IL VOTO, IL NON VOTO E I CAPIBASTONE DELLE LISTE
Riflessione di un cittadino che non vuole consegnare una delega al buio
Ciro Scognamiglio 8 giugno 2026
La Costituzione nata dalla Resistenza ci ha consegnato un diritto enorme: entrare in un seggio, prendere una matita e dire “io ci sono”.
Il voto non è un semplice numero dentro un’urna. È un rito civile. È il momento in cui una persona, qualunque sia la sua condizione sociale, economica o culturale, diventa uguale a tutti gli altri cittadini.
Proprio perché rispetto questo gesto oggi mi pongo una domanda difficile: si può difendere il valore del voto e nello stesso tempo criticare un sistema che sembra aver allontanato il cittadino dalla scelta?
Io penso di sì.
Perché una cosa è votare per una visione, per un progetto, per persone che rappresentano una comunità. Altra cosa è ritrovarsi davanti liste costruite troppo spesso in stanze chiuse, dove qualcuno sembra dire: “le liste le faccio io”.
Qui nasce la distanza. Qui cresce quel grande partito silenzioso che nessuno vuole vedere: il partito dell’astensione.
Giorni fa provocatoriamente ho lanciato il “Partito Ciro Scognamiglio”. Non era la ricerca di una poltrona. Era una domanda: c’è ancora spazio per un libero pensatore?
A 72 anni non me la sento di votare al buio. E lo dico con dolore, perché ho sempre considerato il voto una conquista, non una pratica burocratica.
Parlando con tanti giovani ho trovato una riflessione interessante: difendere i diritti conquistati anche attraverso referendum e battaglie civili è una scelta nobile. Ma difendere un sistema dove spesso ci si autocandida, ci si conserva e ci si riproduce politicamente diventa un problema democratico.
La politica dovrebbe tornare mestiere nobile. Come è nobile il mestiere del fruttaiolo: perché anche per mettere un frutto su un banco devi conoscere le stagioni, la terra, il tempo della maturazione.
Non basta occupare uno spazio.
E invece quanti, finita la politica, non saprebbero forse nemmeno vendere quella frutta, perché non hanno conosciuto davvero la fatica dei mestieri?
Questo non è un discorso contro qualcuno. È una domanda rivolta a tutti: destra, sinistra e piccoli recinti del tre per cento che spesso si oppongono soltanto per esistere.
Personalità diverse, da Romano Prodi ad altri protagonisti della politica nazionale, continuano a richiamare il tema della rappresentanza e del rapporto tra cittadini e istituzioni. Anche chi sta da decenni nelle aule parlamentari dovrebbe interrogarsi: il Paese reale è ancora dentro quei palazzi?
O Roma rischia di diventare una città politica abitata sempre dagli stessi?
Io oggi devo ammetterlo: con questa legge elettorale, con questo sistema di scelta dei rappresentanti, sono arrivato al 99% alla decisione di non votare.
Proprio oggi che avevo persino pensato di candidarmi.
Ma forse il problema è proprio questo: un libero pensatore difficilmente trova posto dove tutto è già deciso.
Allora svegliamoci. A destra. A sinistra. Al centro. Nelle liste piccole e grandi.
Perché l’astensione non nasce sempre dall’indifferenza. A volte nasce da cittadini che amano troppo il voto per sprecarlo.
La democrazia non muore soltanto quando la gente non può votare. Rischia di ammalarsi anche quando la gente non sa più chi sta scegliendo.
FUORITEMPO
Prima di uscire dalla porta, proviamo ad aggiustare la casa
So già che molti non condivideranno questa mia riflessione. Ed è giusto così.
Una democrazia viva non pretende applausi, pretende confronto.
La mia non è una fuga dal voto e non vuole diventare un invito all’abbandono. Anzi, è proprio perché considero il voto una delle conquiste più alte della nostra storia che pongo questa domanda.
Prima di dichiararci fuori, non abbiamo forse il dovere di provare insieme a ricostruire una legge elettorale che restituisca ai cittadini il senso della scelta?
Perché se il cittadino non sceglie più le persone, ma deve soltanto confermare decisioni prese altrove, lentamente perde il sentimento dell’appartenenza.
Ieri tanti ragazzi mi hanno parlato dell’astensione. Non con superficialità.
Molti non dicono: “non voto perché non mi interessa”. Dicono qualcosa di molto più grave: “non voto perché non mi sento rappresentato”.
Ed è qui che una società deve preoccuparsi.
Perché il pericolo più grande non è solo una scheda lasciata bianca. È il cittadino che si chiude in un cupo individualismo di sopravvivenza.
Ognuno nella propria stanza. Ognuno davanti al proprio problema. Ognuno convinto che il futuro non sia più una costruzione comune.
Allora questa mia provocazione vuole essere soprattutto una chiamata.
Discutiamo. Litighiamo anche sulle idee.
Ma non lasciamo che la democrazia diventi un luogo vuoto.
Prima di uscire dalla casa comune, proviamo almeno insieme a riparare il tetto.

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