LONTANI LA TRAVERSATA
Lettere dal Decumano Minore – 4 giugno 2026
La nuova schiavitù e il silenzio delle nostre cattedre
Un ragazzo dovrebbe alzare la mano tra i banchi, spezzare il ritmo della lezione e chiedere: «Professore, che cos’è il caporalato?». E noi adulti, noi uomini di scuola, dovremmo possedere il coraggio civile di non rispondere con una formula burocratica o una frase imparata a memoria sui manuali d’istituto. Il caporalato non è una piaga medievale riemersa per caso; è un sistema economico lucido, scientifico, organizzato. È la nuova schiavitù del bisogno che non esibisce le catene visibili della storia antica, quando i corpi venivano marchiati a fuoco e venduti come proprietà nei mercati. Oggi le catene sono sotterranee, mimetizzate tra le pieghe della burocrazia e delle necessità quotidiane: sono fatte di ricatto economico, di povertà nera, di permessi di soggiorno fragili e del terrore costante di perdere l’unico reddito che consente la pura sopravvivenza biologica.
I documenti e le indagini sul territorio ci consegnano un’anatomia precisa del fenomeno. Gli esperti ci ricordano che sarebbe più corretto parlare di caporalati, al plurale, perché il meccanismo muta pelle e strategia a seconda della geografia e della filiera agroalimentare. Il caporale non si limita a fare da intermediario tra l’offerta e la domanda di braccia; è il gestore assoluto e spietato della vita altrui. Controlla il reclutamento prima dell’alba nelle piazze, organizza il trasporto forzato sui furgoni stipati, stabilisce turni sfiancanti sotto il sole dei campi, decide la spartizione in alloggi fatiscenti e decurta il salario finale con trattenute arbitrarie. Attorno a lui ruotano filiere produttive opache, dove le grandi imprese appaltano i servizi a cooperative fittizie e società di comodo, rendendo quasi impossibile tracciare sul piano legale la linea della responsabilità. Non è una questione confinata al Meridione o all’agricoltura arretrata. È un modello industriale che attecchisce ovunque il valore delle merci superi sistematicamente il valore delle persone: dalle raccolte stagionali nel Saluzzese ortofrutticolo fino alle vigne prestigiose delle Langhe, dove la ricchezza del vino nasce spesso in zone d’ombra inconfessabili. La legge 199 del 2016 ha tentato di squarciare questo velo, stabilendo che la sanzione penale non deve colpire solo l’ultimo anello, il reclutatore illegale, ma anche l’imprenditore che utilizza quel lavoro sfruttato e ne trae profitto aziendale.
La cattedra sul marciapiede
Ed è esattamente a questo punto della catena dello sfruttamento che la domanda rimbalza, dura e severa, verso le nostre aule scolastiche. Dove siamo noi professori? Dove si nascondono i colleghi e le nostre cattedre autorevoli mentre queste geometrie di sottomissione crescono indisturbate dentro il tessuto costituzionale della Repubblica? Siamo bravissimi a spiegare la schiavitù romana o i mercati dei neri nel Settecento, ma restiamo muti, indifferenti e vigliacchi davanti a quella che si consuma sotto i nostri occhi, nelle terre in cui viviamo e lavoriamo. Arriva il disastro, muore un invisibile schiacciato dalla fatica o dai macchinari, e allora tutti i registri si aprono, tutti i commentatori si indignano e i moralisti cercano il colpevole ideale per lavarsi la coscienza nella vaschetta dell’ipocrisia del giorno dopo.
Ma prima del disastro, dove stavamo? Eravamo al mare anche noi, tranquilli, distratti, con i registri elettronici già chiusi, convinti che il problema riguardasse un altro comparto, un’altra regione, un’altra classe sociale. Questa è la vera ignavia della classe docente, la mia prima di quella degli altri. Educare non significa compilare l’elenco degli errori commessi dall’umanità nei secoli passati; significa avere il rigore scientifico e morale di denunciare ciò che l’uomo sapiens distrugge mentre noi siamo vivi e occupiamo un ruolo istituzionale. Una Repubblica di ottant’anni, nata sul valore costituzionale del lavoro e della dignità umana, non può limitarsi a celebrare la libertà conquistata sui palchi ufficiali se poi permette che migliaia di braccia invisibili restino escluse da quella stessa libertà.
La scrittura giornalistica non è un’opinione liquida da spendere sui social; è un verbale della realtà, un documento crudo che non ammette le bugie attendibili della retorica ministeriale. La formazione e il dovere del mentore non vanno in vacanza con la fine delle lezioni; la vera responsabilità comincia quando si scendono i gradini dell’istituto e si impara a leggere la strada come un saggio antropologico. Per raddrizzare l’oggi non serve l’indignazione stagionale, ma la durezza di una cattedra che non fa sconti a nessuno, a partire da chi vi è seduto sopra. Il giornalismo d’inchiesta che firmiamo dalle pietre del Decumano Minore non cerca il plauso del pubblico, ma cerca l’uomo sotto la divisa del presente, per restituire un nome e una dignità a chi è stato privato persino dell’ossigeno per respirare.
Fuoritempo : La scrittura giornalistica non è un’opinione liquida da spendere sui social…!

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