HO ANCHE UN DIRETTORE ESTERNO LONTANI – LA TRAVERSATA

COSTUMI

LO STATO AUTOSUFFICIENTE. LA MOSCHEA CHE NON MI CONVINCE PIÙ

Non ho cambiato bandiera. Ho cambiato alcune domande.

1 settembre 2026

Ho studiato per una vita e proprio perché continuo a studiare mi riconosco oggi un diritto che considero essenziale: mettere in discussione perfino ciò in cui ho creduto. Non per cambiare bandiera, non per seguire una destra o una sinistra, ma per capire.

Per molti anni ho combattuto perché una parola uscisse dalle conferenze, dalle circolari e dalle dichiarazioni solenni per diventare vita concreta: inclusione. Ci credo ancora. Ma oggi quella parola, da sola, non mi basta più. Ne manca un’altra: reciprocità.

Parto da una cosa piccola, da me. Se entro in una moschea mi viene chiesto di togliere le scarpe. È una regola religiosa e la rispetto. Ma io posso avere bisogno delle scarpe per camminare. E allora pongo una domanda che forse venti o trent’anni fa non avrei formulato nello stesso modo: chi deve includere chi? Devo rimanere fuori io perché non posso rispettare materialmente una consuetudine oppure quella comunità deve trovare una soluzione che permetta anche a me di entrare senza che la mia presenza costituisca un’offesa alla sua fede?

Io non conosco ancora la risposta, ma finalmente conosco la domanda. E forse comincia proprio qui il lavoro dell’antropologo: non nel dire immediatamente chi ha ragione, ma nel capire come due mondi possano stare nello stesso luogo senza che uno dei due debba scomparire.

Per anni abbiamo raccontato l’inclusione soprattutto in una direzione. Chi accoglie deve aprirsi, cambiare, comprendere, fare spazio. Sono stato tra quelli che lo hanno sostenuto. Ho pensato perfino che alcuni simboli della nostra storia cristiana potessero essere messi da parte se quella rinuncia fosse servita a far sentire un altro essere umano meno estraneo. Oggi dico: fermiamoci. Non per rimettere il crocifisso contro la mezzaluna. Non mi interessa una guerra tra simboli religiosi. Mi interessa una società nella quale io faccio un passo verso di te e posso chiederti: tu sei disposto a farne uno verso di me?

L’antropologia ha imparato moltissimo dal viaggio. Erodoto attraversava popoli e costumi. Montaigne guardava l’altro e, attraverso l’altro, imparava a mettere in discussione le certezze della propria società. È il giro lungo: esco dalla mia casa, incontro un’altra casa, scopro che alcuni comportamenti che consideravo naturali erano semplicemente miei. E quando ritorno non sono più esattamente quello che ero prima.

Ma c’è anche un secondo movimento: il ritorno. Non possiamo viaggiare per sempre senza chiederci, prima o poi, che cosa portiamo a casa. Qui incontro Platone, il filosofo che si interroga sull’ordine della città, sull’educazione, sulla legge e sulla capacità di una comunità di non dissolversi. Nelle Leggi la città platonica guarda con prudenza alla mobilità incontrollata e vuole custodire un proprio ordine educativo e politico, ma non chiude semplicemente il mondo fuori dalle mura. Ammette anche che cittadini maturi possano conoscere altre realtà e riportare nella propria città ciò che hanno imparato.

Il giro lungo e il giro breve allora si incontrano: esco per conoscere l’altro, ritorno per conoscere meglio me stesso. Non viaggio per diventare l’altro. Viaggio perché, guardando l’altro, comprendo che cosa della mia casa sia soltanto abitudine e che cosa invece considero un principio da conservare. Questa, per me, è oggi autosufficienza. Non autarchia, non isolamento, non superiorità, non purezza culturale. Una comunità autosufficiente è una comunità che conosce abbastanza bene i propri valori da potersi aprire agli altri senza averne paura e senza doverli imitare.

Poi arriva la moschea. Il 28 agosto 2026 la Lega ha annunciato una proposta di legge per fermare nuovi insediamenti islamici fino all’approvazione di una nuova normativa nazionale e alla definizione di un’intesa con lo Stato. Sul caso veneziano della moschea della comunità bengalese è stata inoltre annunciata una prossima presenza di Matteo Salvini a Venezia.

La battaglia politica è già partita: moschea sì, moschea no; Salvini sì, Salvini no; destra, sinistra. Io provo a uscire da questo recinto. Perché prima di Salvini viene qualcosa di molto più importante: la Costituzione.

Lo Stato democratico tutela la libertà religiosa e deve farlo. Un musulmano deve poter professare la propria fede senza essere considerato un cittadino sospetto soltanto perché musulmano. Ma proprio perché credo nella libertà religiosa posso formulare anche la seconda domanda: quali sono le regole della nostra casa comune?

Una democrazia può accogliere culture differenti senza chiedere a chi arriva alcuna reciprocità? Può avere paura di pronunciare le proprie regole perché teme immediatamente l’accusa di intolleranza? Io credo di no.

