IL FANCIULLINO
Una scelta di libertà, una stagione che cambia
Napoli, 16 ottobre 2026 | Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista
ECCOVI L’IDEA. Da oggi non derogo più alla scelta di non partecipare alle assise in cui si pretende che io sia artefice di nuove svolte, mediatore di conflitti o protagonista di interminabili dibattiti. Potrete invitarmi, se lo riterrete utile, a lanciare l’analisi di un tema: porterò un testo, una domanda, una tesi da discutere. Poi toccherà a voi farne analisi testuale, argomentare, dissentire e arrivare perfino alla conclusione che il Vecchio non sia più lucido. Non mi offenderei: anche un giudizio così severo, se sostenuto da ragioni, confermerebbe il senso della mia scelta. Non chiedo adesioni, ma libertà di pensiero. Vi ringrazio: questa è la posizione che desidero comunicarvi.
Oggi viene prima il Vecchio. Viene prima Ciro, l’uomo. Lo scrivo alla mia città e al mondo senza chiedere commiserazione, senza cercare applausi e, soprattutto, senza pronunciare un addio. È una comunicazione necessaria: la mia stagione operativa, quella delle assemblee, delle battaglie condotte in prima persona e dei nuovi impegni da costruire, si conclude qui.
Ho settantadue anni. L’età non è una colpa, la salute non è una bandiera, la vecchiaia non è una resa. Sono condizioni umane da conoscere e rispettare. Come si fa il tagliando a una macchina per continuare il viaggio, così il Vecchio deve ascoltare i propri limiti. Non voglio che il desiderio di servire diventi una forma di violenza verso me stesso.
Onorerò gli impegni già assunti fino al 15 dicembre: a cominciare dall’incontro di domenica 18 ottobre a Caserta con il professor Nicola Limardo, e poi gli appuntamenti che mi legano, fra gli altri, ad Alessandra Clemente, donna delle istituzioni che ho visto crescere e alla quale voglio bene. La parola data resta una parola data. Ma da oggi non assumerò nuovi ruoli che mi chiedano di organizzare svolte, guidare confronti pubblici, mediare contrapposizioni o restare per ore nell’agone di una lotta, pur quando sia una lotta umana e giusta.
Non ho smesso di credere nelle istanze civili. Ho smesso di credere che ogni istanza debba avere me in prima fila. Le presenze, le riflessioni, i convincimenti e le scelte appartengono a voi. Potrò indicare una questione, offrire una testimonianza, affidare un’analisi alla pagina. Se mi si inviterà a introdurre un tema, potrò farlo, secondo le mie condizioni, e poi ritirarmi prima del dibattito. Non reggo più le platee rumorose in cui ciascuno si proclama depositario del verbo. Non è un giudizio sulle persone: è il limite che riconosco a me stesso. E da questo limite non derogo.
Resto un cane sciolto. E rivendico una libertà anarchica nel significato che le do io: non la militanza sotto un’etichetta, non il disordine elevato a metodo, ma l’indipendenza del giudizio da ogni padrone, schieramento o convenienza. Scriverò con questa libertà. Non sarò la voce in prestito di nessuno. La penna non va in pensione: cambia il modo di stare nel mondo.
C’è anche un significato antropologico in questa decisione. Una comunità non cresce se pretende che gli anziani restino eternamente sulle barricate, né se li confina nel silenzio. Cresce quando sa trasformare l’esperienza in memoria condivisa e la memoria in possibilità per chi arriva. Il passaggio del testimone non è sottrazione: è educazione reciproca. Non intendo occupare il futuro dei giovani in nome del mio passato.
Per questo scelgo Napoli, il mio studio, la scrittura e soprattutto i ragazzi. Non voglio stare sul palco a insegnare loro il mondo come fosse una lezione già conclusa. Voglio sedermi accanto a loro, ascoltarli, confrontarmi. In me continua ad abitare il fanciullino: lo stupore che domanda, sbaglia, impara e non accetta di diventare una statua. Fra i miei pari ho spesso trovato certezze irrigidite; nei giovani ritrovo domande vive. Non chiedo che mi diano ragione: chiedo di poter imparare.
Cristo si fermò a Eboli, almeno nel titolo immortale di Carlo Levi. Io, più modestamente, mi fermo a Napoli. Non perché oltre non esista il mondo, ma perché da questo tavolo posso ancora guardarlo, studiarlo, raccontarlo e provare a servirlo. Il mio confine non sarà una rinuncia alla coscienza: sarà la misura necessaria per custodirla.
Resta intatto l’unico mantra che mi accompagna: «Vivere per servire e non servire per vivere». Da oggi lo pratico anche imparando a dire no. A una convocazione, a una polemica, a un’altra platea. E dicendo sì a una pagina da scrivere, a una domanda onesta, a una sedia accanto a un giovane.
PARLO AI GIOVANI. PUNTO. LORO HANNO DA INSEGNARMI IL VERBO.
FUORITEMPO. Non fuori dal tempo, ma fuori dall’obbligo di inseguirlo. Ogni stagione ha il suo compito, e anche il tempo che resta ha un valore: non va sprecato per dimostrare di esserci, va custodito per esserci davvero. La fede mi insegna che non siamo padroni delle ore e che il servizio non coincide con il rumore. A Dio affido la misura dei miei giorni; ai giovani, la libertà delle loro domande. Io resto qui, a Napoli, con la penna, con il fanciullino e con una speranza che non abdica.
Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista


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