LONTANI – LA TRAVERSATA
COSTUMI · PAGINE DELLA VITA
49 ANNI
ABBIAMO LETTO INSIEME IL LIBRO DELLA VITA
8 OTTOBRE 1977 – 8 OTTOBRE 2026
FORSE — CERTO — GRAZIE — AVERE
Una storia cominciata nel 1975, tra i vicoli storti di un uomo e la straordinaria presenza di una donna.
Prof. Ciro Scognamiglio — Il Folle Lucido, Nessuno
Quarantanove anni. Oggi siamo riusciti a leggere insieme il libro della vita. Tantissime pagine complesse, almeno una per ogni anno, più due di conoscenza, quando la strada, cominciata insieme nel 1975, non lasciava ancora immaginare quanto avremmo dovuto percorrere. Pagine scritte, cancellate, corrette, qualche volta strappate senza poterle veramente eliminare dalla memoria. Quarantanove anni di matrimonio mi aiutano ancora a pronunciare una parola: GRAZIE. Sono certo che questo grazie, forse, lo pronuncerà anche Lei, Maria. Ed è proprio su quel FORSE che oggi voglio soffermarmi. Non è una distrazione grammaticale, non è una debolezza del pensiero. È un avverbio di dubbio che, dopo quarantanove anni, assume un peso umano enorme. Io non ho forse nel ringraziarla. Ma non posso pretendere che Maria abbia letto ogni pagina della nostra storia con gli stessi occhi con cui l’ho letta io. Lei, con la sua saggezza, potrebbe avere ancora qualche forse da consegnare alla memoria. E ne avrebbe pieno diritto. L’amore non autorizza nessuno a parlare al posto dell’altro.
La mia strada veniva da lontano, dai vicoli storti di un Mercante in Fiera nel quale le carte della vita non sempre erano state distribuite con giustizia. E quelle strade contorte di provenienza andavano corrette già allora. Il 1973, forse l’anno più complesso del mio vivere e di quello della nostra generazione, mi aveva segnato profondamente. Ero già un personaggio difficile, un giovane che portava addosso una storia più grande della propria età. Ma Lei, Maria, era diversa. Era una ragazza diversa dalle altre. Lo affermo oggi, con una sentenza valoriale che non intendo ritirare. Lo era allora e lo è rimasta. Non una santa perché priva di difetti, ma una donna capace di custodire valori che io, qualche volta, ho imparato soltanto dopo averli messi alla prova.
Ci furono persone, fratelli e sorelle non biologici, che attraversarono con noi quella stagione. Non ne farò i nomi, per non trasformare questa pagina in un pantano di riconoscimenti. Quattro persone, una più tre, basterebbero a scrivere un intero capitolo di storia. E forse un giorno lo farò. Quel FORSE ha cambiato la direzione del mio vivere. Ma non posso sostenere che abbia sempre costruito legami facili. Non posso nemmeno affermare che Maria e tutta la sua famiglia di provenienza abbiano sempre letto positivamente il personaggio che si presentava alla loro porta.
Aveva ragione nonna Giulia, una donna del 1913, quando volle vedere i documenti. Ventun anni! Davvero quel giovane aveva soltanto ventun anni? Non era facile attribuire così pochi anni a una mente che già allora si presentava come FOLLE — LUCIDA — NESSUNO. Non era il consueto ragazzo che cresceva e cercava il proprio posto nel mondo. Era uno che sembrava avere già attraversato troppe strade. Nonna Giulia e suo marito appartenevano a un’altra generazione, quella che guardava gli uomini prima di accoglierne le parole. Avevano conosciuto un mondo diverso e sapevano che la vita non si misura soltanto con l’entusiasmo dei giovani. Non bastarono neppure le assicurazioni di Mario e Lucia, che ebbero modo di affermare: «Sì…! È quello che vedete!» Bella questa! Era proprio quello che vedevano. Né migliore per dichiarazione, né peggiore per pregiudizio. Un giovane uomo con una storia complicata, tante contraddizioni e un desiderio, forse ancora confuso, di cambiare strada.
Oggi è doveroso fare questa disamina. Non per celebrare un anniversario con le solite frasi di circostanza, ma per riconoscere quanto sia costato, a chi mi è stato accanto, condividere la vita con me. Il mio Dio Masto leggerà insieme a tutti questa pagina. E già mi sembra di sentirne la voce, tanto forte da diventare quasi un acufene dell’anima: «Ciruzzo! Maghizzano! Banco! Marsicano! Preside! Professore! E oggi pure strillone della scrittura dei vicoli! TI VUOI CAMBIARE?» Sì, Masto. Lo voglio. Mi voglio cambiare. Lo scriverò anche nella letterina di Natale. Eduardo De Filippo mi perdonerà se torno al suo teatro, a quella straordinaria umanità di Natale in casa Cupiello, dove le parole, i gesti e le contraddizioni domestiche diventano rappresentazione di un’intera esistenza. E io mi ritrovo ancora una volta davanti a una scena. Sembra una commedia, forse una drammaturgia da mettere sul palcoscenico. Ma non è finzione. È LA VITA. La vera commedia. Quella che si recita senza conoscere il finale e nella quale non sempre possiamo correggere la battuta pronunciata.
