LONTANI LA TRAVERSATA
Napoli – COSTUMI / Figure che restano
LA VERA BARRIERA NON È LA SCALA 22 maggio 2026
Claudio Roberti e il diritto ancora sospeso
NAPOLI — Ci sono dolori che non fanno rumore.
Restano seduti davanti ad uno sportello pubblico, in attesa di una risposta umana.
Non chiedono privilegi. Chiedono soltanto di esistere come cittadini.
Claudio Roberti, sociologo napoletano, uomo della disabilità vissuta e studiata, da anni attraversa questo confine fragile tra diritto scritto e diritto negato. Lo fa senza rabbia da comizio. Senza retorica. Con quella voce lenta di chi conosce il peso delle scale, ma soprattutto il peso dell’indifferenza.
Il tema, oggi, è il C.U.D.E., il Contrassegno Unificato Disabilità Europeo.
Una conquista che avrebbe dovuto rendere realmente europea la cittadinanza delle persone con disabilità e che invece continua ad inciampare dentro le stesse barriere burocratiche che l’Europa dice di voler abbattere.
Roberti lo racconta con parole semplici:
«Il cosiddetto cartellino, il tagliando, il contrassegno C.U.D.E. nasce da un principio molto ambizioso: riconoscere alle persone con disabilità una cittadinanza realmente europea.»
Poi si ferma un istante.
E arriva il cuore del problema.
«In teoria dovrebbe essere semplice. Una persona con disabilità dovrebbe essere riconosciuta in tutti gli Stati dell’Unione Europea. Ma la realtà è diversa.»
Perché accade ancora che un contrassegno rilasciato da un Comune non venga riconosciuto in quello vicino. Napoli, Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata: territori confinanti che spesso parlano linguaggi amministrativi diversi mentre il cittadino resta fermo ad aspettare.
«Esistono ancora troppi ostacoli burocratici. E spesso le persone con disabilità devono affrontare percorsi umilianti anche solo per ottenere o rinnovare un diritto.»
Dentro questa riflessione entra anche la vicenda personale del direttore di questo giornale, Ciro Scognamiglio, che negli ultimi mesi ha vissuto difficoltà concrete per il rinnovo del proprio contrassegno.
«Alla fine, grazie anche al pragmatismo di Mario Garofalo, si è riusciti a trovare una soluzione concreta. Ma il problema resta.»
Ed è qui che il ragionamento del sociologo diventa analisi politica e antropologica insieme.
«Manca una banca dati nazionale realmente funzionante. E addirittura manca una rete europea condivisa. Così un diritto formalmente esistente diventa, nella pratica quotidiana, un diritto poco esigibile. O peggio: esigibile male.»
Roberti non cerca nemici.
Cerca coscienze.
Denuncia anche gli abusi, l’utilizzo scorretto dei contrassegni, le furbizie costruite sulle fragilità altrui.
«Esistono casi in cui strumenti pensati per garantire mobilità e dignità vengono utilizzati impropriamente da persone che non ne avrebbero diritto. Tutto questo produce rabbia e ulteriore isolamento per chi vive realmente una condizione di disabilità.»
Parole dure. Ma necessarie.
Perché la vera barriera — come ripete Roberti — non è la scala.
La vera barriera è l’abitudine culturale a considerare normale ciò che normale non è.
Ed allora questa storia non riguarda soltanto i disabili.
Riguarda la qualità civile di una città.
Di uno Stato.
Di un’Europa che rischia di parlare di inclusione senza riuscire ancora a praticarla fino in fondo.
Le parole del sociologo napoletano non sono un urlo.
Sono qualcosa di più difficile da ignorare: una testimonianza.
E forse il compito del giornalismo, oggi, è proprio questo.
Restare seduti accanto a chi aspetta ancora una risposta.
FUORITEMPO
“Signore, Dio degli uomini, custodisci quelli di buona volontà.”Claudio Roberti – Sociologo
Ciro Scognamiglio – Direttore Lontani La Traversata Blog

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