LONTANI LA TRAVERSATA
Domenica del Decumano // COSTUMI // FUORITEMPO // PAROLE E COSE
25 AGOSTO 2026
FUORITEMPO — IL NEMICO ABITA ALLA PORTA ACCANTO
Non condivido Vannacci. Ma prima di scandalizzarci leggiamo ciò che propone. Poi facciamoci la domanda più difficile: chi sono gli italiani che lo seguono e perché lo seguono?
di Ciro Scognamiglio — Giornalista di Strada
Facciamo tutti i moralisti in questo Paese. Ci scandalizziamo per Roberto Vannacci, per quello che dice, per quello che propone, per il linguaggio che usa. Io molte delle sue posizioni non le condivido affatto. Ma proprio per questo commetterei un errore se lo liquidassi con un insulto. Vannacci va riconosciuto politicamente per quello che è: il capo di una parte avversa che esiste davvero nel Paese. E un avversario, se voglio comprenderlo e magari batterlo democraticamente, devo prima riconoscere che rappresenta qualcuno.
Prima, però, ricordiamo ai lettori di cosa stiamo parlando. La nuova parte della base ideologica e programmatica di Futuro Nazionale, pubblicata il 24 agosto 2026, interviene pesantemente sui temi della famiglia, della natalità, della vita, dell’identità e della sicurezza.
Sul fronte della famiglia, Futuro Nazionale propone l’abrogazione delle unioni civili e considera il matrimonio l’istituto di coppia cui attribuire rilievo pubblico in relazione alla procreazione. Sull’interruzione volontaria di gravidanza afferma che «l’aborto non è un diritto», pur non proponendo l’abolizione della legge 194, e punta a rafforzare prevenzione dell’aborto, sostegno economico alle gravidanze difficili e presenza delle associazioni pro-vita nei consultori. Prevede inoltre il riconoscimento di interessi giuridicamente tutelati al concepito e si oppone alla somministrazione della RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare.
Il programma difende la vita dal concepimento alla morte naturale, si oppone a eutanasia e suicidio assistito e propone un Ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità. Sul terreno dell’identità sessuale propone fortissime limitazioni agli interventi di transizione di genere sui minori e chiede restrizioni, nelle fasce televisive diurne, ai contenuti che il movimento definisce «genderisti» e «omosessualisti».
Ma il programma non si ferma qui. Prevede politiche di incentivazione della natalità, compreso il cosiddetto «mutuo tricolore», con agevolazioni crescenti legate al numero dei figli. Sul terreno della scuola e della sicurezza compare anche l’idea di introdurre forme di educazione militare nelle scuole.
Nella precedente parte programmatica erano già comparsi altri punti fortemente identitari: la remigrazione, politiche molto restrittive sull’immigrazione, la proposta di abolire il reato autonomo di femminicidio e la legge Mancino e la rivendicazione di quello che viene definito «patriarcato mediterraneo».
Questi sono i punti. Si possono condividere, contestare, combattere politicamente. Ma non possiamo fingere che non esistano.
Ed è proprio qui che nasce la domanda che mi interessa più di tutte:
CHI PORTA VANNACCI A QUELLE PERCENTUALI?
Non è Vannacci che si vota da solo.
Dietro un generale, un leader, un partito ci sono uomini e donne. Elettori. Persone che incontriamo al supermercato, al bar, sul posto di lavoro, fuori dalla scuola. Persone che magari salutiamo ogni mattina.
E allora smettiamola per un momento di guardare soltanto Roma. Guardiamo il condominio, guardiamo il ballatoio, poi scendiamo nel vicolo. Perché il mio avversario politico potrebbe abitare semplicemente alla porta accanto.
E per gli amici del Nord, meno abituati ai grandi palazzoni delle nostre periferie napoletane, cambiamo pure immagine: potrebbe stare nella villetta accanto.
Il principio non cambia.
Se una proposta politica che considero lontanissima dalla mia cultura raccoglie consenso, non posso limitarmi a dire che quegli elettori sono ignoranti, fascisti, arretrati o cattivi. Sarebbe troppo facile. E soprattutto non avrei capito niente.
Devo domandarmi perché.
Quale paura abbiamo lasciato senza risposta? Quale disagio abbiamo ignorato? Quale linguaggio della politica non viene più compreso? Quale pezzo di società abbiamo smesso di ascoltare mentre eravamo impegnati a spiegare agli altri quanto siamo moralmente migliori?
È qui che comincia la politica.
Io Vannacci posso non condividerlo quasi in nulla. Proprio per questo devo studiare il fenomeno che rappresenta. Posso considerarlo il capo dei miei avversari, ma non posso fingere che dietro di lui non esista una parte di popolo.
Perché quella parte di popolo non vive su Marte.
Abita nel nostro stesso palazzo, sul nostro ballatoio, nel nostro vicolo. Oppure nella villetta accanto.
E forse, prima di processarla dal televisore, dovremmo tornare a bussare a quella porta e domandare:
«Perché la pensi così?»
Ascoltare non significa condividere. Conoscere le ragioni dell’avversario non significa arrendersi alle sue ragioni. Significa fare politica invece di fare soltanto morale.
Perché la democrazia non comincia quando parliamo con quelli che la pensano come noi.
Comincia quando scopriamo che alla porta accanto abita qualcuno che voterà esattamente il contrario di noi e decidiamo, finalmente, di capire perché.
Ciro Scognamiglio — Giornalista di Strada
FUORITEMPO // LONTANI LA TRAVERSATA
Napoli, 25 agosto 2026

Lascia un commento