LONTANI – LA TRAVERSATA
MESTIERI E PROFESSIONI | COSTUMI | NAPOLI, 7 SETTEMBRE 2026
PRIMA DEL FISCHIO, C’È IL LAVORO
Il Maradona si prepara a Napoli-Arsenal. Prima dei campioni, delle telecamere e dei milioni, vengono le mani, le competenze e le responsabilità di chi rende possibile lo spettacolo.
Non è un articolo contro il calcio. È un articolo a favore del lavoro. Mercoledì 9 settembre, alle 21, Napoli e Arsenal apriranno al Maradona il cammino europeo degli azzurri. Ma una partita non comincia al fischio dell’arbitro: comincia molto prima, quando lo stadio è ancora vuoto e qualcuno sta già lavorando.
LO STADIO PRIMA DELLO STADIO
C’è un momento che quasi nessuno vede. Le tribune sono vuote, il prato è lì, perfetto e silenzioso, le insegne vengono sistemate, i passaggi controllati, le attrezzature spostate, le postazioni preparate. Non c’è ancora il boato, non c’è il coro, non c’è il calciatore da fotografare. C’è il lavoro.
È quel momento che mi interessa. Non per curiosità da turista dello stadio vuoto e neppure per vantarmi di essere arrivato dove altri non arrivano. Il come e il perché io abbia potuto osservare e fotografare non aggiungono nulla al racconto. Al lettore deve interessare un’altra cosa: che dietro ogni grande evento esiste una comunità di lavoratori che arriva prima del pubblico e resta quando il pubblico è già andato via.
Il calcio di vertice muove cifre enormi: diritti televisivi, sponsor, biglietteria, comunicazione, sicurezza, logistica. Tutto vero. Ma proprio per questo, se vogliamo parlare seriamente di società, dobbiamo guardare sotto la superficie luccicante. Una macchina che muove miliardi non cammina per magia. Cammina perché qualcuno monta, misura, trasporta, controlla, pulisce, collega, verifica, aspetta e ricomincia.
IL LAVORO MIGLIORE È QUELLO CHE SPARISCE
C’è una strana ingiustizia nel lavoro ben fatto: quando riesce davvero, spesso non si vede più. Se una struttura è montata correttamente, nessuno la nota. Se una postazione funziona, nessuno domanda chi l’ha predisposta. Se il percorso è sicuro, il pubblico lo attraversa senza pensarci. Se tutto è pronto all’ora stabilita, sembra quasi che fosse già lì.
E invece dietro quel ‘già lì’ ci sono ore, responsabilità e mestiere. Ci sono persone che devono sapere cosa fare e soprattutto quando farlo. La competenza non è soltanto eseguire un ordine: è prevedere il problema prima che diventi problema. È consegnare il proprio pezzo di lavoro agli altri senza bisogno di una firma luminosa sul maxischermo.
Il lavoro migliore è spesso quello che, quando è stato fatto bene, non si vede più.
Questa è la fotografia antropologica che mi interessa. Non il volto del campione che tutti conoscono, ma la traccia di chi ha lavorato perché quel campione possa entrare in scena. Una civiltà racconta molto di sé da come guarda il lavoro invisibile: se lo considera soltanto un costo, lo umilia; se lo riconosce come sapere, responsabilità e dignità, riconosce l’uomo.
PASQUALE CAPUTO: PRIMA LA PERSONA, POI IL CASO
Tra gli uomini che conosco in questo mondo del lavoro c’è Pasquale Caputo. Mi ha chiesto lui di non separare completamente questa parte della sua vita dal percorso che stiamo raccontando con MALTRATTATI. Lo cito quindi con il suo consenso, ma con una cautela che considero un dovere verso di lui.
Pasquale mi racconta di essere impegnato da anni in attività professionali collegate agli allestimenti di eventi UEFA e di conoscere questo lavoro per esperienza concreta. Io non gli attribuisco qualifiche contrattuali, poteri o ruoli che non ho verificato sui documenti: non mi servono. Mi basta il dato umano che conosco e che lui mi autorizza a raccontare: è un lavoratore che possiede un mestiere, che si assume responsabilità e che continua a guadagnarsi il pane attraverso il proprio lavoro.
