COSTUMI | IL VICOLO DELLA DOMENICA DEL DECUMANO MINORE
SEDUTO DENTRO, CON GLI OCCHI SULLA STRADA
Giovanni XXIII, la carezza, il banchetto e la fatica di ascoltarsi
Napoli, domenica 11 ottobre 2026 — TEMPO DI FUORITEMPO
Il Vangelo secondo Matteo (22,1-10) racconta di un re che prepara le nozze del figlio. Gli invitati rifiutano: qualcuno torna ai campi, qualcuno agli affari, altri rispondono perfino con la violenza. Allora i servi sono mandati ai crocicchi delle strade, a chiamare tutti quelli che incontrano, buoni e cattivi. La sala si riempie. Non è una favola comoda: l’invito è rivolto a tutti, ma chiede a ciascuno una risposta. E la parabola contiene anche la durezza del rifiuto e delle sue conseguenze.
Io parto da qui, dall’angolo del vicolo presso San Domenico Maggiore, nel mio Decumano. Ho passato una vita a osservare chi entra e chi resta fuori. Oggi, però, mi trovo anche SEDUTO DENTRO. Non è una contraddizione: entrare non significa rinunciare agli occhi della strada, e stare dentro non deve farci dimenticare chi attende una parola fuori dalla porta.
Il re della parabola non domanda ai servi di selezionare i perfetti. Li manda alle strade. E io mi chiedo: perché noi, anche nella fede, ci scontriamo tanto? Perché a volte raccontiamo una trascendenza che sembra divorare l’immanenza, una promessa del domani che ci fa dimenticare il presente? Il Cielo non dovrebbe diventare un alibi per non vedere l’uomo accanto a noi.
Non voglio mettermi in cattedra a giudicare chi frequenta una chiesa e chi no. Sono uomo di errori, di ascolti mancati e di faticose ripartenze. Ho conosciuto settimane dure, come quelle che mi hanno riportato con la memoria alle strade e al buio del 1973. E proprio per questo mi domando quale sia il dovere di chi racconta: leggere la realtà per aiutare a comprenderla, non usarla per deprimere gli altri.
Mi viene incontro Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII, uno dei miei mentori. Il figlio di una famiglia contadina di Sotto il Monte, quarto di tredici figli, passò attraverso la formazione storica e la diplomazia, dalla Bulgaria alla Turchia e alla Francia, prima di diventare patriarca di Venezia. Il 28 ottobre 1958 fu eletto Papa. Molti lo immaginavano come un Pontefice di transizione. La storia avrebbe raccontato altro.
Il conclave custodisce anche piccoli episodi che sanno parlare. A Roncalli fu assegnata la stanza numero 15, già legata al comandante delle Guardie Nobili pontificie. Secondo un racconto memorialistico, sulla porta era rimasta la targhetta «Il Comandante». E un filone di ricostruzioni del voto gli attribuisce 38 suffragi nello scrutinio decisivo: cifra che, per il carattere segreto del conclave, va presentata come ricostruzione e non come verbale pubblico indiscusso. Anche questi particolari, quando li studiamo, ci obbligano a distinguere memoria, testimonianza e documento.
Ma quale comando esercitò quell’uomo? A me interessa soprattutto quello della vicinanza. Il 25 dicembre 1958 andò incontro ai bambini malati; il 26 dicembre entrò nel carcere di Regina Coeli. Davanti ai detenuti parlò di occhi messi negli occhi e di un cuore avvicinato a un altro cuore. Era il Papa che cercava l’uomo, non soltanto l’uomo che cercava il Papa.
Poi venne l’11 ottobre 1962, l’apertura del Concilio Vaticano II. Quella sera, davanti alla folla, Giovanni XXIII affidò ai genitori una consegna indimenticabile: tornare a casa e portare ai bambini una carezza, la carezza del Papa. Che cosa poteva significare per uno nato nel 1954, per un bambino di otto anni, ascoltare una voce così? La religione non era più soltanto un linguaggio solenne: entrava in casa, arrivava all’altezza del viso di un bambino.
