MONACO — SOMARI! | Antropologo del vicolo
MONACO — SOMARI!
Appunti di un antropologo del vicolo
Nessuno — 1975 / 2026
Nel 1975 Nessuno aveva ventun anni.
Era appena entrato nella scuola come docente. Insegnava elettronica e aveva già imparato abbastanza di valvole, transistor e controlli elettronici per maturare un primo sospetto: conoscere bene una disciplina non significa necessariamente conoscere il mondo.
Il Collegio dei docenti affidò proprio al giovane arrivato, claudicante e quasi coetaneo di alcuni suoi studenti, anche la disponibilità ad accompagnare i ragazzi nei viaggi d’istruzione. Nessuno pensò al mare.
Il suo primo istituto era un IPSIAM, con attività anche marinaresche e una succursale a Procida. Quel giovane professore volle mettere insieme ciò che troppo spesso la scuola separa: tecnica, elettronica, mare, scienza, storia.
La destinazione fu Monaco e il suo Museo Oceanografico.
Davanti al Museo, nelle immediate adiacenze dei Jardins Saint-Martin, c’era già allora il monumento ad Alberto I, il Principe Navigatore. Nessuno pose una domanda semplice: «Chi è?»
Si aspettava forse una risposta, forse un’altra domanda. Arrivò invece qualcosa che nessun manuale di pedagogia avrebbe potuto prevedere. Una docente lo ritrovò arrampicato sulla statua, intento a compiere un gesto irriguardoso verso quella figura di cui, pochi minuti prima, ignorava persino l’identità. Una bravata enorme, una di quelle che a diciannove anni possono trasformare in un attimo una lezione in una domanda molto più difficile sull’uomo.
Nessuno aveva ventun anni, lui diciannove. Due ragazzi separati da una cattedra. Il primo errore del giovane professore sarebbe stato credersi appartenente a una specie diversa. Oggi sarebbe facilissimo raccontare quell’episodio per ridere del ragazzo. Nessuno non lo farà.
Quel ragazzo non fu abbandonato. Perché un uomo non può essere inchiodato per tutta la vita a ciò che non sapeva a diciannove anni, né al gesto peggiore compiuto in un pomeriggio.
Il giovane professore aveva ricevuto da suo padre un insegnamento che valeva più di molti programmi scolastici: «Vivere per servire e non servire per vivere.»
Passarono gli anni. Passarono le valvole. Arrivarono i transistor. Arrivarono circuiti sempre più piccoli, computer sempre più potenti, telefoni capaci di contenere biblioteche che nel 1975 non sarebbero entrate in una scuola intera.
Eppure la tecnologia più difficile da costruire rimase la stessa: l’uomo.
PRIMA DEL SOMARO, L’UNGULATO
In quegli stessi anni Nessuno frequentava amici che sarebbero poi diventati parte della Comunità Vomero Arenella. Una famiglia, per una simpatia reciproca destinata a durare, lo aveva quasi adottato. Attraverso quelle relazioni conobbe un ingegnere americano.
Nella memoria del ventunenne era un uomo di altissima specializzazione, impegnato in lavori legati al sottosuolo e convinto del proprio primato professionale. Nessuno ricorda soprattutto l’impressione che gli fece: una competenza tecnica profondissima accompagnata, ai suoi occhi, da una curiosità molto più stretta verso ciò che stava fuori dal mestiere.
Il ventunenne reagì con la tracotanza che può appartenere ai ventun anni. Dentro di sé lo classificò: UNGULATO.
Non perché quell’uomo lo fosse. E neppure perché oggi Nessuno rivendichi quella definizione. Era l’allegoria brutale di un ragazzo: si può essere bravissimi, perfino straordinari, nel proprio recinto e dimenticare di guardare oltre la staccionata.
Cinquantun anni dopo Nessuno sorride anche della propria presunzione. Perché mentre classificava gli altri, dimenticava una cosa fondamentale: anche il classificatore appartiene al regno animale.
Forse fu anche quell’incontro a rafforzare la convinzione ricevuta da suo padre. Il valore del sapere non poteva essere soltanto quanto rendeva. Doveva essere anche quanto apriva: quanta curiosità produceva, quante domande lasciava vive.