Ed è qui che la parola ‘maltrattato’ cambia prospettiva. Sarebbe troppo facile chiudere Pasquale dentro la sua vicenda giudiziaria e farlo diventare soltanto un caso. Un uomo non è il fascicolo che porta sotto il braccio. Un uomo è anche ciò che sa fare, le persone che incontra, la fiducia che riesce a meritare, il lavoro che consegna alla fine della giornata.
L’8 settembre questo giornale gli dedica un Fondo nel percorso MALTRATTATI; il 15 settembre torneremo sulla sua storia con il lavoro documentale e con le carte. Questa pagina non anticipa quelle conclusioni e non confonde i piani. Oggi Pasquale entra qui per una ragione diversa: ricordarci che prima di discutere la storia di un uomo bisogna continuare a vederne l’uomo.
NON È UNA GUERRA ALLA UEFA, NÉ AL PALLONE
Non ho alcun interesse a costruire una caricatura della UEFA o a fare il moralista davanti a ventidue uomini che rincorrono una palla. Lo sport è passione, economia, identità, spettacolo e anche lavoro. Il punto è proprio questo: non possiamo celebrare soltanto la parte più visibile della macchina e dimenticare il resto.
La grande organizzazione, con i suoi standard e le sue esigenze, rende ancora più evidente il valore delle professionalità che devono coordinarsi. E allora la domanda non è: quanto guadagna il calciatore? La domanda che interessa questa rubrica è: quante competenze devono incontrarsi perché mercoledì sera tutto possa accadere all’ora stabilita, davanti a migliaia di persone e a milioni di spettatori?
La risposta non sta soltanto nei numeri. Sta nei mestieri. Nel tecnico che controlla. Nell’operaio che sistema. Nel facchino specializzato che sa muovere ciò che non si può danneggiare. Nell’addetto che conosce tempi e percorsi. In chi lavora senza comparire nella fotografia finale. In chi deve fare bene proprio perché nessuno debba accorgersi di lui.
L’ANTROPOLOGO GUARDA DOVE LA TELECAMERA NON GUARDA
È questo, forse, il compito dell’antropologo quando entra nello stadio: togliere per un momento il pallone dal centro e rimetterci l’uomo. Non per diminuire lo spettacolo, ma per capirlo. Ogni rito collettivo ha un davanti e un dietro. Davanti ci sono le luci. Dietro ci sono le mani.
Nella nostra società abbiamo imparato a riconoscere il valore attraverso la visibilità. Chi appare vale; chi non appare sembra intercambiabile. È una delle illusioni più pericolose del nostro tempo. Ci sono mestieri nei quali l’esperienza si costruisce in anni, centimetro dopo centimetro, errore evitato dopo errore evitato. Non finiscono sui giornali perché non producono scandalo. Producono normalità. Ma la normalità è una costruzione umana, non un fenomeno naturale.
Per questo MESTIERI E PROFESSIONI non sarà la rubrica dei mestieri pittoreschi. Sarà, quando ci riusciremo, il luogo nel quale restituiamo nome e dignità al fare. Dal grande evento internazionale alla piccola bottega, dalla tecnologia alla manualità, dall’operaio al professionista: non esiste lavoro minore quando richiede responsabilità verso gli altri.
IL MESTIERE È MEMORIA, NON SOLTANTO FORZA
Un mestiere non coincide con il gesto che vediamo. Dietro una cassa spostata, una struttura montata o una postazione consegnata ci sono memoria, misura, esperienza. Il corpo impara percorsi che il manuale non può contenere tutti. L’occhio riconosce un’anomalia prima ancora che diventi guasto. La mano sa quando fermarsi. Il lavoratore esperto non è soltanto più veloce: è più capace di evitare l’errore.
Abbiamo impoverito il linguaggio quando abbiamo cominciato a chiamare ‘manodopera’ tutto ciò che non indossa una giacca e non siede a una scrivania. La mano, da sola, non lavora: lavora insieme alla testa. E quando un’organizzazione complessa pretende tempi certi, sicurezza e precisione, quella conoscenza incorporata diventa patrimonio vero, anche se non porta una laurea appesa al muro.
