LA SCUOLA ZOPPA
1960–2026: sessantasei anni di riforme e ancora la parola “emergenza”

Immagine simbolica per il blog — Ciro Scognamiglio e il Presidente della Repubblica
Avevo sei anni quando entrai in prima elementare. Era il 1960.
Sessantasei anni dopo, alla vigilia dell’apertura di un nuovo anno scolastico, sento ancora parlare di cattedre da completare, ore da distribuire, insegnanti che si spostano da una scuola all’altra, organici da assestare, edifici da rendere pienamente utilizzabili, calendari da adattare.
Non voglio raccontare la mia storia.
Sono stato professore e dirigente scolastico. Oggi non mi interessa dimostrare ciò che ho fatto. Mi interessa capire ciò che vedo.
E quello che vedo mi pone una domanda semplice:
Come è possibile che, dopo sessantasei anni di riforme, autonomia, digitalizzazione, progetti e nuovi ordinamenti, all’apertura dell’anno torni ancora la stessa parola: emergenza?
In Campania le lezioni inizieranno ufficialmente il 15 settembre 2026. Ma io non voglio sapere soltanto quando apre una scuola. Voglio sapere come apre.
Con tutti i docenti? Con il sostegno necessario? Con continuità? Con palestre e spazi utilizzabili? Con una comunità educativa capace di riconoscere un ragazzo prima che diventi soltanto un numero, un voto o un caso di cronaca?
PONTICELLI
A Ponticelli, questa estate, un ragazzo di tredici anni ha accoltellato un dodicenne dopo una lite nata in una chat. Il fatto non mi interessa come pretesto per condannare un quartiere. Mi interessa per la domanda che lascia aperta: che cosa accade prima del coltello?
Che cosa incontra un ragazzo nei suoi dodici anni di vita? Quali adulti? Quale scuola? Quale quartiere? Quale possibilità concreta di immaginarsi domani?
Le prove standardizzate possono misurare alcune competenze. Non misurano la solitudine. Non misurano la paura. Non misurano la fiducia negli adulti. Non misurano la distanza tra la scuola raccontata nelle circolari e quella che un ragazzo incontra ogni mattina.
L’ORGANICO
C’è una parola che chi ha vissuto la scuola conosce bene: ORGANICO.
Fuori sembra un termine burocratico. Dentro significa persone. Significa chi entra in quella classe il primo giorno. Significa se l’insegnante rimarrà. Significa continuità didattica. Significa sostegno. Significa classi che esistono oppure vengono accorpate. Significa ore che devono combaciare con esseri umani. E significa anche numeri.
Qui nasce una domanda difficile, che non voglio trasformare in accusa: quanto incidono iscrizioni, formazione delle classi, promozioni e conservazione dei posti sull’organizzazione reale della scuola?
La risposta non può essere un sospetto. Deve stare negli atti.
APRIRE PRIMA
Così come voglio leggere le delibere delle scuole che anticiperanno l’apertura. Non mi interessa gridare contro i ponti.
Mi interessa sapere: si apre prima per una scelta educativa o semplicemente per costruire diversamente il calendario?
Se gli atti diranno una cosa, scriverò quella. Se ne diranno un’altra, scriverò l’altra. È questo, per me, il mestiere del giornalista.
IL TERRITORIO
A Ponticelli tornerò senza la fascia immaginaria dell’ex preside. Non devo dimostrare quello che ho fatto. Andrò da cronista. Mi siederò. Ascolterò.
Qualcuno, forse, mi dirà ancora: «Preside, ’a scola è ’na chiavica. Vac’ addò ’o mast’».
Non riderò di lui. E non gli farò una lezione. Gli chiederò soltanto: «Perché?»
Perché quella risposta può spiegarmi il territorio meglio di cento convegni sulla dispersione scolastica. Forse dietro quel “vai dal mastro” c’è una domanda rozza ma concreta: a che cosa serve ciò che sto imparando? Dove mi porterà? Quale lavoro? Quale dignità?
Se la scuola non riesce più a rispondere, non basta aumentare il numero delle riunioni. Occorre ricostruire un patto: con i ragazzi, con le famiglie, con i territori, con il lavoro, con lo Stato.
IL PRESIDENTE
Conservo una fotografia del 17 settembre 2018, Isola d’Elba. Sergio Mattarella inaugurava l’anno scolastico davanti alle scuole d’Italia. Io ero lì.
Ma quella fotografia non serve a dire: io c’ero. Il fotogiornalista scatta e conserva.
Per me Sergio Mattarella resta un uomo speciale anche per il modo in cui ha attraversato, nella propria storia familiare, la ferita dell’assassinio mafioso del fratello Piersanti. Ma in questo articolo non cerco l’apoteosi di nessuno. Cerco la funzione dello Stato.
Nel 2026 ascolterò ancora il Presidente all’inaugurazione dell’anno scolastico. Non mi aspetto una celebrazione. Mi aspetto una domanda, o almeno una risposta, su ciò che significa ricostruire davvero una scuola.
Ricostruire una scuola significa soltanto ricostruirne i muri? Dotarla di tecnologie? Renderla sicura? Oppure significa ricostruire il rapporto tra un ragazzo e lo Stato?
Perché una scuola può essere nuova, antisismica, digitale, efficiente. E può comunque essere zoppa.
QUELLO CHE MI ASPETTO
Io conosco bene il significato della parola “zoppa”. Zoppicare non vuol dire essere inutile. Vuol dire che qualcosa impedisce di camminare come si dovrebbe.
La scuola italiana continua a camminare. Ha docenti straordinari, dirigenti capaci, ragazzi meravigliosi. Ma ogni settembre sentiamo ancora pronunciare le stesse parole: emergenza, supplenze, organico, strutture, dispersione.
Sessantasei anni sono abbastanza.
Quando un’emergenza attraversa generazioni, governi, ministri e riforme, forse non è più un’emergenza. È una parte del sistema che dobbiamo avere il coraggio di guardare.
Prima ascolterò Ponticelli. Poi ascolterò il Presidente.
Perché il discorso della Repubblica e quello di Gennarino, prima o poi, devono incontrarsi. Altrimenti continueremo ad avere due scuole: quella che lo Stato inaugura e quella che i ragazzi vivono.
E io, questa volta, voglio raccontare la distanza fra le due.
Napoli, 3 settembre 2026
Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista
Cronista dei territori
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