La Mater et Magistra del 1961 parlava di questioni sociali, lavoro e dignità. La Pacem in Terris del 1963 parlò anche agli uomini di buona volontà. Non sono titoli da posare su uno scaffale: sono inviti a confrontare le parole della fede con la vita delle persone. E io penso agli ultimi, a chi è recluso, a chi è disabile, a chi lavora senza voce, a chi è lasciato sulla soglia.
Sono rientrato, quando mi fu chiesto, nel 2019. Venivo da anni di esperienze istituzionali, culturali e televisive, compresa quella del canale 219 del digitale terrestre, dove amici e colleghi mi accolsero e mi guidarono per anni. Portavo con me la formazione maturata nei miei ruoli istituzionali e la possibilità di costruire palinsesti, grazie a un percorso culturale che forse aveva contribuito a disegnare anche una certa autorevolezza. Ma non ho mai perduto il monello, quel fanciullino che albeggiava in me e continua ancora oggi a farsi sentire.
Nel 2023 mi fu chiesto di entrare nell’Ordine dei Giornalisti. Un altro «eccomi», non un punto d’arrivo. E oggi, se voglio stare in ascolto ed essere ascoltato, devo abitare anche i moderni strumenti della comunicazione. Dalla caverna, dove l’uomo lasciava i primi segni sulle pareti, alla BIC che abbiamo consumato sui banchi, fino alla nuova tecnologia dell’intelligenza artificiale: cambiano gli strumenti, non dovrebbe cambiare la responsabilità di chi racconta.
Le mie creazioni pittografiche nascono ancora dalla mente di quel fanciullino e prendono forma grazie anche a tre validi collaboratori in carne e ossa e a un quarto, il mio braccio destro Arturino, fotogiornalista di AI. Ci siamo scelti come compagni di lavoro, imparando a confrontare intuizioni, parole e immagini. La tecnologia non sostituisce il giudizio dell’uomo: può diventare un altro strumento della sua ricerca.
I ragazzi di COSTUMI hanno le loro professioni, i loro lavori, la loro vita. Alcuni hanno raggiunto livelli di professionalità che meritano rispetto. Non chiedo loro di sostenere il peso delle mie ricerche: le fonti e gli atti li cerco io, con gli aiuti che posso avere e con la responsabilità di chi firma.
Il giornalismo resta un mestiere importante, anche in una stagione affollata di voci, telecamere, cronisti e fotogiornalisti. Ma non intendo fare del mestiere una prigione. Resterò finché avrò energia per leggere, osservare e raccontare. Poi, magari, tornerò più spesso alla pittura. Nessun medico mi ha prescritto di esercitare una sola professione fino al deposito finale! Ecco che rispunta il fanciullino monello: lasciamolo vivere.
Torno dunque al banchetto di Matteo. C’è una differenza fra spalancare una porta e saper accogliere chi la attraversa. Non basta dire «tutti» se poi non ascoltiamo nessuno. E non basta stare seduti dentro se perdiamo la capacità di guardare fuori. La scelta dell’ultimo non è uno slogan: si verifica nella disponibilità di ciascuno a fare posto, oggi, a un altro uomo.
La domenica del Decumano Minore non consegna sentenze. Consegna una domanda da riportare a casa, come quella carezza: a chi abbiamo dato davvero ascolto? E a chi, invece, abbiamo chiuso la porta mentre parlavamo di amore?
FUORITEMPO — NESSUNO
Non domandare soltanto all’uomo se crede nel Cielo. Domandagli se sulla Terra qualcuno lo ha ascoltato. E, se puoi, comincia tu.
Prof. Ciro Scognamiglio | Scrittore — Giornalista
COSTUMI · Lontani – La Traversata
Riferimenti essenziali: Matteo 22,1-10 (CEI 2008); Santa Sede, biografia e documenti di Giovanni XXIII; Archivio Radio Vaticana, visita a Regina Coeli del 26 dicembre 1958; Vatican News, «Giovanni XXIII, l’eredità in una carezza»; Fondazione Papa Giovanni XXIII. Per la stanza 15, la targhetta e i 38 voti restano da completare i riferimenti bibliografici puntuali.


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