LONTANI LA TRAVERSATA
ESTATE 8 LUGLIO 2026
IL CORTOCIRCUITO DEL COLORE (Oltre il buio della carne)
P R A S S I
FOGLIO DI CONTRO-INFORMAZIONE — L’IMMANENZA DEL CRINALE
IL CORTOCIRCUITO DELLE DUE PORTE (Da Torino a Roccapiemonte)
L’odore non chiede il permesso. Non bussa. Attraversa gli infissi del tempo e ti inchioda al pavimento, ma non sempre per portarti sofferenza o distacco. A volte, lo scavo della memoria riserva un sussulto inaspettato.
Oggi, 8 luglio 2026, salendo per la prima volta le scale di Villa Silvia a Roccapiemonte, lo Scrivente ha sentito lo stesso identico puzzo di linoleum e aria chiusa che nel 1974 riempiva i corridoi di una struttura similare a Torino. Cinquantadue anni di distanza sono stati cancellati in un solo respiro. Allora ero il giovane monellino claudicante che cercava la sua strada oltre l’inciampo della carne; oggi sono l’uomo maturo che sale i gradini di un reparto per assistere una persona di famiglia. Una donna che un tempo scendeva da Torino per portare la sua presenza generosa giù da noi, nel rione, e che oggi si ritrova allettata, ferma, consegnata al silenzio di una stanza dietro una di quelle porte azzurre verniciate a smalto.
Per anni sono rimasto giù, fermo al portone o sul marciapiede, ad accoglierla quando arrivava. Non ero mai salito. E oggi, varcando quella soglia, la percezione visiva ha ribaltato lo squallore tecnologico e freddo delle cose. Quell’iconografico celeste ospedaliero delle porte, stratificato dalle mani di vernice e illuminato dai neon, non ha generato il buio. Al contrario, ha riaperto la gioia profonda e inaspettata di appartenere a una storia comune, a un filo familiare e umano che nessuna distanza e nessuna malattia possono spezzare. Non è un corridoio di sole ombre: è il luogo in cui la memoria si fa carne e restituisce un senso di presenza assoluta.
LA REALTÀ DELLA STRADA CONTRO LA FUFFA DEI MEDIA
Questo pezzo di vita reale, consumato tra le piastrelle lucide e lo smalto azzurro, mostra la distanza incolmabile che ci separa dalla narrazione ufficiale del terzo millennio. Mentre l’animo umano sperimenta la verità dell’accudimento e il valore del ritorno, i telegiornali e i salotti della comunicazione continuano a nutrirci di parole fluide.
Il Giornale Radio e la TV fanno audience solo se raccontano il nulla osservato o il nulla da fare. Trasformano il dolore del mondo in uno spettacolo da consumare velocemente prima dell’ora zero, riempiendo le mattine e le sere di formule sociologiche astratte e fuffa mediatica. Ma la vita vera non fa testo la mattina sui loro schermi. La vita vera accade qui, in questo silenzio assistenziale, dove la dignità non si misura dall’efficienza delle macchine, ma dalla capacità di salire quelle scale, guardare in faccia il limite e riconoscersi parte dello stesso cammino.
IL PROGETTO UMANO DELL’ACCOGLIENZA
Uscendo da Villa Silvia, sotto la luce ancora alta di questo luglio, lo Scrivente porta con sé una certezza da consegnare ai lettori di Lontani La Traversata. Una casa di accoglienza non si misura mai dai muri che possiede, ma dalle vite che riesce ad accompagnare. La cura è una tecnica necessaria dei medici e dei fisioterapisti; ma l’accoglienza resta una cultura dell’anima.
Quando le due camminano insieme, la speranza smette di essere retorica e diventa testimonianza. Il messaggio di questo viaggio non è la resa al tempo che passa, ma la riaffermazione di un patto umano: l’orizzonte esiste anche dietro una porta celeste, e finché ci sarà qualcuno capace di fermarsi, di salire e di ricordare, nessuno in questo rione sarà lasciato solo davanti al muro della propria fragilità.
FUORITEMPO
Ma a questo punto del cammino, l’osservatore deve fermarsi e guardare oltre l’infisso della finestra. Se accettiamo la sfida di abitare questo confine tra il buio e la luce, dobbiamo chiederci con quale saggio profondo andiamo a sigillare la pietra del Decumano. Di quale materia è fatta la nostra attesa?
«Coloro che sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi», afferma Isaia (40,31) per chi possiede il dono di una fede verticale, capace di rompere la gravità della terra e del dolore. È la forza di una promessa che vede il traguardo oltre i muri di Villa Silvia, oltre il linoleum e lo smalto azzurro.
Ma cosa affermano le altre visioni della vita, quelle che restano a terra a guardare la carne nuda e la pietra lavica del vicolo? Chi siamo noi, se togliamo le ali dell’aquila?
Siamo i viandanti di Machado, quelli per cui non esiste un cammino già tracciato se non quello impresso dalle proprie scarpe sul basalto. Siamo i figli della vita liquida di Bauman, che cercano una coordinazione e un’appartenenza mentre tutto si dissolve sotto i colpi dell’algoritmo e della fretta. Siamo gli “ominidi” di Jared Diamond, determinati dalla linea di partenza della terra e della fatica, ma ostinatamente umani nel rifiutare che il puzzo del fossato diventi la nostra unica misura del mondo. Siamo, infine, gli allievi della strada di Don Antonio ( poi saprete chi è) quelli che sanno che il mare è libertà anche quando si è bloccati nell’imbuto di Hormuz o in una stanza di degenza a Roccapiemonte.
La risposta a chi siamo non si trova nella fuffa dei salotti delle ore 00:00.
Se la visione laica o biologica ci vede come bipedi claudicanti destinati a consumarsi nel tempo, la nostra antropologia del quotidiano afferma qualcosa di più grande: noi siamo lo sguardo che decide di non arrendersi. Siamo la decisione cosciente di salire quelle scale, di non restare giù al portone, di sporcarci le mani con la paglia rilavata della sedia e con il bianco e nero dell’alba.
Che si voli come aquile o che si cammini zoppicando nel fango del Reggio Lagno, la dignità dell’uomo non cambia. Sta tutta nella capacità di custodire la memoria del tentativo. Il Vecchio chiude il libro e spegne la luce sul tavolo. Non ha risposte definitive da vendere, ma lascia ai ragazzi dell’hangar l’unica certezza che vale la traversata: siamo l’unico specchio rimasto a questo secolo per ricordarsi di essere ancora umano.

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