ARTE · COSTUMI
MARIO GAROFALO
L’ARTE PRIMA DI OGNI DEFINIZIONE
Dal volto alla materia, dal gesto al pensiero
Ci sono artisti che si raccontano attraverso la biografia. Con Mario Garofalo preferisco cominciare dalle opere.
Perché davanti a un quadro la prima domanda non dovrebbe essere: chi è l’uomo che lo ha dipinto? Dovrebbe essere: che cosa ha visto l’artista che io non avevo ancora visto?
È da qui che sono partito osservando i lavori di Mario. All’inizio cercavo soprattutto il ritrattista. Poi, mettendo insieme le opere, ho dovuto correggere il mio stesso sguardo.
Dentro questa pittura non c’è un solo Mario. C’è il disegno essenziale. C’è il volto costruito quasi per sottrazione. C’è il colore che improvvisamente invade la figura. C’è la materia. C’è il paesaggio. C’è il simbolo. C’è perfino un momento nel quale l’uomo scompare e rimane soltanto lo spazio con la sua domanda.

IL PENNELLO E LA TESTA
Mario Garofalo conduce il pennello attraverso il movimento della bocca.
È un fatto. E bisogna avere il coraggio di dirlo con naturalezza, perché appartiene concretamente al suo gesto pittorico. Ma sarebbe un errore enorme trasformarlo nella spiegazione della sua arte.
Il movimento della testa conduce il pennello. La mente dell’artista conduce l’opera.
Perché il pennello, qualunque sia il modo con cui viene mosso, resta uno strumento. Prima del segno esiste una decisione. Prima del colore esiste una visione. Prima della figura esiste una scelta. La pittura nasce prima del movimento che la rende visibile.
Non bisogna chiedersi continuamente: come riesce a farlo? Bisogna finalmente domandarsi: che cosa sta facendo? Perché ha scelto quel volto? Perché quel rosso? Perché quel bianco lasciato quasi intatto? Perché quella linea? Perché quell’uomo deve guardarci proprio così?
Quando arriviamo a queste domande non stiamo più parlando di una tecnica particolare. Stiamo parlando d’arte.
IL VOLTO COME TERRITORIO
Una parte importante della ricerca di Mario passa attraverso il ritratto. Ma non mi sembra interessato alla semplice somiglianza fotografica.
In alcuni lavori il volto nasce da pochi segni. Capelli, occhi, bocca, barba, rughe. Il resto quasi scompare. Il bianco del supporto rimane visibile e diventa esso stesso spazio pittorico. Il ritratto non dice soltanto: quest’uomo è fatto così. Dice: quest’uomo è qui. Guardalo.

In altri lavori accade qualcosa di completamente diverso. Il colore prende il sopravvento. Rossi, aranci, blu, gialli entrano nel viso e smettono di comportarsi come semplici colori della pelle. Diventano tensione. Il volto resta riconoscibile, ma viene attraversato dalla pittura.
COURBET: LA REALTÀ NON HA BISOGNO DI TRAVESTIRSI
Il nome di Gustave Courbet mi era venuto incontro prima ancora di vedere l’intero gruppo delle opere. Oggi lo terrei, ma con maggiore precisione.
Mario non dipinge come Courbet. Il confronto non è stilistico. Courbet ci interessa perché impose una convinzione radicale: la realtà non deve diventare nobile per meritare la pittura. L’uomo comune. Il volto comune. Il lavoro. La terra. La materia. La vita quotidiana. Tutto può entrare nell’arte senza chiedere permesso.
Ed è in questa dignità della presenza che sento un possibile punto di contatto. Mario guarda persone. Le isola. Le interpreta. A volte le lascia quasi nude davanti allo spettatore, senza costruire intorno a loro una scenografia che le renda più importanti. Sono importanti perché esistono.

