COSTUMI
13 AGOSTO 2026 — PARIGI / PIANURA / VOMERO
ANTROPOLOGIA DEL VEDERE
L’artista mi ha chiesto: «In quale arrondissement?»
Parigi 2026. Nel cuore e l’antropologia alla scrivania.
Un pittore di strada mi osserva. Guarda le immagini, poi mi domanda in quale arrondissement abito e in quale dei suoi quartieri. Gli rispondo quasi naturalmente:
«Pianura.»
Mi guarda. Una pausa.
«Dove?»
«Napoli.»
Poi aggiungo: «Vomero.»
E qualcosa cambia.
Il Vomero lo conosce. Lì si è formato, lì ha avuto una piccola stanza. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli, studiando pittura; mi parla del suo interesse per la tradizione napoletana dell’acquerello e dell’olio.
Allora tiro fuori le mie cartoline: PIANURA 2026 e VOMERO 2026. Non cartoline comprate. Immagini costruite con i miei scatti, con le strade percorse, con la gente incontrata e con quel modo di fermarmi che chiamo Fotografia Vagabonda.
Le guarda.
Gli mostro anche ciò che avevo realizzato a San Mauro.
Guarda ancora.
Poi dice che mi scriverà.
CHE COSA HA VOLUTO DIRE?
Forse la risposta non appartiene soltanto a lui.
Forse, per una volta, devo rovesciare l’obiettivo.
Non domandarmi soltanto che cosa vedo io nei territori, ma che cosa i territori hanno smesso di vedere di se stessi.
Pianura non è soltanto una periferia.
Il Vomero non è soltanto una collina.
Napoli non è soltanto il centro che mostriamo ai visitatori.
Un territorio è memoria, architettura, persone, commerci, solitudini, bellezza, abbandoni, trasformazioni. È soprattutto lo sguardo di chi lo attraversa.
E allora quella domanda parigina diventa una domanda napoletana:
sappiamo ancora guardare casa nostra?
Forse questo deve fare oggi l’antropologia del quotidiano: insegnare ai territori ad aprire gli occhi.
Non per contemplarsi.
Per riconoscersi.
Perché non si tratta soltanto di una buca o di un marciapiede rotto. Quelli si vedono subito. Il problema più profondo è ciò che rischiamo di non vedere più: la perdita della memoria, delle relazioni, dell’identità dei luoghi, della responsabilità di chi li abita e di chi li amministra.
Possiamo protestare per un marciapiede e, nello stesso tempo, lasciare morire un quartiere senza accorgercene.
Questo è il punto.
SVEGLIAMOCI.
Non mettiamo la testa nella sabbia.
Fotografare un quartiere significa anche interrogarlo. Camminarci dentro significa ascoltarlo. Mettere accanto Pianura, Vomero e Parigi non significa dire che sono uguali: significa chiedere perché alcuni luoghi imparano a raccontarsi e altri finiscono per convincersi di non avere nulla da raccontare.
Io credo che abbiano molto da raccontare.
Bisogna soltanto tornare a vedere.
E forse quel pittore, chiedendomi da quale quartiere venissi, senza saperlo mi ha riconsegnato proprio questa domanda.
La porterò alla mia scrivania.
E a settembre la porteremo sul giornale.
© 2026 — Ciro Scognamiglio · DPFOTOCS99
Testo e progetto fotografico protetti da copyright. Questo lavoro sarà riproposto a settembre 2026, alla riapertura del giornale.
Buona Estate, Popoli.
Pace. Shalom.

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