FUORITEMPO

NAPOLI OVEST LONTANI LA TRAVERSATA 18 luglio 2026

Quando una parete divide un popolo, il problema non è il muro. È il linguaggio.

La vernice si asciuga.

Le parole restano.

Ed è forse questa la più grande lezione che ci consegna la vicenda del murale di Jorit a Barra.

In pochi minuti una parete può essere imbrattata. In poche ore può essere ripulita. Molto più difficile è ricostruire ciò che si rompe quando il linguaggio diventa odio, quando il confronto lascia il posto all’insulto, quando il pensiero rinuncia all’ascolto.

Abbiamo letto decine e decine di commenti. Non per scegliere da quale parte stare, ma per comprendere come una comunità reagisce davanti a un simbolo che divide. È il mestiere di chi fa giornalismo di strada: osservare prima di giudicare, leggere prima di parlare.

Dalle analisi del testo emerge un dato che dovrebbe far riflettere tutti. Il murale diventa soltanto il pretesto. La discussione si trasforma rapidamente in uno scontro identitario, dove ciascuno parla ai propri simili e quasi nessuno ascolta l’altro. L’opera d’arte scompare, il quartiere scompare, le persone scompaiono. Rimangono soltanto gli schieramenti.

Eppure, tra tante parole gridate, tre interventi hanno scelto una strada diversa.

Quello di Gino Napolitano, che richiama il valore della coscienza civile.

Quello di Angelo Renzi, che racconta Barra come una comunità capace di custodire la propria bellezza.

Quello che abbiamo provato a scrivere noi, ricordando che la risposta al vandalismo non può limitarsi a un secchio di vernice, ma deve chiamare in causa scuola, famiglia, associazioni, cittadinanza attiva e cultura.

Sono tre riflessioni differenti, ma unite da una convinzione: la pace si costruisce educando, non urlando.

Ed è qui che desidero salutare un fratello di strada.

Caro Angelo,

le nostre storie hanno natali comuni. Corrono lungo quel Regio Lagno tra Barra e San Giorgio a Cremano, passano per via Manzoni, nella sede del Volta e nella succursale di Napoli Santa Maria della Fede. Sono luoghi che hanno formato una generazione di ragazzi curiosi, innamorati della scuola e della ricerca.

Ci ritrovammo, allora, giovani fisici, affascinati dalla fisica nucleare. Tu portasti anche l’esperienza della Centrale del Garigliano. Erano anni nei quali credevamo che il sapere potesse cambiare il futuro. Poi arrivarono le scelte della storia, i referendum, le paure, le trasformazioni del Paese. La vita ci ha condotti altrove, ma non ci ha sottratto il gusto della ricerca.

Ieri eravamo sotto i palchi dei potenti ad ascoltare.

Oggi siamo, diversamente giovani, davanti a un murale.

È cambiato il paesaggio, non il metodo.

Continuiamo a leggere, studiare, analizzare i testi, cercare di capire l’uomo prima ancora dell’ideologia.

Per questo non ci interessa alimentare la contrapposizione.

Ci interessa capire perché una città, ricca di cultura, arte e memoria, rischi talvolta di rimanere prigioniera di antiche abitudini, dove la forza sembra ancora valere più del dialogo e dove qualcuno continua a pensare che la violenza sia una dimostrazione di carattere.

No.

La forza autentica è un’altra.

È quella di chi resta capace di discutere senza odiare.

Di dissentire senza insultare.

Di difendere le proprie convinzioni senza negare la dignità dell’altro.

Questo dovrebbe insegnare una scuola con la “S” maiuscola.

Questo dovrebbe raccontare il giornalismo con la “G” maiuscola.

Per questo, dopo questa riflessione, mi concedo quindici giorni di silenzio.

Una sedia a sdraio.

I piedi nell’acqua.

Le scarpe ortopediche finalmente lasciate da parte.

Qualche libro.

Molti appunti.

Perché il giornalista non vive soltanto di notizie.

Vive di studio.

E il professore non smette mai di imparare.

Caro Angelo, continuiamo ciascuno il proprio cammino, con la stessa curiosità di quei ragazzi che attraversavano il Lagno per andare a scuola.

Ci ritroveremo in autunno.

Sarà ancora tempo di leggere, di confrontarci e, soprattutto, di educare.

Perché la vernice si asciuga.

Le parole restano.

E possono costruire ponti oppure scavare fossati.

Chi educa alla pace non rinuncia alle proprie idee.

Rinuncia soltanto all’insulto.

Prof. Ciro Scognamiglio
Già Preside – Professore – Giornalista di Strada
Direttore “Lontani – La Traversata” – COSTUMI

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