COSTUMI
ANTROPOLOGIA DEL QUOTIDIANO • FONDO • NAPOLI, 19 SETTEMBRE 2026
IL SANGUE SI È SCIOLTO. MA NOI UOMINI?
Da Mario Scognamiglio a Gustavo Herman. Dal Regio Lagno alla Fisica nucleare. Ad Angelo Renzi, fratello e maestro, e ai giovani del nostro tempo.
Mario Scognamiglio e Gustavo Herman: due storie diverse, un’eredità di lavoro, conoscenza e responsabilità.
OGGI, IN CASA, DAVANTI A UNA FOTOGRAFIA
Oggi sono in mutande, a casa, con le gambe a riposo. Scrivo e penso: altrimenti sarei per strada a vagabondare con la macchina fotografica, magari a fare qualche spesa inutile. Fuori c’è un mondo che ha fame, e io continuo ad avere fame di conoscenza. Davanti a me c’è una fotografia. Mio padre Mario e Gustavo Herman. Se non racconto chi erano, resta soltanto una bella immagine ingiallita. Se li racconto per intero, quella fotografia diventa una domanda rivolta al presente.
MARIO E GUSTAVO: NESSUN SANTINO
Il liberato da un campo nazista era mio padre Mario. Meccanico collaudatore, per permettere a noi figli di studiare affrontava un altro lavoro dalle cinque del pomeriggio alle tre di notte. La sua lezione non era una predica: era il corpo stanco di un uomo che continuava a mantenere una promessa ai figli. Gustavo Herman era il mio maestro di Fisica, uomo di scienza e di militanza comunista marxista-leninista, di orientamento maoista. Nella mia memoria c’è anche la sua scelta di dedicarsi ai giovani anziché seguire il Progetto San Marco. Non nascondo le sue idee e non devo assolverlo né condannarlo per poter raccontare quello che mi ha insegnato. La storia italiana è fatta di persone intere, non di figurine da conservare soltanto quando ci somigliano. Mario e Gustavo non erano lo stesso uomo. Mi hanno insegnato, con mezzi diversi, che sapere e lavorare hanno senso se servono qualcuno.
1968: IL REGIO LAGNO NON ERA UNA MATERIA
Angelo Renzi, oggi scrivo anche per te. La sede centrale del Volta era a Napoli, a Santa Maria alla Fede. Noi frequentavamo la succursale di San Giorgio a Cremano, in via Manzoni: i primi due anni insieme. Il Regio Lagno, tra Barra e San Giorgio, il fango, le buste ai piedi per arrivare a scuola. Non era un esercizio di resilienza inventato a tavolino. Era il tragitto quotidiano. Poi il Righi di Napoli, in viale Kennedy, zona Mostra d’Oltremare: il corso sperimentale di FISICA NUCLEARE, il laboratorio, la materia, il metodo. Angelo continuò quel viaggio fino al quinto anno. Io, dopo il ritorno dal confine — che ho raccontato nel mio libro — andai ad abitare a Napoli. Cambiò la distanza, non la direzione.
DUE PADRI CHE PEDALAVANO PER IL FUTURO
Il mio Mario lavorava anche di notte. Il padre di Angelo percorreva in bicicletta le strade notturne per il suo lavoro di vigilanza presso negozi e vie. Noi arrivavamo in aula perché altri, quando la città dormiva, continuavano a lavorare. Non era una favola su una generazione perfetta. Era un patto concreto fra lavoro e istruzione. Nessuno si forma da solo. E la scuola che ci aprì la porta della Fisica nucleare non può diventare il monumento alla nostra giovinezza: deve ricordarci che ogni ragazzo ha bisogno di una porta altrettanto vera.
I COMPAGNI CHE NON HANNO POTUTO INVECCHIARE
Luciano Limatola. Vincenzo Gaballo. Bruno Zazzera. Salvatore Paldo, detto Mario. Amici di allora, già saliti da anni alla Casa del Padre. Non erano vecchi. Non hanno avuto il tempo di esserlo. Li nomino perché la memoria di una classe non è fatta soltanto da chi resta a parlare: è fatta anche da chi ha lasciato un posto vuoto. Angelo, quando dico «noi», ci sono anche loro.
