COSTUMI

QUANDO L’IPOTESI DIVENTA NOTIZIA

La democrazia vive anche di sospetti e domande. Ma una domanda non è ancora una prova.

di Ciro Scognamiglio — Giornalista di Strada

Partiamo da un’ipotesi.

Esisterebbe un disegno politico capace di utilizzare informazione, potere, relazioni internazionali e perfino una vicenda giudiziaria per colpire uomini, governi e alleanze.

È una tesi pesante.

Talmente pesante che proprio per questo non può essere trattata come una verità già acquisita.

Paolo Zampolli sostiene che dalle carte dell’inchiesta sull’intimidazione subita da Sigfrido Ranucci potrebbero emergere elementi relativi a un presunto «disegno criminoso di natura politica», diretto anche a danneggiare i rapporti tra Donald Trump e Giorgia Meloni attraverso i servizi di Report.

Zampolli ha chiesto di accedere agli atti dell’indagine: chat, intercettazioni, testimonianze. Parallelamente ha promosso una causa civile contro la trasmissione, Ranucci e il giornalista Sacha Biazzo.

Poi arrivano altre affermazioni.

Fonti di Washington. Il presunto piano dinamitardo. Il sondaggio commissionato da Valter Lavitola. La possibile conoscenza di quel sondaggio da parte di Ranucci. Il nome di George Soros. I servizi di Report su Zampolli. Trump. Melania Trump. Jeffrey Epstein.

Una sequenza impressionante di nomi, poteri, sospetti e possibili collegamenti.

Ma proprio qui il giornalista deve fermarsi.

Perché una fonte non identificata non diventa automaticamente una prova. Un sospetto non diventa un fatto perché viene ripetuto. Una coincidenza non diventa una regia. Una dichiarazione, anche autorevole, resta una dichiarazione finché non incontra documenti, testimonianze verificabili e atti giudiziari.

Ed eccoci nuovamente alla nostra ipotesi iniziale.

Può davvero esistere un disegno politico dietro tutto questo?

Può essere.

Ma oggi non siamo ancora autorizzati a scrivere: è così.

Siamo autorizzati soltanto a domandare, verificare, leggere gli atti e aspettare che siano i fatti a resistere alle interpretazioni.

Forse è proprio questa la fatica della democrazia dal 1946 a oggi: sopportare il dubbio senza trasformarlo immediatamente in una sentenza.

Io, liberale, anarchico, purista — o forse semplicemente uomo che continua a farsi domande — rimango qui.

Con una certezza sola:

se l’ipotesi è la tesi di partenza, soltanto le prove potranno permetterci di ritornare alla stessa tesi alla fine.

Altrimenti resterà un’ipotesi.

E il giornalismo deve avere anche il coraggio di chiamarla con il suo nome.

Ciro Scognamiglio

Giornalista di Strada

Risposta

  1. Avatar Stefania

    l’Italia contemporanea banchetta sulle mezze notizie, i mezzi fatti acclarati. Li annaffia e li affoga nell’opinionismo becero, ossessivo, infinitamente inconcludente. Al fine di farcire il pubblico di senso di impotenza. Il pubblico razzola nell’impotenza di decidere per sé e per la comunità. Si lascia abbindolare dal nulla terreno. Ignorando ogni cosa che abbia valore e verità. A partire dallo spegnere la televisione, Accendere i neuroni e connettere il cuore.

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