IL DIRETTORE INCONTRA IN MONTAGNA IL PENSIERO LIBERO!

Lunedì 17 agosto 2026

Decumano Centrale Italia — sempre un viottolo, anche se di montagna umana

Ove non si lotta per scalare, ci si guarda per pensare.

Catenaccio — IL DIRETTORE INCONTRA IN MONTAGNA IL PENSIERO LIBERO!

Ci sono incontri che non hanno bisogno di una redazione, di una conferenza stampa o di una tribuna televisiva. Basta un tavolo, magari fuori da una baita, due uomini con le bretelle, qualche foglio e una montagna che all’alba ricorda una cosa elementare: per guardare lontano non è sempre necessario salire più in alto degli altri.

Ho letto Aldo Torchiaro e la sua rilettura di Palla al Centro di Matteo Renzi. Aldo scrive bene, conosce la politica, ne osserva i movimenti e individua con precisione la tesi renziana: Giuseppe Conte avrebbe cambiato pelle mentre il Partito democratico, anziché contrastarlo, sarebbe rimasto dentro il suo «incantesimo».

Il cuore dell’articolo è proprio questo. Non soltanto Conte, ma un PD che, secondo quella lettura, non saprebbe più distinguere tra alleanza tattica e assimilazione culturale.

È un’analisi coerente. Ed è proprio perché la rispetto che me ne distacco.

IO NON VEDO UN CENTRO: VEDO UN CERCHIO

Aldo guarda la partita politica e cerca ancora una geometria possibile: destra, sinistra, centro, alleanze, convergenze.

Io, invece, comincio a dubitare della geometria stessa.

Quel «grande cerchio» rischia di diventare un girotondo nel quale tutti dichiarano di muoversi, ma alla fine ritornano al punto di partenza.

Conte, Schlein, Renzi, Meloni: cambiano le collocazioni, le convenienze e le alleanze. Il cittadino, intanto, rimane fuori dal disegno e osserva.

E allora la mia domanda non è più soltanto: chi vincerà?

È un’altra:

dove sta andando la politica mentre continua a discutere di se stessa?

A sinistra si cerca un campo abbastanza largo da contenere identità differenti. A destra si tenta di trasformare una coalizione in una sorta di triade identitaria, non priva delle proprie contraddizioni e delle proprie tensioni interne.

Io non mi riconosco né nell’uno né nell’altra.

Non credo alle bandiere quando diventano appartenenze obbligatorie.

Sono, se proprio occorre una definizione, un anarchico liberale. Ma preferisco dire semplicemente: libero.

CONTE NON È IL SOLO PROBLEMA. E NEMMENO IL PD

Nella ricostruzione ripresa da Aldo, Renzi attribuisce a Conte una capacità quasi magnetica: il PD sarebbe passato dall’opposizione all’assimilazione, fino a subire quello che viene definito un «incantesimo».

È qui che il mio pensiero prende un altro viottolo.

Non credo agli incantesimi politici.

Credo alle responsabilità.

Se un grande partito perde identità, non è perché qualcuno lo ha stregato. È perché non ha saputo custodire, rinnovare o ricostruire la propria identità.

Attribuire tutto alla capacità trasformistica di Conte rischia persino di assolvere gli altri.

Conte fa Conte.

Renzi fa Renzi.

Schlein fa Schlein.

Meloni fa Meloni.

Il problema democratico comincia quando milioni di persone guardano questa rappresentazione e non riescono più a riconoscervi la propria vita.

REDDITO, LAVORO: IL FALSO AUT-AUT

L’articolo riprende poi una delle contrapposizioni più nette di Renzi: da una parte il reddito di cittadinanza, dall’altra il lavoro e la produzione di ricchezza.

Qui il mio dissenso è ancora più netto.

Lavoro o sostegno?

Per me è una domanda sbagliata.

Una democrazia deve creare lavoro e, nello stesso tempo, impedire che chi cade venga abbandonato.

Il sussidio permanente non emancipa. Ma neppure pronunciare la parola lavoro crea automaticamente dignità.

Occorrono formazione, impresa, scuola, ricerca, salari dignitosi e responsabilità personale.

