COSTUMI

PRIMO LEVI, LA MEMORIA E IL RISCHIO DEL PENSIERO UNICO

L’Università di Torino voleva promuovere le immatricolazioni ricordando alcuni dei suoi studenti più illustri. Tra questi, Primo Levi.

Il manifesto recita: “Matricola nel 1937. Se questo è un uomo nel 1947. Anche la tua storia inizia qui.”

Un messaggio che, nelle intenzioni dell’Ateneo, avrebbe dovuto unire passato e futuro.

È accaduto invece il contrario.

Lo storico Bruno Maida, professore di Storia contemporanea, ha definito quel manifesto un grave errore, chiedendone il ritiro. La sua osservazione è storicamente fondata: tra il 1937 e il 1947 non c’è un semplice percorso universitario. Ci sono le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei, l’arresto, Auschwitz, il ritorno e infine la necessità morale di scrivere Se questo è un uomo. Quel libro non nasce dall’università, ma dall’inferno della storia.

Una posizione seria, documentata e rispettabile.

Ma proprio perché la memoria appartiene a tutti, credo che anche una riflessione diversa abbia diritto di essere ascoltata.

Il problema, infatti, non è soltanto il manifesto.

Il problema è come oggi raccontiamo la memoria ai giovani.

Siamo sicuri che la memoria abbia bisogno di un’unica chiave di lettura? Siamo certi che ogni interpretazione diversa debba essere immediatamente corretta o rimossa?

Io credo di no.

I giovani del 2026 non sono quelli del dopoguerra. Leggono, comunicano e costruiscono i significati in modo differente. Hanno il diritto di avvicinarsi a Primo Levi con gli strumenti del loro tempo, purché la storia resti integra nei fatti.

La memoria non è proprietà esclusiva degli storici, così come non appartiene alla pubblicità.

È un patrimonio civile che cresce attraverso il confronto.

Se un manifesto riesce a far discutere migliaia di studenti di Primo Levi, della Shoah e delle leggi razziali, forse il suo limite comunicativo ha prodotto, paradossalmente, un effetto educativo.

La vera sfida non è ritirare un cartellone.

È accompagnare quella discussione con la conoscenza.

La storia non teme le domande.

Teme l’indifferenza.

Ed è proprio contro l’indifferenza che Primo Levi ha scritto il suo libro.

Per questo credo che dobbiamo evitare un altro pericolo: trasformare la memoria in un territorio dove esiste una sola interpretazione autorizzata.

La storia vive di documenti.

La memoria vive anche del dialogo.

L’università dovrebbe insegnare entrambe.

FUORITEMPO

La memoria non sopravvive perché tutti pensano allo stesso modo.

Sopravvive quando ogni generazione è libera di comprenderla, senza tradirne la verità dei fatti.

Ciro Scognamiglio – CS99

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