SIMONA ATZORI: QUANDO IL GESTO SCOMPARE
Poi c’è Simona Atzori. Il confronto qui non nasce principalmente dalla pittura di Mario. Nasce dal rapporto fra pensiero, corpo e gesto artistico.
Simona dipinge con i piedi. Mario conduce il pennello attraverso la testa. Se ci fermassimo qui avremmo capito pochissimo di entrambi.
Perché il vero risultato arriva quando, osservando l’opera, dimentichiamo il modo in cui è stata realizzata. Il gesto scompare. Resta il quadro. Resta la composizione. Resta il colore. Resta la decisione dell’artista.
Guardando Simona Atzori nel racconto di Domenico Iannacone, ciò che mi colpisce è proprio questo passaggio. All’inizio l’occhio inevitabilmente osserva il gesto. Poi accade qualcosa: non guardi più il piede. Guardi l’opera. È quello il momento in cui l’arte ha vinto.
NON SOLO RITRATTI
Ma sarebbe ancora riduttivo definire Mario soltanto attraverso il volto. Tra le opere osservate ce ne sono almeno due che cambiano completamente il discorso.

Una scena urbana, dominata da una struttura verticale che sembra aprire le proprie braccia sopra automobili, edifici, strada.

E soprattutto quel cielo attraversato dalle nuvole, dentro il quale una scala bianca conduce verso una forma nera. Non voglio decidere io che cosa significhi. La critica deve anche sapere quando fermarsi.
Ma visivamente quell’opera contiene una tensione precisa. C’è un percorso. C’è un’ascesa. C’è un punto verso cui andare. E c’è una forma oscura che non sappiamo se rappresenti una porta, un ostacolo, un arrivo o un’assenza. Qui Mario smette di descrivere. Interroga.
IL MIO MESTIERE È GUARDARE
Non sono un critico d’arte e non intendo diventarlo per l’occasione. Ho passato una vita a guardare immagini, a curare fotografie, a insegnare e a raccontare persone; conosco però il limite del mio mestiere.
Davanti alle opere di Mario Garofalo posso osservare, mettere insieme, interrogarmi e indicare ciò che ha costretto il mio sguardo a fermarsi. Non devo assegnargli un posto nella storia della pittura.
Quello spetterà, eventualmente, a chi possiede strumenti critici che io non rivendico. Potranno farlo pittori, docenti, studiosi, colleghi dell’Accademia. Sarà interessante ascoltarli.
Il mio mestiere è aver visto qualcosa e aver detto agli altri: guardate anche voi.
IL PROFESSORE TORNA AL BANCO
Io ho trascorso la vita fra studio, insegnamento, immagini, fotografia, osservazione. E tuttavia davanti a Mario mi accorgo che il professore può ancora tornare al banco. Anzi, deve tornarci.
Guardo Simona Atzori. Guardo Mario. Guardo persone capaci di trasformare il proprio pensiero in un linguaggio che non avevo previsto. E mi domando quanto altro avrei potuto fare io stesso se avessi preteso ancora di più da me.
Non è rimpianto. È esame.
«Gli esami non finiscono mai.»
Eduardo De Filippo
Il professore che smette di sostenere esami ha smesso anche di imparare. Io preferisco restare sotto esame.
UN INVITO A MAURIZIO PALUMBO
E qui mi fermo un passo prima del giudizio specialistico.
Maurizio Palumbo, professore e pittore, persona speciale che conosco e stimo: io ho fatto il mio mestiere. Ho guardato, raccolto, ordinato e raccontato.
Adesso vorrei che tu facessi il tuo.
Non ti chiedo se queste opere ti piacciono. Ti chiedo di guardarle da pittore e da docente e di dirci che cosa vi leggi. Io mi fermo dove finisce il giornalista. Da lì, se vorrai, comincia il professore di Pittura.
IL MUSEO DELL’ANNO 3000
Oggi siamo nel 2026. Fra 974 anni qualcuno potrebbe entrare in un museo dell’anno 3000. Non conoscerà le nostre piccole classificazioni. Non conoscerà molte delle parole con cui oggi continuiamo a dividere gli uomini.
Vedrà una tela. Si fermerà. E non gli interesserà sapere quale movimento abbia condotto il pennello. Chiederà: chi era questo artista? Che cosa aveva visto? Perché ha lasciato proprio questo segno?
Se quel quadro riuscirà ancora a rispondere, Mario Garofalo avrà attraversato il proprio tempo.
Perché l’arte non chiede indulgenza. Non chiede pietà. Non chiede eccezioni. Chiede soltanto una cosa: continuare a parlare quando l’artista e chi lo ha guardato non ci saranno più.
Io l’ho incontrato così. Adesso guardatelo voi.

Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista
LONTANI — LA TRAVERSATA
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