LONTANI – LA TRAVERSATA | FOTOGRAFIA VAGABONDA | 9 OTTOBRE 2026
I MIEI OCCHI SU NAPOLI DIVENTANO LUCE
Fotografia Vagabonda — Prima decade di ottobre 2026
Tre fotografie di Salvatore De Rosa, fotogiornalista — Flash Press Agency
9 ottobre 2026
I miei occhi su Napoli diventano luce. E ogni volta che provo a trasformare una pagina di osservazione in racconto, mi emoziono.
C’è una plasticità presepiale in questa città. Le pietre hanno secoli, i muri conservano le voci, i vicoli sembrano custodire uomini che non ci sono più e che, tuttavia, continuano ad abitarli.
Ma come li dipinge Salvatore De Rosa, attraverso il suo obiettivo, mi emoziona ancora di più.
LA PRIMA FOTOGRAFIA — I PANNI STESI SONO LA SCRITTURA DEL POPOLO
Guardate quegli indumenti. Una quotidianità esposta al mondo senza chiedere permesso. Non c’è scenografia, non c’è finzione: c’è la vita.
La tecnica è raffinata proprio perché non ostenta nulla. Il primo piano è nitido, concreto, quasi tattile. La ridotta profondità di campo lascia invece sfumare il vicolo alle spalle. È una scelta narrativa: ciò che sembra umile diventa protagonista, mentre la città si trasforma in memoria.
I colori sono trattenuti, la luce morbida, la composizione costruita attraverso piani successivi.
Salvatore non fotografa soltanto la biancheria: ci costringe a guardare quello che, passando, avremmo ignorato.
LA SECONDA FOTOGRAFIA — SOLDATI BORBONICI, LI VEDETE ANCHE VOI?
La profondità del secondo scatto è un viaggio nella storia.
Quel vicolo si allunga, si restringe, si perde. Le pietre del selciato accompagnano l’occhio fino al punto in cui la luce sembra aprire un’altra epoca.
Ma voi li vedete?
Io vedo soldati borbonici che marciano.
Non cercateli nei documenti fotografici. Sono le ombre della mia immaginazione, evocate da quelle pietre e da quei panni sospesi.
Li sento quasi parlare.
«Signò, ce li facite asciuttà sti panne?»
E qualcuno potrebbe rispondere:
«Ma voi non state a Palazzo Reale?»
«Macché, signò! Nuie campammo cchiù abbascio d’ ’e stalle!»
Poi uno, forse il più giovane, con quella rassegnazione che soltanto la storia popolare sa trasformare in ironia, aggiunge:
«Ma… ’o re Nasone ce vo’ bene!»
Ecco Napoli. La storia ufficiale attraversa i palazzi. Quella del popolo attraversa i vicoli.
Naturalmente i miei soldati sono fantasia letteraria, non cronaca né ricostruzione documentata. Ma la fotografia possiede anche questa virtù: lasciare che chi osserva incontri la propria memoria.
Tecnicamente, Salvatore lavora sulla prospettiva centrale, sulle linee di fuga e sulla profondità di campo. Le pareti scure incorniciano il percorso, la pavimentazione conduce lo sguardo e il grande lenzuolo a quadri gialli diventa un sipario teatrale sospeso tra noi e il passato.
Le zone d’ombra non cancellano i dettagli: li accompagnano verso la luce lontana.
È un’immagine che non si consuma in un’occhiata. Bisogna entrarci.
LA TERZA FOTOGRAFIA — QUELLA LENZETELLA DI SOLE
E adesso fermiamoci.
Non correte oltre.
Guardate quella donna seduta, di spalle, sulla sua sedia di legno.
Ieri, nella mia immaginazione, avrebbe potuto indossare un abito del Settecento. Oggi, nel 2026, indossa un semplice camice da casa, comprato forse in uno dei nostri negozi, quelli del popolo.
Sono cambiati gli abiti, le dinastie, i governi, le parole. Ma quella donna è sempre lì, nella grande rappresentazione della vita.
E soprattutto c’è quella lenzetella di sole.
Una striscia di luce che cade sulle pietre, accarezza il vicolo, raggiunge le cose senza chiedere chi sia ricco e chi povero.
Fratello Sole!
È lo stesso Sole che accompagna l’evoluzione della nostra specie, lo stesso che illuminava le strade dei nostri antenati.
Forse oggi l’atmosfera è cambiata, forse lo strato di ozono ha conosciuto ferite e trasformazioni. Ma non confondiamo le questioni scientifiche con la poesia: il Sole continua a irradiare la Terra, mentre siamo noi a dover comprendere come custodirla.
Grande o piccola che sia quella lenzetella, lui continua a fare la sua parte!
E Salvatore ha saputo incontrarlo proprio lì.
La terza fotografia, tecnicamente, è forse quella che più mi commuove. La luce laterale e il forte contrasto fra zone illuminate e ombre profonde modellano le superfici. Le linee del vicolo indirizzano lo sguardo verso il fondo, mentre la donna, collocata in basso a destra, introduce una presenza umana che rompe la simmetria senza disturbare l’equilibrio.
I panni sospesi in alto costruiscono una cornice naturale. La sedia diventa un punto di sosta, il corpo una misura del tempo.
È un’immagine nella quale la composizione non imprigiona la vita: le permette di respirare.
SALVATORE, AMICO DI STRADA
Caro Salvatore, queste tre fotografie hanno una qualità che considero preziosa: non gridano per essere viste.
Non cercano il sensazionale. Non pretendono di raccontare tutta Napoli. Ci consegnano tre frammenti e ci chiedono di fermarci.
È qui che riconosco il mestiere del fotogiornalista: scegliere, comporre, attendere, vedere. E sapere che ogni fotografia custodisce qualcosa che non potrà mai essere spiegato interamente.
Io ci metto i miei occhi, la mia età, la storia che ho studiato e quella che ho attraversato. Tu ci metti la tua sensibilità e il tuo mestiere.
E forse, mentre tu insegui la luce, io continuo a inseguire le parole.
LUCE AL TUO VIAGGIO, AMICO DI STRADA.
Te lo augura il Professore, lo scrittore, il vecchio giornalista del vicolo.
E forse, davanti al tuo obiettivo, anche un tuo allievo.
Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista
Lontani – La Traversata | COSTUMI
FUORITEMPO — Aforisma del vicolo
«I secoli cambiano i vestiti agli uomini. Il Sole continua a stendere la luce sulle stesse pietre.»
SHALOM — 9 OTTOBRE 2026

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