La libertà non consiste nel dipendere dallo Stato.

Ma non consiste nemmeno nell’essere lasciati soli quando non si riesce più a stare in piedi.

IL SUPERBONUS E IL METODO

Sul Superbonus la critica riportata da Aldo è durissima: Renzi lo considera uno sperpero di risorse e contesta soprattutto l’idea della gratuità, perché ogni intervento pubblico viene comunque pagato dalla collettività.

Su questo terreno preferisco un’altra parola: atti.

Costi.

Benefici.

Distribuzione reale delle risorse.

Effetti sull’economia.

Errori normativi.

Responsabilità.

Prima dei processi politici vengono i documenti.

Il giornalismo dovrebbe servire proprio a questo: sottrarre i fatti alla tifoseria.

Non mi interessa sapere chi racconta meglio la storia.

Mi interessa sapere quale storia resiste agli atti.

DESTRA E SINISTRA: QUANDO GLI ESTREMI SI OSSERVANO

E poi c’è la destra.

Sarebbe troppo comodo criticare il grande cerchio progressista dimenticando ciò che accade dall’altra parte.

Anche lì esistono identità differenti che cercano di presentarsi come un corpo unico. E anche lì convivono liberalismo, conservatorismo, sovranismo e spinte radicali.

La presenza politica di figure come Vannacci rende ancora più evidente questa contraddizione.

Non lo chiamo diavolo per demonizzarlo: il diavolo, nella mia metafora, è la contraddizione che impedisce a ogni coalizione di proclamarsi pura.

Nessuna parte possiede da sola la verità.

Ed è precisamente qui che mi separo dalle appartenenze.

DUE GIORNALISTI CON LE BRETELLE

Immagino allora Aldo e me seduti davanti a una baita del Subasio.

Le nuvole sotto.

L’alba davanti.

Un tavolo povero, quasi francescano.

Due giornalisti con le bretelle.

Lui più giovane.

Io vecchio abbastanza per essermi stancato delle liturgie delle appartenenze.

Non siamo lì per stabilire chi abbia ragione.

Siamo lì perché il giornalismo dovrebbe ancora permettere a due uomini che non pensano allo stesso modo di sedersi allo stesso tavolo.

Aldo porta la sua cultura politica, le sue letture, la sua interpretazione.

Io porto il mio distacco.

Con tutto il rispetto possibile, penso che il suo ragionamento rimanga ancora troppo vicino alla necessità di individuare un campo, una genealogia, un’appartenenza.

Io quel campo l’ho lasciato.

Non voglio entrare nel cerchio della sinistra.

Non voglio entrare nella triade della destra.

Preferisco il viottolo.

Perché il viottolo non promette il potere.

Promette soltanto la possibilità di camminare.

IL MIO DESERTO

Sto bene.

Solo e nel mio deserto.

Studio.

Leggo.

Osservo.

Scrivo.

Lunedì riapro dal Nord e il 1° settembre torno in Italia.

Dove mi trovi adesso non interessa a nessuno, anche se so che qualcuno sarà curioso.

Il luogo geografico è secondario.

Conta il luogo mentale.

Mi sono allontanato proprio per poter guardare le cose senza dover appartenere a una curva.

Non voglio essere chiamato a scegliere tra un incantesimo e una trinità.

Tra il cerchio e il triangolo.

Tra il leader che promette e quello che accusa.

La democrazia che cerco è più difficile: è quella nella quale posso dire no anche a quelli che considero amici e sì a un avversario quando i fatti gli danno ragione.

Questa per me è libertà.

Questa è la mia distanza.

E forse, sopra il Subasio, quando il sole rompe finalmente le nuvole, Aldo ed io potremmo perfino sorridere della nostra diversità.

Perché una cosa continuerebbe a tenerci seduti allo stesso tavolo:

non la stessa bandiera, ma il diritto di pensare senza chiedere permesso.

Ciro Scognamiglio
Direttore — Lontani La Traversata
Decumano Centrale Italia — 17 agosto 2026

Due giornalisti con le bretelle. Due generazioni. Due letture. Nessuna tessera al tavolo: soltanto il pensiero.

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