<strong>COSTUMI | FOTOGRAFIA VAGABONDA | ANTROPOLOGIA DELLA VITA</strong>
NAPOLI — 18 OTTOBRE 2026
Storia, fame, memoria e popolo nello spettacolo della vita
di Ciro Scognamiglio — Giornalista

NAPOLI — Fra tre giorni, il 21 ottobre, Un posto al sole compirà trent’anni. Trent’anni, nella vita di una persona, sono un’intera stagione dell’esistenza; nella storia della televisione sono un patto quotidiano fra una produzione e milioni di spettatori che, tornando a casa, ritrovano volti, dialoghi, contraddizioni e domande. Per questo oggi non scrivo una recensione della soap: scrivo dello spettacolo della vita, e del popolo che ha diritto a riconoscersi nelle proprie storie.
La fotografia di apertura ritrae un ragazzo degli anni Settanta: capelli lunghi, barba, occhiali, una giacca e la voglia di esistere. Quel ragazzo ero io. Non avevo ancora attraversato tutto il mio Nilo, il fiume irregolare di scelte, cadute, lavoro, amori, sacrifici. Come tanti, ho conosciuto anche la fame: quella che non è soltanto assenza di pane, ma costringe a rinunciare a oggetti e sogni, a vendere perfino i pezzi della cristalleria di casa pur di continuare il cammino. Non mi vergogno di essere Nessuno. Mi vergognerei semmai di dimenticare chi quella fame continua ad attraversarla.
Ecco perché il mio «sì» a Un posto al sole non è un semplice clic sui social. È un sì alla possibilità che la televisione, anche quando racconta vicende inventate, intercetti la fatica vera delle famiglie, la precarietà, il lavoro, la scuola, l’amicizia, le generazioni e il bisogno di restare umani. La finzione non sostituisce il mondo; quando è ben raccontata, ci aiuta a guardarlo.
Io appartengo a una generazione che ha visto nascere la televisione italiana nel 1954 e l’ha osservata cambiare insieme al Paese. A Napoli, la presenza della Rai è parte della storia culturale e produttiva della città. Per me il viale Marconi non è soltanto un indirizzo: è memoria di giovinezza. Il fanciullino che ero fermava lì fuori una Lancia Appia, poi prendeva il 181 per andare al Vomero dalla fidanzata. Non racconto questo per trasformare un ricordo privato in una prova storica. Lo racconto perché mostra come luoghi pubblici, mezzi, affetti e lavoro diventino la geografia intima di una città.
C’è poi una domanda giornalistica da non eludere. Sui social circola la frase «Ci servono 300 Sì per la nuova stagione». Ma trecento consensi non equivalgono a una decisione aziendale e quel messaggio non prova una cancellazione. Patrizio Rispo ha espresso preoccupazioni pubbliche per le risorse e le prospettive della produzione; questo merita attenzione. Non risulta però, sulla base delle verifiche considerate per questo articolo, un annuncio ufficiale Rai di chiusura. Distinguere l’allarme documentato dalla voce non verificata è il primo dovere del giornalista.
Alla Rai, dunque, rivolgo una domanda, non una sentenza: quali investimenti, quali prospettive, quale visione industriale e culturale per un racconto che ha accompagnato il Paese per trent’anni? Le scelte editoriali spettano a chi ne ha la responsabilità; il servizio pubblico, però, deve poterle spiegare ai cittadini. Noi non siamo azionisti in senso societario: siamo contribuenti, utenti e spettatori. Il canone televisivo oggi è ordinariamente riscosso attraverso le bollette elettriche, non soltanto tramite Enel. Proprio per questo la richiesta di trasparenza e di attenzione non è un capriccio.
Non diteci che una fiction è soltanto intrattenimento. La lunga durata di una storia televisiva crea abitudini, lessico condiviso, memoria affettiva e un archivio di trasformazioni sociali. E dietro ciascuna scena ci sono attori, tecnici, sceneggiatori, maestranze, fotografi, organizzazione, posti di lavoro. Napoli non è una cartolina da esibire: è una città che produce cultura. La sua presenza nella storia della Rai è un patrimonio da valutare con serietà, non con nostalgia automatica.
«Non ci togliete l’aria», scrivo idealmente dal salotto di chi vive, paga, lavora, soffre e qualche volta si consola anche davanti alla televisione. Non significa che ogni programma debba proseguire per sempre. Significa chiedere che non siano liquidati con leggerezza i legami costruiti con le persone e che le eventuali decisioni siano motivate. Difendere una storia non vuol dire negare il cambiamento: vuol dire pretendere che abbia una coscienza.
Nella fotografia ci sono il ragazzo di ieri e i volti di una produzione di oggi. Non sono immagini dello stesso momento: sono tempi diversi che ho voluto mettere in dialogo. Da un lato un’esistenza che ha conosciuto la fame, dall’altro una narrazione collettiva che, per tre decenni, ha dato volto anche alle inquietudini della gente comune. È questa la mia fotografia antropologica.
A Patrizio Rispo e a chi lavora ogni giorno a Un posto al sole non consegno un sì cieco. Consegno un sì ragionato, libero e popolare, insieme a una richiesta alla Rai: continuate a fare storia, rendete conto delle vostre scelte e ascoltate chi, dalla propria poltrona, non ha smesso di vivere. Perché la televisione pubblica non appartiene soltanto a chi la dirige: riguarda il Paese che la guarda.
NON MI VERGOGNO DI ESSERE NESSUNO. Tutte e tutti, in modi e tempi differenti, possiamo attraversare la fame: ricordarlo è il principio della solidarietà, non uno slogan. E il mio «sì» oggi nasce proprio da qui.
FUORITEMPO, NESSUNO! — COSTUMI · 18 OTTOBRE 2026
Nota editoriale: il collage è una composizione grafica rielaborata e non va presentato come fotografia storica del cast nel 1996. Per fotografie Rai, verificare diritti e autorizzazione alla ripubblicazione.

Rispondi