COSTUMI  |  RIFLESSIONE ANTROPOSOCIOLOGICA

QUANDO MUORE L’EDUCERE,
LA NOIA PUÒ DIVENTARE VIOLENZA

Ai ragazzi di sedici e diciassette anni. Agli adulti, una domanda.

Napoli, 16 ottobre 2026

Non sono un maestro indulgente. Non lo sono mai stato. Ho esercitato la severità, ma ho cercato di accompagnarla all’ascolto, perché educare non significa giustificare tutto, né condannare senza comprendere.

Ragazzi, quando una vostra azione produce dolore, umiliazione o violenza, dovete risponderne. A sedici o diciassette anni non si può pretendere che l’assenza di pensiero diventi un lasciapassare per l’irresponsabilità.

La colpa si riconosce. La responsabilità si assume. La pena, quando dovuta, si affronta. Ma la persona non si cancella.

È qui che la mia formazione antroposociologica torna a interrogarmi.

Claude Lévi-Strauss ci ha insegnato a cercare, oltre il comportamento individuale, le strutture culturali e i sistemi di relazione entro cui gli uomini costruiscono il loro mondo.

Zygmunt Bauman ci aiuta a comprendere una modernità liquida, nella quale legami, riferimenti e continuità educativa diventano fragili. Una società ricca di stimoli può essere drammaticamente povera di orientamento.

E allora domando: chi ha insegnato a questi ragazzi ad abitare il tempo, a riconoscere l’altro, a sopportare una frustrazione, a distinguere il divertimento dalla sopraffazione?

Non attribuisco automaticamente alla noia la responsabilità della violenza. Sarebbe un errore scientifico. Ma una noia priva di strumenti culturali, relazionali e morali può trasformarsi, in determinate condizioni, nella ricerca di emozioni distruttive.

L’antico educere, il trarre fuori, è precisamente ciò che temo venga meno: far emergere capacità, coscienza, senso del limite e responsabilità.

La famiglia non può essere lasciata sola. La scuola non può diventare soltanto un edificio che istruisce e valuta. La comunità non può intervenire esclusivamente dopo il danno, invocando castighi.

E soprattutto gli adulti non possono insegnare la nonviolenza attraverso il linguaggio della violenza.

Cari ragazzi, non vi chiedo di essere innocenti per definizione. Vi chiedo di imparare a pensare prima di agire. Di comprendere che ogni gesto possiede conseguenze, che il dolore altrui non è uno spettacolo e che chiedere perdono non cancella automaticamente il dovere di riparare.

A noi adulti rivolgo invece la domanda più severa: dove eravamo mentre cresceva il vostro vuoto educativo?

Non tutto dipende dagli adulti. Non tutto dipende dai giovani. Ma una società che sa soltanto indignarsi dopo una tragedia deve interrogarsi su ciò che non ha saputo costruire prima.

Non voglio ragazzi impuniti. Non voglio ragazzi annientati. Voglio ragazzi responsabili, capaci di tornare uomini tra gli uomini.

Questo è il compito dell’educazione. Questa è la severità che rivendico.

Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore – Giornalista

Un vecchio maestro ancora disposto ad ascoltare.

FUORITEMPO — NESSUNO

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