SETTEMBRE — DOVE INIZIO A GUARDARE?
Eccoci al nastro di partenza di quel +90°
24 agosto 2026
Ci siamo.
Un’altra stagione si apre.
E, come sempre, il problema non è soltanto che cosa guardare, ma da dove iniziare a guardare.
Per questo ho voluto mettere in fila cinque immagini, raccolte in anni diversi, senza forzarle e senza spiegarle troppo. Non sono un album di ricordi. Non sono nemmeno una semplice sequenza fotografica. Sono, piuttosto, cinque visioni che si sono cercate nel tempo e che oggi mi sembrano diventate una sola domanda.
La prima immagine è una fuga possibile.
Il mare è quieto, le vele scorrono davanti allo sguardo di chi resta seduto sulla riva. In quel fermo immagine c’è un pensiero antico quanto l’uomo: andare oltre, immaginare un altrove, affidare all’orizzonte la speranza di una risposta. La fuga, in fondo, nasce sempre così: come promessa.
La seconda immagine cambia il tono.
Lo stesso mare non promette più: interroga. Le onde salgono, la riva si fa incerta, la sedia è quasi dentro l’acqua. Qui il desiderio di partire incontra il suo limite. Non basta allontanarsi per salvarsi. Il mondo, prima o poi, ci chiede conto del nostro coraggio, delle nostre fragilità, della nostra resistenza.
Poi viene l’approdo.
L’uomo emerge dalla Posidonia, quella pianta del mare che non è scarto ma radice sommersa, legame, memoria biologica e simbolica. Qui non vedo soltanto una presenza umana tra acqua e riva. Vedo qualcosa di più profondo: il Sapiens che riemerge dalla materia del mondo e scopre di appartenervi. Dopo la fuga e dopo la prova, si torna a cercare una terra. E la terra non è solo geografia: è origine, identità, storia.
La quarta immagine ci mette davanti a una parola breve e smisurata: NOI.
Ma quel “noi” non è scritto su una parete pulita. Sta sopra un muro consunto, ferito, graffiato dal tempo, segnato da passaggi, cancellature, residui. È un dettaglio decisivo. Perché il “noi” non nasce mai da una formula innocente. Nasce sempre dentro una stratificazione di vite, di conflitti, di esclusioni, di memorie. Perciò la domanda diventa inevitabile: chi siamo quando diciamo noi? E ancora: chi resta fuori da quella parola?
Infine, la quinta immagine.
Sedie accatastate, ferri, legni, strutture piegate, resti di un ordine che non regge più. È l’immagine della catastrofe, certo, ma non di una catastrofe astratta. Qui crollano gli strumenti con cui una comunità educa, trasmette, prepara il futuro. Quella montagna di arredi ammassati dice che qualcosa si è interrotto nel patto tra generazioni. E allora non guardiamo soltanto i relitti materiali: guardiamo i derelitti del senso, le fratture della convivenza, la fatica di una società che spesso non sa più come consegnare il mondo ai più giovani.
Ecco perché queste cinque fotografie, messe una accanto all’altra, mi portano a una sola domanda:
Dove andiamo?
Ma prima ancora, per onestà intellettuale e umana, la domanda vera è un’altra:
Dove inizio a guardare?
Guardare il mondo a trecentosessanta gradi oggi non basta più.
Occorre aggiungere un più novanta. Non un semplice angolo geometrico, ma una profondità. Un asse verticale e interiore. Il tempo. La memoria. Il sopra e il sotto delle cose. L’uomo dentro ciò che vede e ciò che vive. È in questo +90° che provo ad aprire la nuova stagione del giornale.
Settembre, allora, per me non è soltanto un mese di ripresa.
È un nastro di partenza. È il momento in cui bisogna rimettere insieme sguardo e pensiero, cronaca e antropologia, esperienza e domanda. Non mi interessa offrire formule pronte. Mi interessa provare a leggere i segni, a mettere in rapporto le visioni, a capire se il nostro tempo ha ancora parole capaci di reggere la complessità del vivere.
Ai ragazzi del Vicolo, e a chi vorrà camminare con noi, non consegno una lezione chiusa. Consegno una soglia.
Partire.
Resistere.
Appartenere.
Riconoscersi.
Costruire.
Cinque verbi, come cinque immagini.
Cinque passaggi per provare a non smarrire il senso.
Eccoci, dunque, al nastro di partenza di quel +90°.
Il tempo è oggi.
La domanda è aperta.
Lo sguardo, se vuole essere umano, deve imparare di nuovo a mettersi in cammino.
Ciro Scognamiglio
Lontani La Traversata — Giornalista di Strada

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