Questo vale nello stadio come in un’officina, in un porto, in un ospedale, in una scuola. Il lavoro è una forma di conoscenza sociale. Si trasmette, si corregge, si perfeziona. E ogni volta che trattiamo chi lavora come un pezzo facilmente sostituibile, perdiamo anche una parte della memoria che rende possibile il funzionamento delle cose.
IL DENARO REMUNERA, NON MISURA TUTTO
Il grande calcio vive di denaro e sarebbe infantile fingere il contrario. Il denaro paga contratti, imprese, servizi, salari. Serve. Ma non è capace, da solo, di misurare tutto ciò che vale. Il prezzo di una prestazione non contiene la dignità di chi la compie, la fatica accumulata, l’orgoglio del lavoro ben consegnato, la responsabilità verso chi viene dopo.
Per questo non mi interessa opporre romanticamente il lavoratore al calciatore. Sarebbe un’altra caricatura. Mi interessa una gerarchia più semplice: prima di giudicare il valore di una persona dalla luce che riceve, guardiamo la responsabilità che porta. Ci sono uomini quasi invisibili che reggono sulle spalle pezzi essenziali di una macchina enorme.
TUTELARE CHI LAVORA È PARTE DEL RACCONTO
Raccontare il lavoro significa anche sapere dove fermarsi. Il giornalismo non dovrebbe usare una persona per ottenere una fotografia in più, un dettaglio in più, una riga in più. Se una notizia può essere raccontata senza esporre inutilmente chi lavora, quella prudenza non è censura: è responsabilità.
Per questo non mi interessa pubblicare badge, accessi, procedure, nomi di responsabili o dettagli che nulla aggiungono alla sostanza. Non devo dimostrare al lettore come sono arrivato a vedere ciò che ho visto. Devo rispondere della correttezza di ciò che scrivo. E soprattutto non devo trasformare un collaboratore o una fonte in un bersaglio soltanto per rendere più rumoroso il mio articolo.
Pasquale, in questa pagina, non è un lasciapassare e non è un trofeo. È una persona che lavora. Il fatto che altrove chieda giustizia non cancella il suo mestiere; il suo mestiere non risolve automaticamente la sua domanda di giustizia. Sono piani diversi e proprio per questo vanno rispettati entrambi.
IL MARADONA VUOTO DICE PIÙ DEL MARADONA PIENO
Le immagini dello stadio ancora vuoto, in fondo, raccontano più di quanto sembri. Proprio l’assenza del pubblico permette di vedere la struttura. Il silenzio fa emergere il lavoro. Quando arriveranno le squadre e partiranno le televisioni, il nostro sguardo verrà naturalmente catturato dal gioco. Oggi, invece, possiamo permetterci di guardare il prima.
E nel prima c’è una lezione che va molto oltre Napoli-Arsenal. Ogni volta che diciamo ‘evento’, dovremmo provare a tradurre quella parola in persone. Ogni volta che diciamo ‘organizzazione’, dovremmo ricordare che significa responsabilità distribuite tra uomini e donne. Ogni volta che diciamo ‘spettacolo’, dovremmo domandarci chi ha lavorato per renderlo possibile.
Lo stadio vuoto non è assenza. È preparazione. È il tempo nel quale il lavoro costruisce le condizioni perché, qualche ora dopo, tutto sembri semplice. E forse proprio questa semplicità apparente è la firma più alta di chi ha lavorato bene.
FUORITEMPO
Mercoledì il pallone rotolerà e lo stadio tornerà a essere ciò che tutti conosciamo: rumore, colori, paura, gioia, rabbia, risultato. Io però voglio conservare anche l’immagine del giorno prima. Quella in cui il Maradona non chiede ancora chi vincerà. Chiede soltanto che ciascuno faccia bene il proprio lavoro.
Forse è questa la partita che dovremmo imparare a raccontare più spesso. I campioni hanno già telecamere, contratti e titoli. Gli altri hanno soprattutto il mestiere. E una società che dimentica il mestiere finisce, prima o poi, per dimenticare anche la dignità dell’uomo.
Prima del fischio c’è il lavoro. Dopo il fischio, ricordiamoci almeno che c’è stato.
Prof. Ciro Scognamiglio – Scrittore · Giornalista
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Riscontro essenziale: SSC Napoli / UEFA – Napoli-Arsenal, 9 settembre 2026, ore 21, Stadio Diego Armando Maradona.

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