COSTUMI
UN PAESE SORDO CHE FA MUSICA
Non chiedo un privilegio. Voglio portare le mie figlie a un concerto.
di Prof. Ciro Scognamiglio
Giornalista – Responsabile Consulta ONU sulle disabilità
Un uomo in sedia a rotelle scrive: «Non chiedo un privilegio. Chiedo di poter portare le mie figlie a un concerto».
E allora io non posso rispondergli soltanto: coraggio, resisti, non sei solo.
Quello lo avrei potuto dire da monaco, chiuso in una cella a contemplare il dolore del mondo.
Oggi è troppo tardi per limitarci alla consolazione.
OGGI BISOGNA FARE.
Perché siamo dentro un paradosso quasi feroce: un Paese che fa musica, organizza concerti, costruisce grandi eventi, riempie stadi e piazze e poi continua troppo spesso a diventare sordo davanti a chi chiede semplicemente di poterci entrare.
Non è carità. Non è cortesia. Non è neppure soltanto “inclusione”. È un diritto.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ha cambiato da tempo il punto di osservazione: non è la persona che deve adattarsi continuamente a un mondo costruito contro di lei. È la società che deve rimuovere gli ostacoli e predisporre gli accomodamenti ragionevoli necessari affinché quella persona possa esercitare gli stessi diritti degli altri.
E l’ONU all’Italia lo aveva già detto chiaramente. Nel 2016 il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità chiedeva al nostro Paese di riconoscere in maniera esplicita che negare un accomodamento ragionevole significa discriminare una persona per la sua disabilità.
Sono passati dieci anni. Nel 2026 abbiamo finalmente un Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che può ricevere segnalazioni, intervenire sulle discriminazioni e contrastare anche il rifiuto degli accomodamenti ragionevoli.
E allora al padre che vuole accompagnare le proprie figlie a un concerto bisogna dare non soltanto una pacca sulla spalla ma una piccola banca dati dei suoi diritti: scrivere all’organizzatore; scrivere al gestore della struttura; pretendere una risposta tracciabile; chiedere percorso accessibile, posto, modalità di ingresso e possibilità concreta di stare accanto alle proprie figlie; conservare risposte, silenzi, biglietti e schermate; e, se la soluzione non arriva, segnalare il caso al Garante nazionale.
Questo significa trasformare la solidarietà in cittadinanza.
E qui entra anche un’altra rivoluzione che io, vecchio professore, sto imparando velocemente a utilizzare: l’intelligenza artificiale.
Non perché debba pensare al nostro posto. Non perché abbia una coscienza. Ma perché può diventare una gigantesca banca dati interrogabile in pochi secondi, capace di mettere davanti al cittadino leggi, atti, documenti, organismi competenti e fonti che ieri richiedevano giorni di ricerca.
Io stesso lo sto sperimentando. Una volta, davanti a un problema amministrativo o al mio stesso “cartellino”, poteva trascorrere una settimana prima di raccogliere documenti, capire una norma, trovare l’ufficio competente e formulare una risposta. E magari, trascorsa quella settimana, nulla era cambiato.
Oggi posso interrogare una banca dati, confrontare una legge, verificare una fonte e arrivare rapidamente all’atto.
Poi naturalmente resta l’uomo. Resta la responsabilità di verificare. Resta il giornalista. Resta il professore. Resta soprattutto il cittadino che deve decidere che cosa fare di quelle informazioni.
L’intelligenza artificiale non deve costruire una nuova caverna. Può, semmai, aiutarci a uscire più rapidamente da quella antica.
Platone raccontò uomini incatenati nella caverna, costretti a scambiare le ombre per la realtà. Duemila anni dopo il problema rimane sorprendentemente simile: vediamo spesso soltanto l’ombra dei diritti, mentre fuori dalla caverna esiste la loro sostanza.
La legge scritta è un’ombra se nessuno la applica. L’accessibilità dichiarata è un’ombra se una carrozzina resta davanti a un cancello. L’inclusione proclamata è un’ombra se un padre non può sedersi accanto alle proprie figlie.
E arriviamo così a Plotino, l’ultimo grande platonico dell’antichità: il cammino dell’uomo non consiste nell’accumulare immagini, ma nel risalire verso ciò che è essenziale.
E l’essenziale, questa volta, è semplicissimo: un padre vuole andare a un concerto con le proprie figlie.
Se uno Stato, un Comune, un organizzatore o una struttura non riescono a rendere possibile una cosa così elementare, non è quell’uomo ad avere un problema di inclusione. È la nostra società ad avere un problema di civiltà.
FUORITEMPO
Siamo usciti dalla caverna quando abbiamo imparato a vedere la luce.
Ne usciremo davvero quando nessuno dovrà più chiedere il permesso per raggiungerla.
Prof. Ciro Scognamiglio – NESSUNO
Riferimenti essenziali: Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità; Legge 67/2006; DPR 503/1996; Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità.
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Paolo Badano
I͏e͏r͏i͏ ͏a͏l͏l͏e͏ ͏o͏r͏e͏ ͏1͏3͏:͏2͏1͏ ·
Non chiedo un privilegio.
Chiedo di poter portare le mie figlie a un concerto.…
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Lino, è vero: molti organizzatori oggi mostrano maggiore sensibilità verso le persone con disabilità. Ma il punto è un altro: sensibilità non significa automaticamente accessibilità reale.
Nel caso di Paolo Badano parliamo di una persona che vive da anni una disabilità motoria, conosce direttamente il problema della mobilità e utilizza anche soluzioni tecnologiche capaci di affrontare terreni difficili. Proprio per questo la sua esperienza va ascoltata con attenzione.
La domanda è semplice: una persona con una normale carrozzina, senza mezzi speciali e senza dover essere sollevata o trasportata da altri, riesce ad arrivare al posto assegnato attraversando sterrati, ghiaia, pendenze o terreni accidentati, usare i servizi e uscire in sicurezza?
Se sì, il concerto è realmente accessibile. Se no, non basta aver previsto una pedana o un settore disabili.
L’inclusione non è aiutare una persona a superare l’ostacolo: è organizzare perché quell’ostacolo non esista.
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