UN COLTELLO A SCUOLA: LA DOMANDA PRIMA DEL CONTROLLO
Oggi il racconto pubblico di un’aggressione a una docente da parte di un tredicenne riporta in primo piano i coltelli, i controlli, i metal detector. Proteggere chi entra a scuola è un dovere; un controllo può avere una funzione precisa. Ma il controllo all’ingresso non è un progetto educativo. Chi ha incontrato quel ragazzo prima? Chi ha ascoltato la docente prima che il pericolo diventasse violenza? Chi accompagna le famiglie senza assolverle automaticamente e senza trasformarle in imputate sulla base di poche notizie? Non conosco abbastanza quel nucleo familiare per emettere sentenze. Conosco però la domanda che un ex preside deve fare anche a se stesso: quando la scuola chiede aiuto, chi risponde? Un metal detector cerca il metallo. Un’istituzione educativa deve cercare la persona.
NON SIAMO STATI MIGLIORI PER DIRITTO DI NASCITA
Il 1968 non ci rende superiori ai ragazzi del 2026. Il Novecento non fu innocente: guerra, campi, ideologie, conflitti, errori. Eppure, dentro quella storia, abbiamo incontrato padri e maestri capaci di aprire possibilità. Gustavo non mi ha chiesto di diventare la sua copia; la Fisica mi ha insegnato a verificare. Angelo ha percorso la scienza, la storia, l’iconografia, la teologia. Io ho attraversato scuola, ricerca, giornalismo e fotografia. Le nostre strade sono complementari. La domanda è se noi adulti abbiamo saputo restituire ai giovani la libertà intellettuale che ci fu consegnata. Non possiamo pretendere rispetto per il passato senza assumerci responsabilità per il presente.
SAN GENNARO E IL SANGUE DEGLI UOMINI
Oggi Napoli guarda San Gennaro. Io, napoletano, penso al sangue che non dovrebbe essere versato: nelle guerre, nelle strade, nelle scuole. E immagino Gennarino che ascolta i nostri mappazzoni di dichiarazioni, le dispute e le promesse, e alla fine sbotta: «Ma mi facite ’o piacere! Jate a faticà pe’ ll’uommene!». La fede non mi esonera dal lavoro umano. Se si scioglie il sangue del santo, non si sciolgono da sole le nostre indifferenze. Il miracolo non è una delega a qualcun altro per educare, proteggere, servire.
ANGELO, IL TEMPO CHE RESTA È TEMPO DA DARE
Dall’11 agosto, quando ho compiuto 72 anni, sono stato preso da tutte e tutti. Scrivo, ascolto, studio, fotografo; e a volte perdo di vista proprio il cuore di chi mi vuole bene. Come te. Ti chiedo scusa, fratello mio. Proust andava alla ricerca del tempo perduto; io vorrei imparare a non perdere quello che resta: una telefonata, un caffè, una discussione sulla Fisica, una domanda sulla fede, il ricordo dei nostri amici. Sono il tuo fratellone più grande, ma resto anche un tuo allievo. Dovrei somigliarti un poco di più nella mente libera, nella disciplina dello studio, nella fedeltà agli affetti. Grazie, Angelo, per il Volta, il Righi, il Regio Lagno, la Fisica nucleare e per esserci ancora. Ai giovani non consegno la nostalgia: consegno la responsabilità di cercare maestri e di diventare, a loro volta, capaci di accompagnare altri. VIVERE PER SERVIRE E NON SERVIRE PER VIVERE. Shalom, fratello mio.
Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista
Lontani — La Traversata | lontanilatraversatablog.com | +39 324 092 0885
COSTUMI • PERSONE · STORIE · VALORI


Lascia un commento