La libertà religiosa non significa che ogni pratica culturale o religiosa diventi automaticamente intoccabile. Lo Stato deve poter dire a tutti: sei libero di credere, sei libero di pregare, sei libero anche di non credere. Ma nella casa comune valgono principi che nessuna appartenenza religiosa può cancellare: la dignità dell’uomo e della donna, la libertà della persona, l’educazione, la legge, la libertà di coscienza e soprattutto la stessa legge per tutti.

E arrivo ai bambini. Un bambino non nasce odiando. Impara. Quando un bambino ebreo viene educato a disprezzare un bambino palestinese, hanno fallito gli adulti. Quando un bambino palestinese viene educato a considerare un bambino ebreo un nemico per nascita, hanno fallito gli adulti. Quando un bambino cristiano impara a guardare un musulmano come un essere inferiore, hanno fallito gli adulti. E quando accade il contrario, hanno fallito ancora gli adulti.

Possiamo tramandare ai figli una lingua, una fede, una storia, una cucina, un modo di pregare, un modo di festeggiare. Non abbiamo il diritto di consegnare loro il nostro nemico insieme al cognome.

Educare non significa raccontare ai ragazzi che tutto è uguale. Dobbiamo insegnare qualcosa di più complesso: tutte le persone possiedono uguale dignità; non tutti i comportamenti sono ugualmente accettabili. Posso rispettare profondamente la tua persona e contestare una tua pratica. Posso difendere il diritto di un musulmano a pregare in Italia e contemporaneamente difendere il diritto di un cristiano, di un ebreo, di un non credente o di qualsiasi altra persona a vivere liberamente altrove. Posso dire che una moschea non mi spaventa e, nello stesso momento, domandarmi quale idea di integrazione accompagni quella moschea. Non è contraddizione. È pensiero.

Qualcuno mi vuole di destra. Qualcun altro mi dice liberale. Un amico ingegnere, proprio in questi giorni cercava di collocarmi nella famiglia dei liberali. Gli ho fatto una domanda che continuo a fare anche a me stesso: ma esistono ancora liberali veramente liberi?

Se proprio devo trovare una formula, quella che sento più vicina è forse una contraddizione soltanto apparente: anarchico liberale. Anarchico non perché rifiuti la legge, ma perché diffido del potere quando pretende di pensare al posto dell’uomo. Liberale perché considero la libertà individuale una delle conquiste più preziose della civiltà. Ma soprattutto: io sono libero.

Libero persino dalle etichette che potrebbero farmi comodo. Non ho bisogno di iscrivermi a una nuova parrocchia politica perché ho cominciato a criticare alcune vecchie certezze. E allora smettiamola con questa piccola partita: moschea sì, moschea no. Mi hanno rotto i cabasisi. Perché il problema è immensamente più grande di una moschea. È il problema di come uomini con storie, religioni, corpi, culture e memorie differenti possano abitare la stessa società senza chiedere all’altro di cancellarsi.

Io non arrivo a questa domanda da un talk show. Ci arrivo dalla mia storia. Mi chiamo Ciro Scognamiglio. Sono figlio di Mario Scognamiglio, deportato, figlio a sua volta di Ciro Scognamiglio, uomo del Novecento conosciuto nel vicolo come “’on Ciro ’o pumpier”. Forse lui fu il primo Nessuno. Mio padre potrebbe essere stato Nessuno 1 e io continuo quella genealogia come Nessuno 2. Non perché non abbia un nome, ma perché ho imparato che qualche volta bisogna togliere il nome dal piedistallo per guardare finalmente l’uomo.

Mio padre lavorava con le mani, con la tecnica, con la responsabilità. Non mi insegnò a diventare importante. Mi insegnò a non prendere una lira che non provenisse dal proprio lavoro. Poi c’era mia nonna, Angela Vernillo, madre di mio padre Mario, una donna cresciuta in un mondo nel quale certe grandi categorie della storia e delle religioni non entravano nelle case con la velocità con cui entrano oggi attraverso gli schermi.

Poi arriva la mia generazione. Io studio. Forse troppo. Forse male qualche volta. Forse mettendoci troppa pancia e troppo cuore. Ma studio. E continuo a farlo perché non voglio che l’età mi consegni la terribile sicurezza di chi pensa di avere finalmente capito tutto.

Non porto sulle spalle un nome prestigioso capace di aprirmi porte. Sono semplicemente Ciro Scognamiglio, fu Mario Scognamiglio, che fu di Ciro Scognamiglio. E mi basta.

La storia poi possiede un’ironia che nessun romanziere saprebbe inventare. Dentro una famiglia nella quale compare “’on Ciro ’o pumpier”, oggi mio figlio Mario lavora come ingegnere e tecnico elicotterista dei Vigili del Fuoco. E accanto a me c’è una figlia che ha costruito attraverso lo studio il proprio percorso professionale nella psicoterapia. Non lo scrivo per esibire una genealogia. Lo scrivo per spiegare da quale luogo sto parlando.

