FUORITEMPO
LO STATO DEVE ARRIVARE PRIMA DELLA PISTOLA
19 luglio 2026
Cari Tutte e Tutti, la mia storia personale dice con assoluta chiarezza che non posso essere fascista. Ho studiato la storia, l’ho insegnata e l’ho vissuta. Proprio per questo rivendico il diritto di parlare liberamente, senza chiedere il permesso a nessuna appartenenza politica. La libertà di pensiero non appartiene né alla destra né alla sinistra: appartiene alla Costituzione.
Da oltre ottant’anni l’Italia discute di sicurezza, legalità, carceri, prevenzione, recupero sociale e reinserimento. Nel frattempo le carceri restano sovraffollate, il disagio cresce, la violenza continua a manifestarsi e molti cittadini hanno paura perfino di camminare di sera. Allora la domanda è semplice: dove abbiamo sbagliato?
Non basta affermare che un assassino è un assassino o che un rapinatore è un rapinatore. Questo lo stabilisce la legge e deve continuare a stabilirlo la magistratura. Ma la politica, la scuola, la famiglia, il mondo della cultura e dell’informazione hanno il dovere di interrogarsi sul perché continuiamo ad arrivare sempre dopo, quando il male è già accaduto.
Io non voglio uno Stato che mi autorizzi a farmi giustizia da solo. Voglio uno Stato capace di impedire che io arrivi perfino a pensarlo. Voglio poter uscire di notte, camminare senza paura, non essere aggredito e sapere che, se qualcuno mi tocca, sarà lo Stato a difendere me e ogni altro cittadino. Se una persona arriva a convincersi che l’unica tutela possibile sia un’arma, significa che qualcosa nel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni si è incrinato. È questo il nodo della questione.
Ho settantadue anni. Ho conosciuto il dolore, come tanti italiani. Eppure non ho scelto la violenza. Ho cercato di trasformare il dolore in studio, educazione e servizio. Per decenni ho insegnato ai miei studenti che la civiltà nasce quando l’uomo riesce a dominare il proprio istinto. Darwin ci ha aiutato a comprendere l’evoluzione della natura, ma la Costituzione ci insegna come deve evolversi una società. In natura può prevalere il più forte; in una democrazia deve prevalere il diritto.
Per questo non mi convincono gli estremismi di alcun colore. Non mi convincono i fascismi, non mi convincono i comunismi violenti e non mi convincono tutte quelle ideologie che riducono la complessità della vita a uno slogan. Ogni bandiera che pretende di possedere tutta la verità smette di essere democrazia e diventa appartenenza. Ed è proprio allora che la libertà comincia a indebolirsi.
Immagino due uomini che avanzano sullo stesso binario. Uno porta la parola, l’altro una pistola. Se entrambi procedono senza mai fermarsi, lo scontro è inevitabile. Il compito dello Stato, della scuola, della politica e della giustizia è impedire che quel punto venga raggiunto. Devono creare lo spazio in cui la parola prevalga ancora sull’arma. Se questo spazio scompare, resta soltanto la paura. E quando la paura governa una società, cresce la richiesta dell’uomo forte, della vendetta e della giustizia privata.
Per questo il dibattito sul caso del gioielliere non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima battaglia ideologica. Non si tratta di scegliere tra il rapinatore e il gioielliere. Si tratta di difendere lo Stato di diritto. Le responsabilità penali spettano ai giudici, mentre alla politica spetta il compito di creare le condizioni affinché simili tragedie diventino sempre più rare. La sicurezza non si misura soltanto con il numero dei decreti approvati, ma con la fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni.
Non mi interessa la guerra permanente tra destra e sinistra. Mi interessa capire perché, dopo ottant’anni di Repubblica, siamo ancora costretti a discutere delle stesse paure. Forse è arrivato il momento di abbassare i toni, ascoltare di più e ricostruire quel patto civile che rende possibile la convivenza. Uno Stato autorevole non è quello che spinge il cittadino a scegliere tra paura e autodifesa. È quello che rende inutile la pistola, perché fa sentire ogni persona protetta dalla forza della legge, della giustizia e della comunità.
Prof. Ciro Scognamiglio
Già Preside – Giornalista di Strada
Lontani La Traversata – COSTUMI

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