LE NOVELLE DELLA DOMENICA — L’omelia di un Pazzo

IL VOLO CHE MI MANCA

Una fotografia, Adrano e quel primo settembre che non è mai finito

Sul mio schermo le immagini passano a scatti, quasi una ogni minuto. Un numero che non saprei contare: x = f dell’infinito. Non le guardo davvero tutte. Mi fanno compagnia mentre lavoro ai libri, mentre penso, mentre provo ancora a mettere ordine nel disordine della memoria. Poi, ogni tanto, una fotografia decide di fermarsi. Non sullo schermo: dentro di me.

È accaduto oggi, 30 agosto. Una fotografia di case che sembrano appoggiarsi l’una sull’altra, una rupe, una piccola chiesa in alto. Una specie di Torre di Pisa umana: tutto tende, tutto sembra sul punto di cadere e invece resta in piedi. Mi sono domandato ancora una volta: ma io, alla fine, dove cado?

E così la fotografia mi ha riportato a un rito che per anni ha segnato la fine di agosto. Il 30 ero all’aeroporto. EasyJet, destinazione Catania. Poi la strada verso Adrano. Il primo settembre bisognava essere a scuola. Napoli non l’ho mai lasciata davvero; ma una parte del cuore, forse un quarto, è rimasta laggiù.

Dicono, scherzando ma non troppo, che quel quarto di cuore un giorno dovranno portarlo al cimitero di Adrano. Perché anche il cimitero, per me, diventò un luogo di studio. Alcuni pomeriggi del mese mi ritiravo su una panchina con un libro. Nicola, il mio vice, lo sapeva. Salvatore lo sapeva. Forse anche qualche collega. Fuori restava ferma un’auto rossa. Chi passava chiedeva: «Ma è l’auto del Preside?». E Pietro, il custode, rispondeva con la semplicità delle cose ormai normali: «Sì, sta leggendo».

Poi arrivava il tramonto. E io tornavo verso il cancello. Non c’era nulla di eroico. Era soltanto il mio modo di stare al mondo: leggere dove gli altri pensano che si debba soltanto ricordare i morti. Forse cercavo proprio lì una misura della vita.

La prima volta ad Adrano, però, fu un’altra storia. E oggi la fotografia me l’ha restituita intera.

Ero arrivato in automobile. Non mi ero ancora sistemato da Patrizia Cottone. Non la conoscevo ancora, ma il suo nome era già dentro quel futuro prossimo che mi aspettava. Quella prima notte dormii poco, in un piccolo B&B. Bello, ordinato, estraneo. Sapevo che presto sarei andato da Patrizia, e che avrebbero cominciato i racconti, le confidenze, quella Sicilia capace di accoglierti prima ancora di averti conosciuto davvero.

Alle 6.20 del mattino ero già fuori. Cofano dell’auto aperto. Avevo trasformato la macchina in guardaroba. Ero sceso in maglia della salute e pantaloni e stavo completando la vestizione: camicia, giacca, cravatta. Il Preside doveva presentarsi da Preside, almeno il primo giorno.

Passò una pattuglia dei Carabinieri della Stazione di Adrano. Rallentarono. Si fermarono. Mi guardarono. Poi arrivò la domanda che mi avrebbe accompagnato per anni: «Il Preside è lei?».

Avrei voluto scomparire dentro il cofano.

Invece accadde qualcosa di meravigliosamente siciliano. Nessuna risata, nessuna ironia. Solo accoglienza: «Le facciamo scudo. Si vesta con comodo». In quel momento capii che ero arrivato davvero.

Avevo già scritto alla Sicilia intera la mia parte di follia lucida. Ma quello, forse, fu il momento più alto della mia professione. Non per una circolare, non per un titolo, non per una cerimonia. Per una pattuglia che si ferma davanti a un uomo mezzo vestito e gli restituisce dignità con una frase.

Ad Adrano ho lavorato amando il mio mestiere ancora di più. Ho capito che una scuola non è soltanto l’edificio in cui entri alle otto del mattino. È il paese che ti osserva, il custode che sa dove sei, il vice che comprende i tuoi silenzi, i colleghi che imparano le tue stranezze, la gente che riconosce la tua automobile. È persino una panchina al cimitero, se lì riesci a leggere meglio il mondo.

Forse per questo oggi mi manca quel volo. Mi manca l’aeroporto del 30 agosto. Mi manca il rientrare. Mi manca quella strada verso Catania e poi Adrano. Mi manca perfino l’attesa di ciò che allora non conoscevo.

E in mezzo a tutto questo riaffiora un’altra Sicilia. La Plaia di Catania, 12 agosto 1975. Una ragazza di nome Maria vide, non so come, che forse dentro di me c’era qualcosa che valeva la pena conoscere. Ci baciammo. Da allora sono passati quarantanove anni di matrimonio e altri due di strada fatta insieme. Il suo processo di beatificazione, naturalmente, è ancora in corso.

Rido mentre lo scrivo. Ma alcune verità possono permettersi di ridere.

La fotografia di oggi non raccontava Adrano. Eppure mi ci ha portato. Le immagini fanno questo: non rispettano le carte geografiche. Aprono porte. Una casa inclinata diventa una scuola; una rupe diventa un cimitero; un campanile diventa un aeroporto; un’automobile rossa ferma fuori da un cancello diventa la prova che, per qualche anno, siamo appartenuti davvero a un luogo.

E forse è questo il senso delle mie prossime “Novelle della Domenica”. Non cronaca, non costume, non autobiografia nel senso ordinario. Piccole omelie laiche di un pazzo che continua a interrogare quello che vede per capire quello che è stato.

Perché io ancora non so dove cadrò.

Ma so bene dove, qualche volta, sono rimasto.

Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista

30 agosto 2026

Lascia un commento