Io sono il risultato del vicolo e dei libri, del lavoro manuale e dell’università, del corpo che qualche volta impone i suoi limiti e della mente che continua a voler andare oltre, della fede incontrata, del dubbio, della strada, della scuola, della fotografia, del giornalismo, di Erodoto, Montaigne, Platone e soprattutto degli uomini che nessun manuale citerà mai.

Per questo non accetto più che qualcuno mi domandi soltanto: sei favorevole o contrario alla moschea? È una domanda troppo piccola. Io voglio sapere quale società stiamo costruendo. Voglio sapere se chi entra nella mia casa è disposto a rispettarla, ma voglio sapere anche se io sono ancora abbastanza civile da aprire quella porta. Voglio sapere se la libertà religiosa vale davvero per tutti, se la reciprocità è diventata una bestemmia, se posso criticare una pratica dell’Islam senza odiare un musulmano, se posso criticare Israele senza odiare un ebreo, se posso criticare un palestinese senza negargli dignità, se posso criticare il cristianesimo restando legato alla storia cristiana dalla quale provengo.

Voglio poter dire alla destra: qui avete ragione. E cinque minuti dopo dire alla stessa destra: qui state sbagliando. E fare esattamente la stessa cosa con la sinistra.

Se questo significa essere anarchico liberale, pazienza. Io preferisco una formula più corta: sono libero.

Libero significa anche assumersi il rischio di sbagliare, cambiare idea, tornare sui propri passi, dire: ieri pensavo questo, oggi non ne sono più sicuro. Un professore dovrebbe poterlo fare. Anzi, forse un professore che non cambia mai nessuna idea dopo una vita di studio dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

Il cuore mi serve. La pancia mi serve. La mente mi serve. Ma oggi provo finalmente a farli parlare insieme. Il cuore senza mente diventa sentimentalismo. La mente senza cuore diventa geometria degli uomini. La pancia senza entrambi diventa soltanto rabbia.

Io voglio ancora tutte e tre.

E allora provo a descrivere lo Stato che vorrei. Non uno Stato cristiano contro i musulmani. Non uno Stato islamico. Non uno Stato che combatta le religioni. Uno Stato costituzionale autosufficiente.

Uno Stato sufficientemente sicuro di sé da non aver bisogno di perseguitare una moschea, ma anche sufficientemente sicuro di sé da poter dire dentro quella moschea: la legge democratica vale anche qui. Uno Stato abbastanza civile da consentire a ciascuno di pregare il proprio Dio e abbastanza forte da impedire a chiunque di utilizzare il proprio Dio contro la libertà di un altro essere umano.

Uno Stato che non chieda a nessuno di rinnegare la propria storia, ma pretenda da tutti il rispetto della casa comune.

Io entro nella tua casa e rispetto i tuoi costumi. Tu entri nella mia e rispetti i miei. E quando uno dei nostri costumi impedisce materialmente all’altro di entrare? Non ci insultiamo. Non invochiamo una guerra di civiltà. Ci sediamo, ragioniamo, troviamo una soluzione.

Torniamo alla mia piccolissima moschea. Io non posso togliere le scarpe. Tu vuoi che io rispetti il tuo luogo di culto. Bene. Troviamo insieme il modo di farmi entrare.

Forse l’inclusione vera comincia proprio lì. Non quando io cancello me stesso. Non quando tu cancelli te stesso. Ma quando nessuno dei due considera la propria identità così fragile da non poter fare mezzo passo verso l’altro.

Ho viaggiato, fotografato, ascoltato, insegnato, raccontato, sbagliato, cambiato idea. E continuo a studiare.

Adesso però sento che devo compiere un altro passaggio. L’antropologo non può soltanto guardare e raccontare. Prima o poi deve assumersi la responsabilità di dire: questo ho visto, questo ho compreso, questo rispetto, questo non condivido, questo sono disposto a cambiare, questo invece voglio conservare.

Non perché abbia finalmente trovato la verità. Ma perché dopo il viaggio deve esserci il ritorno. E il ritorno deve produrre coscienza.

Da questo martedì proverò a fare proprio questo: meno parole, meno velocità, un solo appuntamento settimanale con il pensiero. Gli altri giorni rimarranno le immagini, le fotografie e le cartoline. Ma il martedì sarà il giorno nel quale proverò a pesare ciò che scrivo prima di consegnarlo al lettore.

Ho dei libri da terminare. Ho una radio alla quale tornare. E soprattutto ho ancora molto da studiare.

Finalmente ho capito che essere presenti non significa parlare continuamente. Qualche volta significa anche tacere abbastanza a lungo perché una parola, quando arriva, abbia nuovamente peso.

FUORITEMPO

Il giro lungo mi ha insegnato che l’altro non è il nemico. Il giro breve mi sta insegnando che, per incontrarlo, non devo cancellare me stesso.

Prof. Ciro Scognamiglio
Scrittore · Giornalista

COSTUMI — ogni martedì
Lontani – La Traversata
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