di Prof. Antonio Marfella
La crisi della plastica riciclata non è una questione marginale né esclusivamente economica. È un segnale che dovrebbe obbligarci a osservare con estrema attenzione ciò che sta accadendo nella gestione dei rifiuti in Italia e, in particolare, in Campania.
Il 23 settembre 2026 Open ha documentato una situazione paradossale: mentre aumenta la raccolta differenziata della plastica, la materia prima seconda prodotta in Italia incontra crescenti difficoltà di mercato. Il PET importato dall’Asia o dall’Egitto può risultare sensibilmente meno costoso di quello riciclato nel nostro Paese, mentre gli impianti rallentano e i magazzini si riempiono.
Quando il riciclo non trova più uno sbocco economicamente sostenibile, la domanda diventa inevitabile: dove finirà ciò che continuiamo correttamente a differenziare?
È proprio in questa fase che ritengo necessario vigilare sull’eventuale incremento del ricorso all’incenerimento e alla valorizzazione energetica dei rifiuti. In Campania il tema riguarda innanzitutto l’impianto di Acerra e, più complessivamente, tutti gli impianti autorizzati a utilizzare determinate tipologie di rifiuti come combustibile.
Occorre conoscere numeri, quantità, autorizzazioni e variazioni dei flussi. Non bastano rassicurazioni: servono dati pubblici verificabili.
GLI INCENDI E LA DOMANDA CHE NON POSSIAMO EVITARE
Parallelamente assistiamo da tempo a incendi di rifiuti e roghi che interessano territori storicamente associati alla Terra dei Fuochi e altre zone della Campania.
Davanti a fenomeni ripetuti, la mia preoccupazione è che non sia sufficiente considerarli sempre e soltanto come episodi isolati.
Quanti incendi sono dolosi? Chi li provoca? Quali materiali bruciano? A chi appartengono? Qual è la loro provenienza? Esistono interessi economici dietro una parte di questi fenomeni?
Sono domande alle quali devono rispondere indagini, analisi ambientali e atti giudiziari. Sarebbe scorretto trasformare un’ipotesi in una sentenza; sarebbe altrettanto sbagliato rinunciare a porre le domande.
La criminalità ambientale ha dimostrato storicamente di saper trasformare il rifiuto in merce e il territorio in luogo di profitto. Per questo ogni nuova emergenza richiede controlli ancora più rigorosi.
E POI C’È IL GARIGLIANO
Nel dibattito sul ritorno del nucleare in Italia esiste inoltre una questione che considero essenziale: prima di parlare del futuro bisogna guardare ciò che abbiamo ancora nel presente.
La centrale nucleare del Garigliano, a Sessa Aurunca, è in fase di decommissioning. Nel sito sono tuttora gestiti rifiuti radioattivi in depositi temporanei e sono in corso attività legate allo smantellamento dell’impianto e alla realizzazione di ulteriori strutture temporanee di stoccaggio.
Questi sono fatti.
Da medico e ambientalista pongo allora una domanda diversa: in un territorio regionale che convive anche con fenomeni vulcanici e sismici, quali scenari estremi vengono presi in considerazione nella pianificazione della sicurezza?
Non affermo che un evento ai Campi Flegrei provocherebbe automaticamente un incidente al Garigliano. Una simile conclusione richiederebbe studi tecnici specifici e verifiche delle autorità competenti.
Chiedo però che i cittadini possano conoscere le valutazioni di rischio, i criteri antisismici, i sistemi di contenimento, i piani di emergenza e gli scenari considerati dagli organismi responsabili della sicurezza nucleare.
Perché sul nucleare una sola parola deve precedere tutte le altre: trasparenza.
PRIMA I DATI, POI LE SCELTE
Non possiamo discutere seriamente di ambiente partendo dagli slogan.
Dobbiamo sapere quanta plastica viene raccolta, quanta effettivamente riciclata, quanta esportata, quanta utilizzata come combustibile e quanta resta negli stoccaggi.
Dobbiamo conoscere natura e origine dei materiali coinvolti negli incendi.
Dobbiamo sapere quale sia lo stato reale dei siti nucleari italiani ancora in decommissioning e quali garanzie siano previste per i rifiuti radioattivi che vi rimangono temporaneamente.
Prima di costruire nuove promesse energetiche, rendiamo trasparente ciò che abbiamo già costruito, utilizzato e lasciato alle generazioni successive.
Non serve alimentare paura. Serve conoscenza. Non servono silenzi. Servono numeri, controlli, prevenzione e responsabilità pubblica.
Perché Terra dei Fuochi non si spegne semplicemente spegnendo le fiamme.
Si spegne eliminando le condizioni economiche, criminali e amministrative che consentono al rifiuto di diventare profitto a danno della salute e dell’ambiente.
Prof. Antonio Marfella
Medico oncologo – ISDE, Medici per l’Ambiente
24 settembre 2026
NOTA DELLA DIREZIONE
Questo intervento è pubblicato come contributo autonomo del Prof. Antonio Marfella. Le analisi, le valutazioni e gli interrogativi espressi appartengono all’autore.
Il nostro compito è ospitare voci competenti, verificare i fatti e lasciare aperto il confronto. Non facciamo guerre personali: facciamo giornalismo.
La Direzione

Lascia un commento