Da allora Nessuno cominciò forse a sospettare che esistessero due forme differenti d’ignoranza: quella di chi non sa ancora e quella, più insidiosa, di chi rischia di credere che ciò che sa sia tutto ciò che merita di essere saputo.
PERCHÉ QUESTA GENTE STA QUA?
Cinquantun anni dopo, nell’ottobre 2026, Nessuno torna idealmente a Monaco. Non parte con una scolaresca. Lo conduce fin lì una notizia: Sergio Mattarella compie il 2 e 3 ottobre la prima visita di Stato di un Capo dello Stato italiano nel Principato di Monaco. Il programma ufficiale prevede, quasi come se il tempo avesse deciso di giocare con la memoria di Nessuno, proprio una visita di Mattarella e Alberto II al Museo Oceanografico.
Ed ecco riaffiorare la domanda dell’antropologo del vicolo. Non: quanto sono ricchi? Non: quanto è grande Monte Carlo? Ma una domanda elementare: PERCHÉ QUESTA GENTE STA QUA?
Perché questo minuscolo territorio mediterraneo continua a chiamarsi Stato? Perché esiste ancora un’identità monegasca? Che cosa tiene insieme una comunità al punto da farle dire NOI?
UNO STATO PICCOLO NON È UNO STATO MINORE
La risposta non sta nelle cartoline del lusso. Sta nella lunga durata della storia europea: dinastie, trattati, conflitti, diplomazia, trasformazioni istituzionali e capacità di adattamento.
La Costituzione del Principato del 17 dicembre 1962 apre con una formula inequivocabile: Monaco è uno Stato sovrano e indipendente nel quadro dei principi generali del diritto internazionale e delle convenzioni particolari con la Francia. La stessa Costituzione definisce il governo una monarchia ereditaria e costituzionale e il Principato uno Stato di diritto legato al rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali.
Il rapporto con la Francia, quindi, non cancella la sovranità monegasca: ne costituisce una parte peculiare della storia e dell’assetto internazionale. Piccolo non significa inesistente. Dipendente da relazioni strette non significa privo di identità politica.
Nel 1993 il Principato viene ammesso alle Nazioni Unite. L’Assemblea generale adotta il 28 maggio la risoluzione 47/231. Quel minuscolo territorio mediterraneo siede così, formalmente, nella stessa organizzazione internazionale degli Stati molto più vasti del pianeta.
LA DOMANDA DELL’ANTROPOLOGO
Ma all’antropologo del vicolo interessa qualcosa che una Costituzione, da sola, non può spiegare. Come fa un “noi” a durare?
Uno Stato non è soltanto una superficie colorata su una carta geografica. È anche memoria, istituzioni, abitudini, simboli, regole, appartenenze, riconoscimento reciproco e riconoscimento esterno. È una costruzione umana che resiste finché uomini e donne continuano a darle significato.
Monaco diventa allora un laboratorio quasi paradossale: un territorio minuscolo, immerso in relazioni quotidiane con la Francia e vicinissimo all’Italia, capace tuttavia di conservare una propria forma statale e una propria continuità istituzionale.
La domanda «perché questa gente sta qua?» non è dunque una battuta. È la domanda più semplice e forse più difficile dell’antropologia: perché gli esseri umani rimangono, si riconoscono, costruiscono confini e continuano a chiamare un luogo “noi”?
1975 — 2026
E qui Nessuno torna al proprio vicolo.
Nel 1975 aveva davanti un ragazzo di diciannove anni che non conosceva quella storia. Nel 2026, uscendo da una seduta dedicata alle proprie gambe, incontra nuovamente — in tutt’altra persona e in tutt’altra situazione — una sorprendente distanza da conoscenze che egli considerava elementari.
Questa volta davanti a lui c’è un professionista formato, competente nella propria disciplina. Nessuno rimane impassito per un istante. Poi ricorda il ragazzo del 1975. Ricorda l’ingegnere americano. E si ferma.
Perché sarebbe troppo facile pronunciare la sentenza: SOMARO!
No. Il problema non è quell’uomo. Come non era quel ragazzo. Come non era, in fondo, l’ingegnere americano. Il problema siamo forse noi.
