GIORNATA MONDIALE DELL’INSEGNANTE
ECCO IL MIO ALBERO. ADESSO FATE IL VOSTRO 5 OTTOBRE 2026
-: UN’ALTRA GIORNATA MONDIALE:-
In 365 giorni riusciamo a dedicare una giornata quasi a tutto. Giornate mondiali, internazionali, nazionali, celebrative, commemorative. Ci fermiamo ventiquattr’ore, pronunciamo parole importanti, pubblichiamo immagini, facciamo auguri. E poi?
Il giorno dopo resta qualcosa oppure archiviamo anche la coscienza insieme alla ricorrenza?
Oggi tocca all’insegnante. E allora, almeno per una volta, niente incenso.
ECCO IL MIO ALBERO. ADESSO FATE IL VOSTRO.
CIROSCO99@ — unico nella lucida follia di Nessuno.
Questo è il mio albero. Non è una classifica e non è un monumento. È l’insieme di persone che, in tempi diversi, hanno lasciato dentro di me un seme: una formula, una pagina, un metodo, una domanda, una disciplina, una maniera di stare al mondo.
Qualcuno mi ha insegnato la fisica. Qualcuno l’elettrotecnica. Qualcuno la letteratura, la matematica, la meccanica, la genetica, la fisiologia, l’anatomia, la botanica. Altri mi hanno insegnato a scrivere, a cercare, a dubitare, a leggere l’uomo prima ancora del libro. E poi ci sono quelli che una cattedra magari non l’hanno mai avuta, ma sono stati comunque maestri.
Perché un insegnante non è soltanto colui che spiega. È colui che riesce, qualche volta, ad accendere una possibilità.
Per questo nella Giornata Mondiale dell’Insegnante non vorrei autocelebrarci. Non mi interessa il santino del professore perfetto. Mi interessa molto di più una domanda.
Cari ragazzi, oggi la pagella agli insegnanti datela voi.
Diteci chi vi ha dato energia. Chi vi ha fatto venire voglia di sapere. Chi vi ha insegnato a dubitare. Chi vi ha fatto sentire capaci. Chi vi ha lasciato una domanda che ancora vi portate dietro.
Ma diteci anche il contrario. Chi vi ha spento. Chi vi ha umiliato. Chi vi ha annoiato. Chi ha confuso l’autorità con il potere. Chi ha dimenticato che davanti aveva una persona e non soltanto un numero sul registro.
Perché anche noi insegnanti abbiamo sbagliato. Io per primo.
E forse la domanda più seria che un insegnante dovrebbe farsi, prima o poi, è questa:
“Ho seminato davvero oppure ho soltanto spiegato?”
La scuola, ragazzi, non è il posto dove sediamo. Non è il banco. Non è la cattedra. Non è il registro elettronico. Non è il voto.
La scuola siamo noi: ciò che seminiamo e ciò che raccogliamo gli uni dagli altri.
Si può fare scuola in un’aula, in un laboratorio, su una strada, dentro un libro, davanti a una fotografia, durante una discussione. Si può imparare da un grande professore e da una persona incontrata per caso. E può accadere anche il contrario: stare sei ore dentro una scuola e non incontrarla mai.
Per questo vi propongo una cosa semplice: FATE IL VOSTRO ALBERO.
Scrivete sui rami i nomi di chi vi ha insegnato qualcosa davvero. Può essere una maestra, un professore, un genitore, un allenatore, un amico, un artigiano, un sacerdote, un medico, un compagno di viaggio. Non importa il titolo. Importa ciò che ha lasciato.
E soprattutto non lasciate che siano sempre gli altri a parlare di voi.
Non i ministri. Non gli esperti televisivi. Non i sociologi da salotto. Non i professori che credono di conoscere i giovani soltanto perché li interrogano. E neppure il vecchio solone per antonomasia, Ciro Scognamiglio.
Oggi parlate voi.
Perché una scuola che vuole capire il proprio futuro dovrebbe cominciare da una domanda semplicissima:
“Ragazzi, che cosa vi abbiamo dato?”
E poi dovrebbe avere la forza, l’umiltà e perfino il coraggio di ascoltare davvero la risposta.
Altrimenti avremo celebrato un’altra giornata mondiale. Una delle tante. Ventiquattr’ore di parole. E il giorno dopo, di nuovo, nada.
FACCIAMO I SERI. LA SCUOLA CON LA C COMINCIA DA QUI.
FUORITEMPO NESSUNO — LO HANNO VISTO INSEGNARE!

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