ARTICOLO DI VISIONI ETICHE _ FORSE NON PIACERa’ AI sordi e non vedenti e ignavi !
CHE COMUNISTI DEL PANE SIAMO STATI?
Da Ranucci e Lavitola una domanda che viene da lontano: dal 1945 fino a noi
Caro Professore, sulla vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola, il suo ristorante e i nomi di giornalisti che lo avrebbero frequentato, io resto ancora sospeso. Voglio gli atti. Voglio conoscere meglio fatti, circostanze, rapporti. Non mi basta un articolo per emettere sentenze sulle persone. Per ora ho soltanto una sensazione sgradevole, quella che in strada si traduce senza eleganza: c’è una generica puzza di cacca. E allora mi viene perfino da scherzare amaramente: «Vuoi vedere che lo stronzo sono io?» Perché forse noi apparteniamo a una generazione alla quale avevano insegnato che la politica fosse anche disciplina, appartenenza, responsabilità personale. E allora la questione diventa più grande di Ranucci, Lavitola o di un ristorante. Diventa politica. La sinistra italiana, dal 1945 a oggi, ha rappresentato una parte fondamentale del viaggio democratico della Repubblica. Ha organizzato lavoratori, costruito partecipazione, formato amministratori, contribuito alle battaglie per i diritti e dato voce a pezzi enormi del Paese che rischiavano di restare ai margini. Ma una storia seria non può essere agiografia. Dentro quella storia ci sono state grandezze e contraddizioni, uomini coerenti e uomini che hanno trasformato l’appartenenza in carriera. Ci sono stati quelli che chiamerei i compagni del pane: persone per le quali stare a sinistra significava prima di tutto dividere il pane, conoscere il lavoro, rispettare la parola data e non cambiare morale secondo la convenienza del momento. E ci sono stati gli altri. Per questo scrivo a te, Professore. Ti considero un’immagine quasi chirale della certezza delle scelte: percorsi differenti, ruoli differenti, ma una domanda morale che ci ha accompagnati entrambi. Ci siamo incontrati anche nella politica istituzionale: tu assessore, io nello staff di un altro assessorato. Abbiamo osservato quel mondo da posizioni diverse. Eppure una cosa pretendevamo di insegnare: la coerenza. Adesso che gli anni consentono di guardare quella stagione senza dover chiedere incarichi, tessere o benedizioni a nessuno, possiamo permetterci la domanda più scomoda: CHE COMUNISTI DEL PANE SIAMO STATI NOI? E CHE COMUNISTI DEL PANE SONO STATI GLI ALTRI? Non significa processare una storia politica. Significa finalmente sottoporla alla prova più semplice: la distanza tra ciò che abbiamo predicato e ciò che abbiamo fatto. E proprio per questo, anche davanti al caso Ranucci, non voglio trasformare una sensazione in una sentenza. Prima gli atti. Poi i fatti. Poi le responsabilità. E soltanto dopo, se sarà necessario, anche i nomi. Perché alla nostra età possiamo almeno concederci il lusso che la politica spesso non concede: non dover difendere una bandiera prima di aver cercato la verità.
CIRO SCOGNAMIGLIO — FUORITEMPO / COSTUMI
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Raffaele Porta
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Su questa storia di Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola, del ristorante di quest’ultimo e di chi lo frequentava (Paolo Mieli, Stefano Cappellini, Guido Ruotolo etc.), c’è ancora “molto” da capire e scrivere…secondo me. Questa è l’unica certezza che ho. Io sono tra quelli “ancor sospesi” e che vogliono capire meglio e sapere innanzitutto di più. L’unica sensazione che avverto al momento è una generica puzza di cacca.

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