NAPOLI, CENTO ANNI DI CALCIO. E CENTO ANNI DI VITA.
Riflessione di Ciro Scognamiglio
Il Napoli compie cento anni. È una ricorrenza importante, capace di unire generazioni intere. Il calcio, a Napoli, non è mai stato soltanto uno sport: è appartenenza, linguaggio comune, memoria collettiva.
Eppure mi accorgo che, dentro di me, la festa non basta.
Mi domando perché.
Forse perché, quando una storia arriva a cento anni, non basta celebrare le vittorie. Bisognerebbe anche attraversare il tempo, fermarsi a osservare cosa è cambiato nella città e nelle persone.
Provo allora a guardare Napoli per decenni.
- 1926 – Nasce il Napoli. L’Italia vive sotto il fascismo. La città cerca un’identità anche attraverso lo sport.
- 1936 – Un Paese che si prepara alla guerra, mentre il consenso sembra coprire ogni dubbio.
- 1946 – La Repubblica. Napoli esce dalle macerie del conflitto con la speranza di ricostruire.
- 1956 – Gli anni del lavoro, dell’emigrazione, delle famiglie che si sacrificano per il futuro.
- 1966 – Il boom economico convive con profonde disuguaglianze.
- 1976 – Cambiano i costumi, cresce il desiderio di libertà, ma aumentano anche tensioni e contraddizioni.
- 1986 – L’anno di Maradona. Napoli ritrova orgoglio e voce. Un pallone diventa riscatto sociale.
- 1996 – La città affronta nuove difficoltà, tra speranze e occasioni perdute.
- 2006 – Il Napoli rinasce dopo anni complicati, mentre il calcio italiano vive lo scandalo di Calciopoli.
- 2016 – Una città sempre più aperta al turismo e alla cultura, ma ancora segnata da antiche fragilità.
- 2026 – Cento anni. Una festa straordinaria. Ma anche una domanda: cosa resta oltre i fuochi d’artificio?
Io vivo il vicolo.
È lì che ascolto le persone. È lì che raccolgo le inquietudini di chi fatica ad arrivare a fine mese, di chi teme per il lavoro, di chi vede i giovani partire, di chi osserva una città che cambia troppo in fretta o troppo lentamente.
Per questo, mentre migliaia di persone cantano, dentro di me nasce una domanda diversa.
Il centenario deve essere soltanto memoria calcistica o può diventare un’occasione per riflettere sulla città?
Non credo che qualcuno voglia necessariamente “distrarci”. Le celebrazioni hanno un loro valore autentico. Però esiste sempre il rischio che un grande evento occupi tutto lo spazio emotivo, lasciando sullo sfondo i problemi quotidiani.
Il calcio unisce.
Ma non può sostituire il lavoro.
Non può sostituire la scuola.
Non può sostituire la sanità.
Non può sostituire la cultura.
E soprattutto non può sostituire il pensiero critico.
Forse ciò che sento è proprio questo: il bisogno di un coro di analisi, non di una voce sola. Un coro composto da storici, sociologi, economisti, educatori, artisti, cittadini. Un coro capace di interrogarsi su quali siano stati, in cento anni, i veri “moltiplicatori” della città: la solidarietà, la conoscenza, il lavoro, l’impresa, la cultura, lo sport.
Perché se festeggiamo solo il risultato, rischiamo di dimenticare il percorso.
E allora la rabbia nasce quando la festa sembra cancellare le domande.
Io, invece, vorrei che il centenario fosse anche questo: un invito a guardare Napoli non soltanto dagli spalti, ma dalle strade, dai vicoli, dalle scuole, dagli ospedali, dai cantieri, dalle famiglie.
Solo così i prossimi cento anni potranno essere raccontati non soltanto attraverso i trofei, ma attraverso la qualità della vita delle persone.
Aforisma finale
“Una città diventa davvero grande quando sa festeggiare i propri simboli senza smettere di interrogarsi sul proprio futuro.”

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