SCAMPIA NON È UN PROGETTO: È UNA COMUNITÀ DA GOVERNARE CON LA COMUNITÀ
di Giovanni Laino
Professore ordinario di Tecnica della Pianificazione Urbanistica — Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Napoli Federico II SRT Unina
La prossima consegna delle prime 97 nuove abitazioni a Scampia è certamente un passaggio importante. Ma sarebbe un errore leggere quel momento soltanto come il risultato di una trasformazione edilizia. Un quartiere non cambia perché cambiano gli edifici. Cambia quando mutano, insieme, le condizioni dell’abitare, i servizi, le relazioni, le opportunità e la capacità degli abitanti di riconoscersi dentro un destino comune.
Scampia, soprattutto, non può essere raccontata come una realtà omogenea. È un territorio plurale. Ci sono famiglie proprietarie delle proprie abitazioni e famiglie che vivono negli alloggi pubblici; persone che hanno attraversato decenni di trasformazioni e altre arrivate successivamente; gruppi, associazioni, scuole, parrocchie, realtà sociali, esperienze civiche consolidate. Ci sono fragilità, certamente, ma anche competenze, capacità e reti che troppo spesso vengono viste soltanto quando servono a tamponare un’emergenza.
Per molti anni il racconto pubblico di Scampia è stato invece schiacciato su poche immagini: le Vele, la criminalità, il disagio, il degrado. Quando un territorio viene raccontato sempre attraverso la sua ferita, alla fine la ferita rischia di sostituire il territorio. E questo produce un danno ulteriore: rende invisibile la vita ordinaria di migliaia di persone.
È anche per questo che oggi bisogna andare oltre la sola questione architettonica.
Gli errori urbanistici del passato sono stati studiati e discussi: grandi isolati, separazioni fisiche, scarsa articolazione degli spazi, difficoltà nel costruire una continuità urbana capace di favorire relazioni e servizi. Ma non sarebbe corretto attribuire all’urbanistica, da sola, responsabilità che appartengono anche alla gestione, alle politiche sociali, all’assenza o alla debolezza di servizi e manutenzione, alla discontinuità dell’azione pubblica.
Ora però siamo davanti a una possibilità diversa.
Con la trasformazione dell’area delle Vele, le nuove abitazioni, il futuro centro civico, i servizi per l’infanzia, gli spazi pubblici, le attività sociali e culturali e il polo universitario si può costruire qualcosa che non sia semplicemente “il nuovo al posto del vecchio”.
Per riuscirci serve però una regia di quartiere.
Non intendo un nuovo ufficio né l’ennesimo organismo burocratico. Penso a un luogo stabile di coordinamento, riconoscibile dagli abitanti, capace di mettere attorno allo stesso tavolo amministrazione, scuole, università, associazioni, operatori sociali, servizi, realtà economiche e soprattutto cittadini.
Una regia che ascolti prima che i problemi diventino emergenze.
Che sappia seguire l’ingresso delle famiglie nelle nuove abitazioni.
Che osservi cosa accade realmente negli spazi pubblici.
Che aiuti a costruire servizi invece di limitarvisi a inaugurarli.
Che sappia riconoscere i conflitti e affrontarli senza nasconderli.
Che utilizzi le competenze già presenti nel quartiere invece di importare ogni volta soluzioni dall’esterno.
Qui entra anche una questione che considero decisiva: la conoscenza quotidiana dei territori.
Chi studia le città possiede strumenti, categorie, dati. Ma chi vive un quartiere possiede un altro sapere: conosce i tempi delle strade, le distanze reali, i luoghi che funzionano e quelli che restano vuoti, sa dove una madre si ferma con un bambino, dove un anziano rinuncia a passare, dove i ragazzi si incontrano e dove invece non esiste nulla che li trattenga.
Questo sapere non deve sostituire quello tecnico. Deve incontrarlo.
È probabilmente proprio in questo incontro che una pagina giornalistica capace di osservare il territorio anche con uno sguardo antropologico può offrire un contributo: raccontare non soltanto ciò che viene costruito, ma ciò che accade fra le persone dentro ciò che viene costruito.
Perché una piazza progettata bene può restare vuota.
Un centro civico può diventare un edificio senza vita.
Una nuova casa può risolvere un problema abitativo senza produrre automaticamente comunità.
E, al contrario, uno spazio imperfetto può diventare luogo vivo se una comunità lo riconosce, lo attraversa e se ne prende cura.
La sfida di Scampia è dunque più complessa e, proprio per questo, più interessante della rappresentazione che per anni ne abbiamo dato.
Non dobbiamo soltanto ricostruire pezzi di città. Dobbiamo costruire condizioni perché chi vi abita possa sentirsi parte della trasformazione.
Le prime 97 abitazioni saranno allora importanti non solo perché saranno nuove.
Saranno importanti se diventeranno il primo passo di un metodo.
Le altre case arriveranno. Gli interventi proseguiranno. Ma nel frattempo bisogna fare crescere una struttura permanente di ascolto, coordinamento e corresponsabilità.
Scampia ha già pagato molto alle rappresentazioni costruite da altri.
Adesso deve poter partecipare alla costruzione del proprio racconto e, soprattutto, del proprio futuro.
Giovanni Laino
Professore ordinario — Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Napoli Federico II
Ciro Scognamiglio
Direttore responsabile — Lontani · La Traversata

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