LONTANI — LA TRAVERSATA
Giornale di uomini, fatti e coscienze
Napoli, 29 settembre 2026

SONO ALUNNO DI ME STESSO!

L’alta dichiarazione di Pasquale Caputo

«Sono alunno di me stesso». Pasquale Caputo lo ha detto oggi davanti a un microfono. Non è una battuta e non è una posa. È forse la frase che meglio racconta un uomo che, non trovando qualcuno disposto a spiegargli fino in fondo la propria storia, ha cominciato a studiare le sue carte, a scrivere, riscrivere, domandare e bussare ancora.

Oggi ci siamo serviti di una radio e di uno spazio: Story Time Napoli, in onda su Radio Canale Italia. In studio, con Ciro Amitrano, Pasquale Caputo e chi scrive, Ciro Scognamiglio, giornalista di strada. La registrazione andrà in onda venerdì, nella fascia dalle 22 alle 24. A noi sono stati affidati dodici minuti. Dodici minuti, gli stessi che il 15 settembre 2026, davanti a quella serranda di via Giacomo Leopardi 249, a Fuorigrotta, Rione Lauro, avevamo utilizzato per ascoltare Pasquale. E già l’8 settembre avevamo scelto una parola per entrare in questa storia: MALTRATTATI.

Non siamo andati in radio per costruire un processo parallelo. Non siamo giudici, non sostituiamo sentenze e non trasformiamo una sofferenza personale in un verdetto. Abbiamo fatto il mestiere più antico del giornalismo: ascoltare, mettere in fila gli atti, distinguere i fatti dalle dichiarazioni e soprattutto formulare domande.

La strada si chiama Giacomo Leopardi. Quasi una coincidenza letteraria. Viene spontaneo pensare allo Zibaldone e, per altra via, al fanciullino di Giovanni Pascoli, a quella parte dell’uomo che continua a chiedere perché anche quando tutti gli altri hanno smesso di farlo. Ma noi, con Pasquale Caputo, non abbiamo incontrato uno zibaldone. Abbiamo incontrato ciò che lui vive come un enorme mappazzone di carte, atti, notifiche, ricorsi, attese, risposte e silenzi.

Le date che Pasquale continua a ripetere sono diventate pietre della sua memoria: 10 aprile 1981, 19 maggio 1981, 13 agosto 1995, poi il nodo delle notifiche del 2008 e il 2015, quando racconta di non aver votato perché si sentiva senza patria e senza un documento capace, nel suo racconto, di restituirgli appartenenza. Pasquale scrive. Scrive ancora. E poi scrive un libro, Maltrattati dalla Giustizia. Ma il locale di via Leopardi è ancora lì.

E allora la domanda non può essere semplicemente: Pasquale Caputo ha ragione oppure ha torto? Questa risposta appartiene agli atti e ai giudici. La domanda giornalistica è un’altra: chi prende questo fascicolo e lo legge dall’inizio alla fine? Chi può dire, con parole comprensibili, quali parti della battaglia di Pasquale Caputo sono state definite, quali respinte, quali eventualmente accolte, quali prescritte, quali sono ancora giuridicamente aperte e quali, invece, appartengono ormai soltanto alla memoria dolorosa di un uomo?

Perché anche una risposta come «qui lo Stato ha deciso definitivamente» è una risposta. Può essere dolorosa, può non piacere, può essere contestata attraverso gli strumenti previsti dalla legge, ma almeno è una risposta. Ciò che non può diventare normale è che un cittadino arrivi al 2026 continuando a vivere dentro carte nate quando l’Italia pagava ancora in lire, senza riuscire a comprendere dove finisca il diritto e dove cominci ormai soltanto la memoria.

Questa storia ci ha fatto usare una parola difficile: MALTRATTATI. Una parola che non può mettere sullo stesso piano vicende diverse, epoche differenti e responsabilità che devono restare rigorosamente distinte. Ma esiste un filo umano che attraversa il tempo: l’attesa della risposta.

Penso a Mario Scognamiglio, ragazzo del Novecento, rastrellato dai nazisti a diciotto anni e dieci mesi e deportato ad Auschwitz. Penso a Vincenzo Agostino, che ha attraversato decenni con la sua lunga barba chiedendo di conoscere fino in fondo verità e responsabilità per l’uccisione del figlio Nino e della nuora Ida Castelluccio. Penso alle grandi ferite della nostra storia nazionale, come Ustica, nelle quali il tempo non può diventare automaticamente sinonimo di verità raggiunta. Sono storie diversissime e non vanno confuse, ma ci insegnano qualcosa: il silenzio non può essere la risposta amministrativa della Storia.

Ed è proprio qui che arrivo al punto. Noi spesso celebriamo i morti. Commemoriamo, deponiamo corone, facciamo convegni, pronunciamo grandi parole. Ma esistono uomini ancora vivi che stanno davanti a noi e dicono: ASCOLTAMI. E allora torno a quella frase che considero il cuore di questo lavoro: PRIORITÀ AI VIVI.

Pasquale Caputo è vivo. Parla, ricorda, mostra carte, scrive, continua a chiedere spiegazioni. Può anche sbagliare qualche ricostruzione, come può accadere a chi porta sulle spalle quarantacinque anni di una vicenda personale e giudiziaria. Ma proprio per questo la risposta non può essere il silenzio. Deve essere la chiarezza degli atti.

Il giornalista non deve promettergli una vittoria. Non deve dirgli «hai ragione». Non deve trasformarsi nel suo avvocato o nel suo giudice. Deve fare una cosa più difficile: chiedere a chi ha competenza di rispondere.

Dodici minuti davanti a una serranda il 15 settembre. Dodici minuti oggi davanti ai microfoni della radio. Prima ancora il nostro lavoro dell’8 settembre. Forse sono pochi. Ma possono bastare per impedire che il silenzio diventi l’unica versione disponibile dei fatti.

La giustizia degli uomini può arrivare tardi. La fede non mi autorizza a sostituirmi al giudice. Mi obbliga, però, a non passare dall’altra parte della strada quando un fratello uomo mi dice: «ASCOLTAMI».

Perché un uomo che dice ascoltami non chiede al giornalista una sentenza. Chiede soltanto che nessuno faccia finta di non averlo sentito.

Prof. Ciro Scognamiglio
Giornalista di strada

LONTANI — LA TRAVERSATA

FUORITEMPO — AFORISMA DI FEDE

La fede non mi dice chi abbia ragione in un tribunale. Mi dice soltanto che, se un uomo è ancora vivo e mi chiama, non posso passargli accanto come se fosse già memoria.

https://www.tiktok.com/@ciroscognamiglio1954/photo/7690967350564146464?is_from_webapp=1&sender_device=pc

Rispondi