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LONTANI LA TRAVERSATA // COSTUMI // SCUOLA E SOCIETÀ – 26 agosto 2026
DON MILANI, E DOPO? NON RICORDATELO, GUARDATE I RAGAZZI
Ago 26th, 2026 | Di cciotola | Categoria: Cronaca Nazionale | Edit
Le domande che dividevano la scuola di ieri tornano davanti alla scuola di oggi. Non per nostalgia: per verificare che cosa abbiamo davvero imparato.
di Ciro Scognamiglio — Giornalista di Strada
Io c’ero quando queste domande erano vive, litigate, perfino pericolose; oggi vedo cosa ne è rimasto. Non occorre raccontare una biografia per poter testimoniare un tempo. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta parlare di scuola, religione, coscienza, Concordato, libertà educativa e rapporto tra Chiesa e società significava entrare in questioni che dividevano, appassionavano e qualche volta ferivano. Le Comunità di Base, sacerdoti e laici, uomini della scuola, credenti e non credenti si interrogavano su una domanda che oggi rischiamo di considerare antica soltanto perché abbiamo cambiato il vocabolario: la scuola serve ad adattare l’uomo alla società oppure deve dargli gli strumenti per giudicarla?
È qui che Don Lorenzo Milani continua a disturbare. Ed è forse proprio questa la parola: disturbare. Un Don Milani trasformato in fotografia, anniversario o citazione non disturba più nessuno. Quello che continua invece a domandarci da quale parte debba stare la scuola è ancora vivo. Nei materiali che ho utilizzato negli anni con gli studenti la sua frase tornava accanto a Vico, Bobbio e Pasolini: “Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.” Non era un esercizio di memoria. Era una domanda. E quella domanda dobbiamo riproporla alla scuola che sta per ricominciare.
Abbiamo moltiplicato gli strumenti: computer, registro elettronico, piattaforme, smartphone, intelligenza artificiale, connessioni permanenti. Ma disponibilità tecnologica non significa uguaglianza. C’è chi possiede gli strumenti e chi possiede soprattutto la capacità di usarli; chi sa leggere una pagina e chi sa leggerne il significato; chi può interrogare una macchina e chi non possiede ancora abbastanza parole per formulare la propria domanda. La nuova povertà educativa può essere perfino questa: avere tutto e non possedere gli strumenti critici per comprendere ciò che abbiamo.
Milani aveva compreso che la parola è potere. Non perché parlare bene renda automaticamente migliori, ma perché chi non sa nominare ciò che gli accade difficilmente riuscirà a difendersi da chi quelle parole le utilizza contro di lui. Oggi siamo sommersi dalle parole: politica, pubblicità, social, algoritmi, televisioni ne producono continuamente. Ma essere sommersi dalle parole non significa possederle. La scuola deve insegnare nuovamente a distinguere una parola da uno slogan, un fatto da un’opinione, una fonte da una voce, una libertà da una manipolazione. Altrimenti avremo giovani perfettamente connessi al mondo ma incapaci di leggerlo.
Poi c’è la vecchia e difficile questione dell’obbedienza. Una scuola non può educare alla disobbedienza come automatismo, ma non può neppure trasformare l’obbedienza in virtù assoluta. Deve insegnare qualcosa di più faticoso: la responsabilità della scelta. La democrazia non vive perché tutti obbediscono; vive perché esistono cittadini capaci di capire una regola, rispettarla quando la riconoscono giusta, contestarla democraticamente quando non la ritengono tale e assumersi la responsabilità della propria posizione. Questa non è anarchia. È cittadinanza.
Negli anni Ottanta il confronto attraversò profondamente anche il mondo delle Comunità cristiane di base: Concordato, insegnamento della religione, testimonianza di fede, istituzione scolastica, laicità. Oggi sarebbe inutile ripetere quelle battaglie con le stesse parole. Resta però la domanda: come può la scuola pubblica rispettare la fede senza imporla e rispettare chi non crede senza trasformare la laicità in ostilità verso il religioso? Forse una scuola veramente laica è quella nella quale nessuno può usare Dio contro l’altro e nessuno può usare la propria incredulità come una forma di superiorità sull’altro.
Non chiediamo nemmeno alla scuola di salvare da sola il mondo. Non può cancellare povertà, periferie abbandonate, famiglie fragili, violenza e disuguaglianze sociali. Può però fare una cosa enorme: non aggiungere altra disuguaglianza a quella che il ragazzo ha già trovato fuori dal cancello. È qui che Barbiana smette di essere un paese e diventa una domanda per ogni aula: chi è oggi l’ultimo banco? Chi non parla? Chi abbiamo già classificato? Chi abbiamo deciso troppo presto che non ce la farà?
E poi arriva l’Intelligenza Artificiale. Se una macchina può riassumere, tradurre, correggere, spiegare e produrre una relazione in pochi secondi, che cosa resta al professore? Forse precisamente ciò che nessuna tecnologia dovrebbe sostituire: accorgersi dell’altro. Capire chi ha compreso e chi sta soltanto ripetendo. Fare la domanda che costringe a pensare. Far capire che una risposta perfetta può valere meno di una domanda autentica. Insegnare che uno strumento potentissimo può aumentare la libertà oppure consegnarci ancora più facilmente al pensiero degli altri. Forse il nuovo “I care” comincia proprio qui.
Quando riapriranno le scuole potremo ancora pronunciare Don Lorenzo Milani. Ma aggiungere la sua fotografia a un corridoio non basterà. Proviamo piuttosto a interrogare la nostra scuola: chi perde oggi? Chi resta indietro? Chi possiede la parola? Chi decide quanto vale un ragazzo? Quanto pesa ancora la famiglia nella possibilità di riuscire? Quanto pesa il quartiere nel quale si nasce? Quanto spazio lasciamo alla coscienza? Stiamo davvero “sortendone tutti insieme”?
Io c’ero quando queste domande erano vive, litigate, perfino pericolose. Non mi interessa oggi stabilire chi avesse ragione allora. Mi interessa capire che cosa ne è rimasto. Perché una memoria che serve soltanto a ricordare diventa nostalgia; una memoria che torna a interrogare il presente può ancora diventare scuola.
Forse Don Milani non ci chiederebbe di ricordarlo. Ci direbbe soltanto:
Guardate i ragazzi.
DA QUESTO FONDO, ALTRE DOMANDE
La parola è potere — alfabetizzazione e nuove disuguaglianze // Barbiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale // Obbedienza, coscienza e Costituzione // Scuola pubblica, fede e laicità quarant’anni dopo // L’ultimo banco: chi rischiamo ancora di perdere?
FUORITEMPO — NESSUNO
«Non chiedere al giovane soltanto dove sta andando. Chiediti prima se gli hai dato abbastanza luce per scegliere la strada.»
La fede chiama coscienza ciò che la filosofia chiama libertà: la scuola dovrebbe insegnare a non rinunciare né all’una né all’altra.
Ciro Scognamiglio — FUORITEMPO NESSUNO
26 agosto 2026

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