IL PARERE DEL PROFESSORE
Una volta a settimana: fatti, bugie e mondo reale.
Due piccoli tecnici di laboratorio mi aiutano a spiegare la gravità. Ma la lezione di oggi non riguarda solo Newton: riguarda l’uomo, la verità e le bugie che governano il mondo.
Sono entrato in classe e ho presentato la programmazione: VERITÀ — FATTI. La classe è anomala. La mia sQuola è zoppa della C, il Professore è anomalo e non potevano essere normali neppure gli allievi. Mammiferi quasi tutti; due ovipari; due bambini, mammiferi anche loro, promossi sul campo Tecnici di Laboratorio per la Fisica. Hanno palline colorate e devono aiutarmi a spiegare la gravità.
Io, davanti alla lavagna, sono semplicemente quello che sono: Preside Professore Ciro Scognamiglio, residuo lucido — spero — di un Neanderthal terrestre, passato dalla clave alla BIC, dalla Olivetti 68 al computer, dal telefono figlio di Marconi al cellulare costruito anche con terre rare, e infine arrivato all’Intelligenza Artificiale. La materia? Scienza, Storia, Filosofia. Antropologia del vicolo.
1 — «FATTE CU CHI È MEGLIO ’E TE E FACCE ’E SPESE»
Così mi insegnavano i miei mentori. Non era una formula per scegliere gli amici ricchi o potenti. Significava: frequenta chi può insegnarti qualcosa, e se devi pagare il prezzo della conoscenza, pagalo. Ma guardati dai cattivi maestri e dai cattivi Sapiens.
Per questo torno su Sigfrido Ranucci. Non m’interessa trasformare questa pagina nell’ennesima curva da stadio: destra contro sinistra, amici contro nemici. Sono stato giornalista molto prima di entrare, ormai vecchio, nell’Ordine. E una cosa mi è rimasta addosso: il giornalista deve poter parlare con tutti, anche con fonti difficili; ma deve sapere sempre perché le frequenta, quale distanza mantiene e che cosa può documentare.
Il 13 settembre Ranucci ha dichiarato di non avere mai avuto interessi economici negli affari di Valter Lavitola e di avere agito in un rapporto di amicizia; ha anche detto di ritenere giusto che i magistrati lo ascoltino nuovamente. Questo è ciò che possiamo riportare come fatto dichiarato. Fonte: ANSA, 13 settembre 2026.
Il resto non lo trasformo in sentenza. Non sono magistrato. Sono giornalista. Ma proprio per questo posso porre una domanda professionale: quanto costa, a chi racconta il potere, non soltanto essere indipendente, ma apparirlo attraverso comportamenti verificabili?
Ai miei tempi, se i miei maestri o i miei allievi mi avessero visto troppo vicino a personaggi dei quali poi pretendevo di raccontare pubblicamente fatti e responsabilità, mi avrebbero fatto le pulci. E avrebbero fatto bene.
Io ho anche ricordi personali. Ricordi della Regione Campania, di incontri ai quali ero presente, di persone che possono ricordare la stessa scena. Non li uso qui come prova di qualcosa che non dimostrano. Se un giorno serviranno a raccontare un fatto, prima vengono gli atti, poi i testimoni, infine la mia memoria. Non il contrario.
Sigfrido, io aspetto ancora che tu parli anche di noi: dei disabili, degli zoppi, delle categorie che raramente diventano prima pagina. Una volta sedevo davanti a te con due uomini in carrozzina e lo scrivente, zoppo, con i bastoni. Non avevamo scorte. Avevamo soltanto storie.
Non pubblico fotografie per costruire insinuazioni. Non ho né soldi né tempo per guerre giudiziarie inutili. Ho carta, memoria, testimoni e pazienza.
Ma facciamo i seri.
Il giornalismo non è santità e non è dannazione. È mestiere. E il mestiere vive di una cosa terribilmente semplice: distinguere ciò che sappiamo da ciò che pensiamo di sapere.
2 — AMODEI: FERMARE LA MACCHINA O GOVERNARE L’UOMO?
E poi arriva Dario Amodei. Qui devo correggere persino la provocazione iniziale del Professore, perché i fatti vengono prima del titolo: Amodei non sta chiedendo semplicemente di spegnere l’AI e chiudere i laboratori. Nel suo saggio We Must Pace the Frontier scrive che “pacing” non significa fermare l’addestramento o il progresso tecnico, ma dare tempo sufficiente alla sicurezza e alle verifiche indipendenti; propone valutatori esterni inseriti nei laboratori, coordinamento tra le aziende e cooperazione internazionale. Fonte: Dario Amodei, We Must Pace the Frontier.
Il problema è reale. Anthropic ha pubblicato il 10 settembre un rapporto sui casi di uso improprio di Claude, includendo attività informatiche, sorveglianza, frodi, armi convenzionali e casi di possibile uso biologico duale; l’azienda precisa anche che la stessa conoscenza biologica può servire a fini benefici oppure dannosi e che l’intenzione non è sempre immediatamente distinguibile. Fonte: Anthropic, Threat Intelligence Report, settembre 2026.
Ed ecco la domanda del Professore del vicolo: Dario, rallentiamo pure. Ma chi rallenta quelli che non rispettano le regole?
Se un laboratorio serio chiude una porta, se un’azienda responsabile aggiunge controlli, se uno Stato democratico impone verifiche, che cosa facciamo con chi prova ad aggirare quella porta?
È qui che il discorso torna sempre allo stesso animale: l’uomo. La clave non dichiarò guerra a nessuno. La penna non scrisse da sola una condanna. La Olivetti 68 non inventò la propaganda. Il computer non decise autonomamente di truffare. Il cellulare non ordinò da sé lo sfruttamento delle materie prime con cui fu costruito. E l’AI non nasce con un certificato di santità né con le corna del diavolo.
Sono strumenti. Poi arriva il Sapiens. Quello sì che merita qualche lezione supplementare.
Ma facciamo i seri.
La questione non è soltanto quanto sarà intelligente una macchina. La questione è quanto sarà responsabile l’uomo che la possiede, la programma, la vende, la compra, la governa o tenta di aggirarne i limiti.
Io vivo al Decumano e in periferia, tra vicoli ed ex case abusive. Non possiedo un laboratorio della Silicon Valley e non devo spiegare a un amministratore delegato come si addestra un modello. Ma ho settantatré anni di una piccola esperienza: per diventare ciò che sono ho dovuto combattere contro ostacoli che nessun algoritmo aveva inventato.
Sono stato chiamato zoppo. E zoppo sono. Ma Ciro lo zoppo non è né santo né vittima. È un uomo che ha preteso per sé e per gli altri il diritto di studiare, lavorare, insegnare, dirigere, scrivere, fotografare e rompere — quando necessario — educatamente i cabasisi.
Per tutte e per tutti. Perciò non accetto due religioni contrapposte: quella di chi inginocchia l’uomo davanti all’AI e quella di chi presenta l’AI come il nuovo demonio.
Studio la macchina. Uso la macchina. La interrogo. La correggo. E, se un giorno pretende di sostituire il mio giudizio, stacco la corrente e torno alla candela.
Non sarebbe una vittoria del Giurassico. Sarebbe soltanto ricordare alla macchina una cosa che il Professore insegna oggi ai suoi strani allievi:
La gravità governa i corpi.
La responsabilità deve ancora governare gli uomini.
E questa, cari mammiferi e cari ovipari, è la lezione.
Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista
Preside Professore — Antropologo del vicolo
16 settembre 2026

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