LONTANI LA TRAVERSATA
LETTERE DAL DECUMANO MINORE
SQUOLA ZOPPA DELLA “C”
Aggredire un professore significa colpire il futuro di tutti
NAPOLI —
Non riesco più a chiamarla soltanto scuola.
Forse perché qualcosa si è spezzato davvero.
Forse perché, dopo una vita trascorsa nelle aule tra ragazzi, famiglie, speranze e sconfitte educative, mi accorgo che manca una lettera fondamentale.
La “C”.
E allora la definisco così:
“SQUOLA”.
Una scuola zoppa.
Zoppa di Cultura.
Zoppa di Coraggio.
Zoppa di Comunità.
Zoppa di Credibilità.
Quanto accaduto in questi giorni in una scuola italiana, con l’aggressione a un docente, non può essere liquidato come “ragazzata”, disagio momentaneo o episodio isolato. Sarebbe troppo semplice. E forse persino comodo.
La verità è che da anni stiamo assistendo a una lenta erosione dell’autorevolezza educativa.
Il docente è diventato spesso bersaglio facile: burocratizzato, delegittimato, lasciato solo davanti a famiglie impaurite, istituzioni fragili e una società che ha smesso di credere fino in fondo nel valore educativo del limite.
Per troppo tempo abbiamo confuso il dialogo con la rinuncia al ruolo educativo.
Abbiamo trasformato il rispetto in parola quasi sospetta.
Abbiamo avuto paura di pronunciare termini come disciplina, responsabilità, conseguenza.
E così l’adulto ha iniziato lentamente a ritirarsi.
Il problema non è soltanto chi colpisce fisicamente un professore.
Il problema è il clima culturale che rende possibile tutto questo.
Una società che non tutela chi educa prepara inevitabilmente il caos relazionale.
Perché senza punti di riferimento autorevoli i giovani vengono lasciati soli nel rumore del presente, in una realtà dove tutto sembra immediato, consumabile, sostituibile.
Da uomo di scuola, da ex preside, da giornalista che ha attraversato decenni di cambiamenti sociali, sento il dovere di dirlo con chiarezza:
il grande colpevole è spesso l’umana ignavia.
L’ignavia di chi osserva e tace.
Di chi minimizza sempre.
Di chi giustifica ogni comportamento pur di evitare conflitti educativi.
Di chi ha sostituito l’educazione con la paura di educare.
Eppure educare non significa umiliare.
Educare significa assumersi il peso della guida.
Dire dei no.
Indicare limiti.
Accompagnare un ragazzo verso la consapevolezza delle proprie azioni.
Non può esistere libertà senza responsabilità.
La scuola resta ancora oggi uno degli ultimi presìdi civili del nostro Paese.
Non perfetta.
Non innocente.
Ma necessaria.
Per questo motivo chi colpisce un insegnante non colpisce soltanto una persona.
Colpisce simbolicamente lo Stato, la convivenza civile, il futuro stesso delle nuove generazioni.
Ed è forse arrivato il tempo di smettere con le formule rassicuranti e con certa “fuffa pedagogica” che ha reso tutto indistinto, liquido, fragile.
Occorre restituire dignità sociale alla scuola.
Occorre ridare forza all’autorevolezza educativa.
Occorre ritrovare quella “C” perduta.
Altrimenti resterà soltanto una parola spezzata:
SQUOLA.
E con essa una società incapace di reggersi in piedi.
Ciro Scognamiglio
Professore – Giornalista
Direttore “Lontani La Traversata”
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