FOTOGRAFIA VAGABONDA — Lettura tecnica e antropologica

Londra, 1 agosto 2014 — ore 13:34
Canon PowerShot G7 · f/3,5 · 1/50 s · 19 mm

LA TECNICA. Lo scatto è costruito su una forte orizzontalità: sei figure sedute formano quasi un unico fregio umano. Il punto di ripresa è basso, sostanzialmente alla loro altezza: non domina la scena, la osserva. Il 19 mm amplia il campo e conserva insieme figure, ambiente e relazioni spaziali. L’f/3,5 consente di lavorare in una situazione di luce non semplice, mentre 1/50 s è un tempo abbastanza lento, sostenibile grazie alla quasi immobilità dei soggetti e alla necessità di mantenere naturale la luce dell’ambiente. La costruzione visiva nasce soprattutto dalla ripetizione con variazione: sei schiene, sei posture, sei superfici pittoriche differenti. L’occhio procede da sinistra a destra come nella lettura di una frase. Colori caldi e freddi, pelle, pittura, riflessi e luce ambientale costruiscono il ritmo della fotografia.

LA LETTURA ANTROPOLOGICA. Qui il corpo non è soltanto corpo: diventa supporto culturale e superficie di comunicazione. Le figure acquistano identità attraverso ciò che portano dipinto sulla schiena; l’individuo, reale o rappresentato che sia, sembra cedere il proprio dorso a immagini, simboli e riferimenti della cultura visiva. È questo il punto che proporrei ai ragazzi: fotografare antropologicamente significa osservare il modo in cui l’essere umano rappresenta sé stesso, occupa uno spazio, comunica attraverso il corpo e costruisce relazioni con gli altri. C’è inoltre un elemento decisivo: nessuna figura guarda l’obiettivo. Non siamo davanti al ritratto tradizionale fondato sul volto e sul riconoscimento individuale. Abbiamo invece identità senza volto, affidate alle posture, alle distanze, ai gesti e alle immagini dipinte.

NOTA DI GARANZIA INTELLETTUALE. A distanza di dodici anni, la fotografia consente di affermare con certezza ciò che mostra, ma non necessariamente la natura materiale delle figure rappresentate. Esse furono osservate oltre un vetro e apparivano straordinariamente reali; tuttavia non è oggi possibile stabilire con assoluta certezza se si trattasse di persone, figure sceniche o elementi di un’installazione. Questa precisazione non diminuisce il valore dello scatto: lo rende più corretto, perché separa ciò che l’immagine documenta da ciò che la memoria può soltanto suggerire.

La fotografia, allora, pone una domanda forse ancora più interessante di «chi sono?»: «che cosa ci viene mostrato dell’umano?»

Il fotografo non deve sempre chiedere a un volto di raccontare un uomo. A volte basta osservare come l’umano occupa un metro di mondo. Quello stesso mondo che poi provo a raccontare da giornalista, attraverso le mie inchieste e le mie analisi.

Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista

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