La vita nelle mie mani. E, soprattutto, la vita che altre mani hanno saputo sostenere quando le mie non bastavano. Grazie innanzitutto al mondo che mi ha conosciuto, sopportato e supportato. Due verbi diversi, separati da una sola lettera, eppure capaci di raccontare un’esistenza. Sopportare può essere fatica. Supportare è anche una scelta. E io conosco il peso di entrambe. Ma scusatemi: IL MIO GRAZIE PIÙ GRANDE VA A LEI. A MARIA. A quella ragazza del 1975 che, attraversando gli anni, mi ha donato un regno d’amore. Un regno che non ha avuto bisogno di corone, troni o confini. Ha avuto bisogno di vita quotidiana, di scelte, di rinunce, di presenza, di perdono e di quella pazienza che non sempre ho saputo restituire nella stessa misura.
Da quel regno sono venuti Chiara e Mario, e poi una famiglia che ha allargato il nostro orizzonte: Mimmo Grande, con Antonio e Ciro; Cristiana Loffredo, con Elia Ciro e Flavio Maria. Grazie Maria. Grazie Chiara. Grazie Mario. Grazie Mimmo. Grazie Cristiana. E grazie a quanti hanno attraversato la nostra casa lasciando qualcosa di buono. Il FORSE, quello che ho voluto rispettare fin dall’inizio, oggi si avvicina al CERTO. Non perché io possa trasformare ogni dubbio in una verità assoluta, ma perché c’è una certezza che nessuno potrà sottrarmi: questa vita è stata vissuta, attraversata e costruita insieme. E il GRAZIE, che qualcuno potrebbe considerare soltanto una formula di cortesia, per me è diventato un sostantivo dell’esistenza, il mio mantra per vivere.
Ma c’è ancora una parola da riconoscere: AVERE. Un verbo autonomo, capace anche di prestarsi come ausiliare, ma che oggi reclama tutta la sua forza. Avere non significa necessariamente possedere. Avere può significare ricevere, custodire, riconoscere una responsabilità. E allora ringrazio il mio unico Dio e tutti i mentori che mi hanno insegnato a comprendere il valore di questo verbo. AVERE QUATTRO NIPOTI. Antonio, Ciro, Elia Ciro, Flavio Maria. Quattro nomi. Quattro vite. Quattro luci lungo una strada che continua a chiedermi di camminare. Non sono proprietà di nessuno, tantomeno del nonno. Sono persone che crescono, che scopriranno il mondo, che avranno il diritto di scegliere e perfino di contestare ciò che avrò cercato di insegnare. Io vorrei soltanto avere ancora la capacità di essere per loro una presenza. Non un monumento familiare. Non un uomo da celebrare. Un nonno da incontrare, ascoltare e, quando serve, contraddire.
E vorrei avere ancora la forza di continuare a essere mentore e presenza per tutte e tutti gli allievi, fin dal mio primo ingresso nella scuola. Per quelli che sono diventati adulti, per quelli che hanno seguito altre strade e per i ragazzi e le ragazze del vicolo che oggi continuano a sedersi accanto a me, talvolta senza sapere quante pagine di vita mi porto dietro. Per loro vorrei restare il Professore che non ha smesso di essere alunno di se stesso. Il Preside che ha imparato a stare fuori dalle stanze del potere. Il giornalista che percorre le strade e continua a fare lo strillone delle storie umane. Il FOLLE — LUCIDO — NESSUNO.
E Maria? Maria rimane la persona alla quale non chiedo di dimenticare nulla. Né di trasformare ogni difficoltà in una bella favola da anniversario. Le chiedo soltanto, se vorrà, di continuare a leggere con me qualche altra pagina. Perché quarantanove anni non sono una medaglia da esibire. Sono quarantanove anni di responsabilità reciproche, di stagioni luminose e di altre nelle quali persino il sole sembrava dimenticare la strada di casa. E se un giorno Maria pronuncerà ancora il suo FORSE, io proverò ad ascoltarlo. Perché la saggezza di una donna non si misura dal numero delle volte in cui ha detto sì, ma anche dalla libertà con cui ha saputo conservare il proprio pensiero.
Oggi posso dire soltanto ciò che mi appartiene. GRAZIE, MARIA. Per la ragazza che eri. Per la donna che sei. Per la madre che sei stata. Per la nonna che continui a essere. Per aver attraversato la strada insieme a un uomo che, ancora oggi, domanda a se stesso se sia riuscito a correggere almeno qualcuno dei suoi vicoli storti. E se dall’alto il Masto dovesse tornare a chiedermi: «Ciruzzo, ti vuoi cambiare?», la risposta sarebbe ancora quella: «Sì, Masto. Lo voglio. Ho ancora molto da imparare». Quarantanove anni. Due di conoscenza. Una vita intera da raccontare. E quattro nipoti che mi ricordano che il libro non è ancora finito.
FUORITEMPO — NESSUNO
Il FORSE mi ha insegnato a dubitare di me stesso. Il CERTO mi ha insegnato a riconoscere Maria. Il GRAZIE mi ha insegnato a vivere. L’AVERE mi ha insegnato che nulla ci appartiene davvero, se prima non impariamo a custodirlo.
E io, ancora SEDUTO FUORI, con i ragazzi e le ragazze del vicolo, continuerò a raccontarvelo.
SHALOM.
Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista · Il Professore del Decumano Minore
Lontani – La Traversata
Napoli, 8 ottobre 2026


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