LONTANI – LA TRAVERSATA | COSTUMI
10 OTTOBRE 2026
HO DETTO VECCHIO? SÌ, VECCHIO! MA OGGI SONO L’UOMO PIÙ FELICE DEL MONDO!
Vincenzo Russo, i suoi “Sogni e colori” e quel raccolto che arriva dopo una vita trascorsa a seminare.
«A Ciro, che tu possa trovare in queste pagine i raggi di un sole amico!»
Vincenzo Russo — Napoli, 15 febbraio 2026
di Ciro Scognamiglio — Il Professore del Decumano Minore
Oggi, sul mio tavolo, è arrivato un libro. Non uno qualsiasi. SOGNI E COLORI — Poesie e opere pittoriche, di Vincenzo Russo, pubblicato da Youcanprint. A consegnarmelo è stato un grande dottore, Antonio Longobardo, portando con sé anche un invito che mi ha fatto tornare indietro negli anni. Ma quanti anni? Tanti, ragazzi miei! Quando Vincenzo era mio alunno, il suo professore aveva appena ventun anni. Ventuno! Altro che vecchio! Eppure oggi, guardando quelle pagine e leggendo la dedica, mi sono scoperto a pronunciare una parola che normalmente fa paura: VECCHIO. Sì, vecchio! Ho detto vecchio? E allora? Oggi questo vecchio è forse l’uomo più felice del mondo!
Perché ci sono giorni nei quali la vita non ti restituisce denaro, riconoscimenti, medaglie o incarichi. Ti restituisce una persona. Un alunno. Una storia. E scopri che qualcosa di quella tua giovinezza è rimasto vivo nell’esistenza di un altro uomo. Vincenzo Russo scrive della sua opera: «È un’opera che accende la fiamma dell’ut pictura poesis — la poesia è come la pittura». E prosegue raccontando un’arte nella quale parole e colori viaggiano insieme attraverso sogni, sofferenze, gioie e dolori, fino all’incontro con il Divin Creatore, per donare al mondo pace e speranza. Non voglio appropriarmi di questo pensiero. È suo. È la sua visione. È il suo modo di guardare il Creato attraverso due linguaggi che si incontrano: la parola e il colore. Ed è proprio questo che oggi mi commuove. Non soltanto il libro, non soltanto la pittura, non soltanto la poesia. Mi commuove quell’uomo che un tempo sedeva tra i banchi, mentre io, poco più che ragazzo, cercavo di comprendere che cosa significasse essere un maestro.
A ventun anni si può insegnare una materia. Ma si può anche cominciare a imparare dagli alunni. Forse è questo il grande segreto della scuola: nessuno semina da solo e nessuno raccoglie soltanto per sé. Dopo tanti decenni, Vincenzo torna a parlarmi con il linguaggio dell’arte. E io non gli chiedo voti, diplomi o risultati. Gli dico soltanto: grazie per essere diventato te stesso!
E poi c’è quella dedica, datata Napoli, 15 febbraio 2026. I raggi di un sole amico. Che immagine meravigliosa! Un sole che non brucia, non pretende, non giudica. Un sole che accompagna. Forse proprio quello che ogni insegnante dovrebbe desiderare di lasciare dietro di sé: non la propria ombra sugli allievi, ma la possibilità che ciascuno trovi la propria luce.
Ho sempre pensato che l’insegnamento somigli al lavoro di un vignaiolo. Si prepara la terra, si pianta, si pota, si affrontano le stagioni, si teme la grandine, si aspetta la pioggia. E soprattutto si impara a non pretendere il raccolto il giorno dopo la semina. Il vignaiolo sa attendere. Il maestro dovrebbe saper fare altrettanto. E se quel vignaiolo è devoto a Dio Masto, come amo chiamare il Divin Maestro, allora sa anche che nessun frutto è proprietà esclusiva della mano che ha seminato.
Oggi non vi scrivo una recensione. Non ho ancora compiuto il viaggio necessario attraverso tutte le pagine di Vincenzo per pretendere di giudicarle. Vi racconto invece un incontro, un’emozione, una piccola grande restituzione della vita. Un libro sul tavolo. Una dedica. Un invito. Un antico alunno. Un giovane professore che oggi ha i capelli degli anni e continua a voler imparare.
Caro Vincenzo, il sole amico che mi auguri di trovare nelle tue pagine, oggi ha già attraversato la mia stanza. È arrivato con il tuo nome.
E a voi, ragazzi di oggi, vorrei dire una cosa soltanto: non misurate la scuola esclusivamente attraverso i voti. E a voi, colleghi insegnanti, una seconda: non misurate il vostro lavoro soltanto attraverso gli anni di servizio. Talvolta il risultato più grande arriva quando non state più aspettando nulla.
Io ho seminato. Ma il vigneto non era mio. Apparteneva alla vita, agli uomini, alle donne e, per chi crede, a Dio Masto.
HO DETTO VECCHIO? SÌ! MA UN VECCHIO CHE OGGI HA ANCORA VENTUN ANNI NEL CUORE.
FUORITEMPO — L’AFORISMA DEL PROFESSORE
«Il maestro non è il padrone del raccolto. È il vignaiolo che ringrazia Dio quando un antico germoglio torna a salutarlo con un fiore.»
Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista · Già Preside
Lontani – La Traversata | COSTUMI
Napoli, 10 ottobre 2026
ViAnSa99Noi! — SHALOM

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