FOTOGRAFIA VAGABONDA — IL RITRATTO GUARDA PRIMA DI ESSERE GUARDATO
2007. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Quando riapro il mio archivio fotografico, qualche volta penso che forse ero nato per fare il paparazzo. Poi mi correggo: più che inseguire la gente, mi è sempre piaciuto guardarla negli occhi.
Qualche anziano, vedendomi fotografare, scherzava: «Professore, preparate già la fotografia per la nicchia!». E qualche fotografia, con gli anni, alla nicchia è arrivata davvero. È il paradosso del ritratto: ferma un istante vivo e, proprio per questo, diventa memoria. Nei piccoli cimiteri dei nostri paesi la morte e la luce quasi convivono; nei grandi cimiteri monumentali, invece, anche la fotografia entra nell’architettura del ricordo. E lì Totò, con ‘A livella, continua a ricordarci che alla fine titoli, gradi e vanità restano fuori dalla porta.
Ma il ritratto non nasce per il cimitero. Nasce per raccontare una presenza. Nadar cercava il carattere; Julia Margaret Cameron trasformava i volti in apparizioni; August Sander costruiva attraverso le persone il ritratto di una società; Yousuf Karsh lavorava sulla personalità; Irving Penn sull’essenzialità; Richard Avedon arrivava quasi a togliere tutto pur di lasciare davanti all’obiettivo soltanto l’uomo.
E il Professore? Copia. Ma copia come si dovrebbe copiare: studiando. Guarda i grandi, prova a capire luce, ombra, distanza, occhi, silenzio. Poi torna per strada e sbaglia per conto proprio.
Questa ragazza era una mia studentessa. Anno 2007. Oggi non mi interessa soltanto ricordare com’era: mi interessa ancora quella luce sul volto e quello sguardo che attraversa quasi vent’anni.
Forse è questo il Ritratto: una persona passa. Lo sguardo, qualche volta, resta.
Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista
Fotografia Vagabonda


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