Non è la Bastiglia. È Napoli.
INCIPIT
14 luglio 2026.
Caro Giovanni,forse è soltanto una coincidenza. O forse la storia, qualche volta, sceglie da sola le sue date. Il 14 luglio richiama alla memoria la presa della Bastiglia, il giorno in cui un popolo chiese di essere protagonista della propria storia. Oggi, nello stesso giorno, Il Denaro affida a un professore universitario una riflessione sulla sicurezza e, quasi a completarne il significato, chiama il giornalismo di strada a dialogare con l’accademia.
Tu rappresenti il sapere che studia la città.Noi rappresentiamo la città che ogni giorno parla.
Due punti di osservazione diversi, ma la stessa Napoli. Ed è proprio questa la forza del confronto: quando l’università incontra la strada, non nasce uno scontro. Nasce una responsabilità condivisa.
Da qui desidero partire, perché la tua riflessione non chiede applausi né contrapposizioni. Chiede di essere abitata dalla realtà quotidiana, quella che noi incontriamo nei vicoli, nelle piazze e nei quartieri.
14 luglio 2026.
Non è la Bastiglia. È Napoli. Ma ogni città che vuole ritrovare se stessa deve prima abbattere qualche muro.
Il professor Giovanni Laino lo fa con gli strumenti dell’accademia. Noi proviamo a farlo con il giornalismo di strada. Lui osserva la città dalle mappe e dalla ricerca; noi la leggiamo negli occhi della gente. Due linguaggi diversi, una sola responsabilità: restituire ai cittadini una speranza fondata sulla realtà.
NAPOLI
–: Essere chiamato a dialogare con il professor Giovanni Laino rappresenta per me un motivo di sincero onore :-
Il Denaro ha affidato le proprie pagine a uno dei più autorevoli studiosi della città e, per chi come me racconta Napoli dal basso, è naturale raccogliere quell’invito con rispetto e senso di responsabilità.
Non è una replica. È una controdeduzione. Perché una città si comprende davvero quando l’analisi accademica incontra la strada.
Condivido pienamente il cuore della riflessione del professor Laino: la sicurezza è un sistema complesso. Ridurla a una sola ricetta significa non comprenderne la natura. La sicurezza non nasce esclusivamente dalla repressione, come non può essere affidata soltanto al welfare. È l’equilibrio fra istituzioni, legalità, scuola, lavoro, servizi sociali, manutenzione urbana, illuminazione, trasporti, cultura, presidio quotidiano del territorio ed educazione civica. È la continuità dello Stato nella vita dei cittadini.
Su questo terreno le nostre esperienze si incontrano.
Noi due non veniamo da Marte. Siamo cresciuti nella Napoli popolare. Le nostre famiglie hanno conosciuto i Quartieri Spagnoli, le difficoltà, la solidarietà e le contraddizioni di una città che non si lascia raccontare dagli stereotipi. Non apparteniamo alla borghesia del racconto: veniamo dal popolo e continuiamo ad ascoltarlo.
Per questo non crediamo al riduzionismo, quella scorciatoia che troppo spesso diventa conveniente per la politica. La realtà è infinitamente più complessa degli slogan elettorali.
Da giornalista di strada, però, sento il dovere di aggiungere un elemento che forse nessuna ricerca può cogliere fino in fondo. La strada vede prima ciò che le statistiche registrano dopo. Ascolta la paura quotidiana, il piccolo sopruso che diventa normalità, l’illegalità diffusa che lentamente convince il cittadino che lo Stato sia distante.
Nel mio lavoro ho denunciato episodi di abuso, dall’occupazione dei parcheggi riservati ai disabili fino ai tanti gesti d’inciviltà che, presi singolarmente, sembrano marginali ma, sommati, raccontano una perdita di fiducia nelle regole. Non sono questi episodi a fare la storia di Napoli. Sono però i prodromi di un disagio che cresce nel silenzio.
Qualche tempo fa, mentre documentavo uno di questi episodi, qualcuno mi disse: «Professore, perché non ti fai i fatti tuoi? Goditi la pensione.» È una frase che pesa più di qualsiasi insulto, perché racconta la rassegnazione di una parte della città. È il segnale che molti considerano ormai normale convivere con l’illegalità.
La stessa domanda nasce quando un uomo armato riesce a seminare il panico nel cuore di Montesanto per lunghi minuti. Non è soltanto un fatto di cronaca. È il momento in cui il cittadino si domanda dove sia il presidio dello Stato e perché il territorio possa apparire privo di controllo.
Ed è qui che l’università e il giornalismo di strada si incontrano.
L’accademia studia i processi, interpreta i fenomeni e costruisce strumenti di lettura. La strada ascolta le persone, raccoglie le loro paure, le loro speranze e le restituisce alla coscienza pubblica. Sono due linguaggi diversi, ma complementari.
Per questo condivido la conclusione del professor Laino. Lo Stato non può rinunciare al controllo democratico del territorio. Il welfare è indispensabile, ma da solo non basta. Legalità e inclusione devono procedere insieme, senza contrapposizioni ideologiche.
Aggiungo soltanto una convinzione maturata in tanti anni di scuola e di giornalismo: le città cambiano quando le istituzioni tornano a essere presenti e quando il popolo torna a sentirsi ascoltato. Le leggi sono fondamentali, ma senza una relazione quotidiana fra Stato e cittadini rischiano di restare soltanto parole.
Il professor Giovanni Laino continuerà, con il rigore dello studioso, a leggere Napoli attraverso l’urbanistica e la ricerca. Io continuerò a raccontarla dalla strada, dove le persone non parlano con i sondaggi ma con la propria vita.
Perché una grande città ha bisogno di entrambe le voci. E Napoli, oggi più che mai, ha bisogno di trasformare il dialogo fra sapere e popolo in una responsabilità comune. La sicurezza, prima ancora che un tema politico, è un patto di fiducia fra cittadini e istituzioni.
FUORITEMPO
Non temo il tempo che passa. Temo soltanto un cuore che smetta di credere. Finché Dio mi concederà un’alba da guardare e una strada da percorrere, continuerò a seminare parole, perché ogni seme affidato con amore trova sempre il suo tempo per fiorire.
DPF CS99 – Nessuno

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