZIE, LASCIANDO AD ALTRI IL CONTO DA PAGARE?
Abbiamo chiesto sacrifici, flessibilità, competitività, pazienza. Abbiamo promesso che studiare sarebbe bastato, che lavorare avrebbe garantito una vita dignitosa, che il progresso avrebbe migliorato la sorte dei figli.
Molte persone hanno trovato opportunità reali. Troppe altre hanno incontrato porte chiuse.
La politica non può limitarsi a chiedere ordine pubblico. Deve garantire sicurezza e contemporaneamente ricostruire fiducia, condizioni materiali, spazi di partecipazione.
La scuola non può essere il deposito delle responsabilità abbandonate dalla società.
E noi vecchi del Sessantotto non possiamo presentare ogni ricordo come un certificato di superiorità morale.
AVERE AVUTO SEDICI ANNI NEL 1968 NON SIGNIFICA AVERE AVUTO RAGIONE PER I SUCCESSIVI CINQUANTOTTO ANNI!
Io ne avevo quattordici. Oggi ne ho settantadue. Ho insegnato, ho diretto scuole, ho scritto, ho discusso, ho sbagliato.
Perciò non voglio salire sul pulpito.
Voglio chiedere alla mia generazione di fare ciò che troppo spesso domanda agli altri: studiare, riconoscere gli errori, distinguere le responsabilità, proporre correzioni concrete.
Non cerco assoluzioni per chi devasta una strada. Non cerco condanne collettive per i giovani.
Cerco una società adulta capace di dire: QUESTA STORIA L’ABBIAMO SCRITTA ANCHE NOI.
Se abbiamo costruito un mondo nel quale la griffe rischia di contare più della dignità, la rendita più del lavoro e la visibilità più della conoscenza, non possiamo limitarci a rimproverare chi ne ha imparato la lezione peggiore.
FUORITEMPO — NESSUNO.
Stanotte, seduto fuori, non chiudo con una sentenza.
Chiudo con una domanda rivolta prima di tutto a me stesso, ai miei coetanei, a chi per decenni ha avuto responsabilità pubbliche, culturali ed educative.
SE IL MODELLO SOCIALE È IN CRISI, CHI FIRMA IL VERBALE DELLE RESPONSABILITÀ?
Perché non basta denunciare il fallimento di una società.
BISOGNA AVERE IL CORAGGIO DI RICONOSCERE LA PROPRIA FIRMA SULLE SUE PAGINE.
Ciro Scognamiglio — COSTUMI
Vivere per servire e non servire per vivere.

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