ABBIAMO STUDIATO TUTTO. SAPPIAMO ANCORA QUALCOSA?
La nostra epoca ha moltiplicato le specializzazioni. Sappiamo moltissimo di segmenti sempre più piccoli della realtà. Il medico conosce il proprio apparato. Il tecnico il proprio sistema. L’ingegnere la propria macchina. Il professore la propria disciplina. Il giornalista il proprio settore.
Poi usciamo dalla stanza. E cosa rimane?
Non è una requisitoria contro l’università o contro la specializzazione. Senza specializzazione non avremmo gran parte della scienza contemporanea. La domanda è un’altra: mentre diventavamo specialisti, abbiamo conservato la curiosità?
Si può possedere una laurea e continuare a non sapere. E si può avere diciannove anni, compiere una stupidaggine colossale e non essere condannati a rimanere per sempre ciò che si era in quel momento.
Qualche volta, ancora oggi, alcuni di quei ragazzi del passato arrivano a casa di Nessuno. Si siedono. Mangiano. Raccontano. La donna che ha attraversato con lui una vita intera li guarda e scherza: «Ma questi ti stanno ancora dietro? Hanno capito che li hai rovinati?» E ridono. Tutte e tutti.
Forse quella risata è una delle poche valutazioni scolastiche che, dopo cinquant’anni, conservano ancora qualche valore.
IL SOMARO SONO IO
Nessuno non è andato dall’altra parte del mondo a cercare un popolo da osservare. Gli è bastato il vicolo. Una scuola. Una statua. Un ragazzo. Un ingegnere. Un corpo che invecchia. Una stanza nella quale qualcuno cura le sue gambe. Un Presidente della Repubblica che cinquantun anni dopo entra proprio nel Museo Oceanografico di Monaco.
E una domanda.
L’antropologo del vicolo non osserva l’uomo dall’alto. Sta nel vicolo insieme a lui.
Per questo non cerca il somaro negli altri. Ogni volta che crede di aver finalmente capito il mondo, ricomincia da capo.
Forse il primo somaro è proprio lui. Forse è Nessuno. Quello del 1975. E ancora di più quello del 2026.
Perché continua ostinatamente a credere che sapere non significhi accumulare risposte. Significa conservare abbastanza libertà per poter ancora fare domande.
«PERCHÉ QUESTA GENTE STA QUA?»
Da una domanda così elementare siamo arrivati alla storia di uno Stato, a una Costituzione, alle Nazioni Unite, al Mediterraneo. E siamo tornati nel vicolo.
Non ridete del somaro. Dategli un libro. Poi sedetevi accanto a lui. Può darsi che dobbiamo ancora leggerlo insieme.
Nessuno — Antropologo del vicolo
1975–2026
«Vivere per servire e non servire per vivere.»
Ciro Scognamiglio — Fondo storico-antropologico — 2 ottobre 2026
FONTI E NOTA DI METODO
ATTO CONTEMPORANEO: Presidenza della Repubblica, “Il Presidente Mattarella in Visita di Stato nel Principato di Monaco”, 2 ottobre 2026. Il Quirinale indica la visita del 2–3 ottobre come prima Visita di Stato di un Capo dello Stato italiano nel Principato e annuncia per il 3 ottobre la visita di Mattarella e Alberto II al Museo Oceanografico.
ORDINAMENTO: Principauté de Monaco, Constitution du 17 décembre 1962, artt. 1–2: Stato sovrano e indipendente; monarchia ereditaria e costituzionale; Stato di diritto.
ONU: Assemblea generale delle Nazioni Unite, risoluzione A/RES/47/231, 28 maggio 1993: ammissione del Principato di Monaco alle Nazioni Unite.
MEMORIA: Gli episodi del viaggio scolastico del 1975, del ragazzo, dell’ingegnere americano e dell’incontro professionale del 2026 sono memoria autobiografica di “Nessuno”. Non vengono presentati come fatti documentali esterni; le persone private restano intenzionalmente anonime.
Riferimenti web consultati:
https://www.quirinale.it/it/notizie/presidente-mattarella-visita-stato-principato-monaco
https://digitallibrary.un.org/record/171186

Rispondi