CHI MI AMA MI LEGGA
RISPONDO -: Ultimo momento 21 maggio 2026:-
LONTANI LA TRAVERSATA – Pozzuoli / Campi Flegrei
POZZUOLI — Ci sono momenti nei quali un uomo sente il dovere di chiarire meglio il proprio pensiero. Non per alimentare polemiche, ma per rispetto della verità, delle persone coinvolte e soprattutto dei giovani, ai quali continuiamo a chiedere di credere ancora nella cultura.
Lo scrivente ha studiato per essere libero. Libero anche dai colpi ricevuti dalla vita: la sofferenza vissuta accanto a un padre sopravvissuto agli orrori del Novecento e quel “regalo” della poliomielite ricevuto da madre natura, che non ha però cancellato né la dignità né l’educazione ricevuta in famiglia.
Mio padre Mario, ancora oggi, nella memoria che resta viva come un acufene permanente dell’anima, continua a ripetermi: “Ciro, ricordati: vivere per servire e non servire per vivere.” Forse nasce proprio da qui il mio modo di guardare la scuola, il giornalismo, la cultura e soprattutto i giovani.
Per questo, prima di ogni altra cosa, correggo con sincerità un errore materiale contenuto nel precedente articolo: il cognome corretto del mio storico amico sacerdote è Don Roberto Della Rocca, direttore dell’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Pozzuoli e figura di riferimento delle attività culturali e archivistiche del territorio flegreo.
Ne chiedo pubblicamente venia.
Ma il cuore della riflessione va oltre una semplice correzione.
Dopo il mio articolo sul Festival della Letteratura Gialla – Giallo Flegreo, la Prof.ssa Gea Palumbo — storica iconografa con la quale ho condiviso due anni intensi di lavoro televisivo — mi ha ricordato con sensibilità pedagogica un elemento fondamentale: i ragazzi provenienti da non hanno vissuto soltanto il momento conclusivo delle letture pubbliche, ma un’intera giornata di esperienza culturale tra l’Anfiteatro Flavio, il Tempio di Serapide e altri luoghi simbolici di Pozzuoli.
Ed è giusto riconoscerlo. La scuola e la pedagogia non si misurano infatti nei pochi minuti di attenzione dentro una sala conferenze. Spesso ciò che un giovane non comprende immediatamente si deposita nella memoria e ritorna nel tempo come esperienza formativa.
Accolgo quindi con rispetto anche il messaggio inviato dal sindaco di Montefalcone di Val Fortore, Michele Leonardo Sacchetti — agronomo, se ben ricordo, avendolo conosciuto anni fa durante attività culturali presso il Museo diretto dalla Prof.ssa Palumbo — quando il mio giornale stava appena nascendo e non avevo alcun incarico ufficiale dentro strutture editoriali.
Le spese, allora come oggi, le sostenevo personalmente con la mia paga da professore. Perché io sono nato uomo di scuola prima ancora che giornalista. Poi sono arrivati il giornale, i libri scritti, la scrittura da autore, le televisioni, le collaborazioni, le conferenze e le piazze pubbliche.
Ed è forse proprio qui che mi concedo una riflessione ulteriore. La stessa scuola flegrea, che oggi discute cultura, libri e giovani, non ha mai realmente coinvolto il mio libro Viaggio di 40 anni e una barca, nato come racconto antropologico, umano e familiare di un uomo cresciuto tra dolore, mare, memoria e ricerca dell’uomo dentro il tempo. Un libro che non parla soltanto di me, ma di una generazione, di un padre sopravvissuto all’orrore e di figli chiamati ancora oggi a comprendere cosa significhi vivere per servire.
Non nascondo che mi sarei aspettato almeno quell’attenzione e quell’ascolto che oggi il libro sta ricevendo altrove. Ma anche questo appartiene forse al destino degli uomini di scuola che scrivono senza appartenenze forti e senza accademie protettive alle spalle.
Eppure la nostra Scuola Vesuviana di Scrittura continua silenziosamente a lavorare per i giovani, nella convinzione che la scrittura debba restare uno strumento di crescita umana prima ancora che esercizio accademico. Continuiamo a lavorare con discrezione, studio e fatica vera. Perché non si può essere soltanto educati: l’educazione autentica consiste anche nel saper dire, con signorilità, che talvolta si dà fastidio. E forse chi prova ancora a parlare liberamente ai giovani, senza chiedere permessi culturali, un po’ di fastidio inevitabilmente lo provoca.
Ma dentro di me è rimasto identico il “monello” che divideva quel poco che aveva con la famiglia e con gli altri. Forse è anche per questo che continuo a guardare i giovani non come presenze organizzative dentro un evento, ma come persone da rendere partecipi, protagoniste e interpreti reali delle attività che noi adulti programmiamo per loro.
Il messaggio del sindaco racconta una giornata vissuta con entusiasmo dai ragazzi, dai docenti e persino dalle famiglie, che hanno ascoltato a casa i racconti dei figli al ritorno da Pozzuoli. Ed è un messaggio importante.
Per questo desidero chiarire che la mia libertà di analisi giornalistica non ha mai avuto l’intenzione di mortificare nessuno: né gli organizzatori, né i relatori, né i giovani presenti, né tantomeno le eccellenze culturali intervenute da Salerno e da altri territori. Non appartiene alla mia storia umana “rottamare” qualcuno. Ho semplicemente esercitato il diritto-dovere dell’osservazione critica che ogni educatore dovrebbe conservare fino alla fine dei propri giorni.
Il vecchio preside che ancora vive dentro di me continua infatti a chiedersi quanto i giovani diventino realmente interpreti delle attività culturali pensate per loro. Troppo spesso noi adulti programmiamo, organizziamo e parliamo bene, ma rischiamo di non completare il percorso rendendo i ragazzi protagonisti attivi del racconto. Questa non è polemica. È pedagogia.
Ed è qui che ritorna anche il pensiero dello scrittore Antonio Cucciniello, quando afferma che la scrittura non è soltanto grammatica, ma cuore. Noi oggi scriviamo sulla carta o sugli schermi, ma prima ancora si disegnava sulle pareti delle caverne dell’uomo antico. E nella casa simbolica del nostro padre Platone — allievo di Socrate che nemmeno scriveva — il sapere nasceva soprattutto dal dialogo.
Per questo continuo a credere che l’educazione debba unire cuore e cervello. Mai cuore e pancia.
Ai giovani della rete, di TikTok e delle piazze digitali, voglio dire soltanto questo: la libertà senza studio diventa rumore. La competenza senza cuore diventa arroganza. I “leoni da tastiera” passano rapidamente. Restano invece coloro che studiano per comprendere l’uomo e non per dominare altri uomini.
Il lavoro culturale resta sempre in itinere. Nessuna comunità cresce davvero senza il diritto reciproco all’ascolto, al dubbio e all’analisi critica.
FUORITEMPO
Forse noi sapiens continuiamo ancora a sbagliare linguaggio. Parliamo spesso agli “autocrati del sapere” e troppo poco ai giovani che verranno dopo di noi.
La Prof.ssa Gea Palumbo sa bene quanto il nostro lavoro televisivo comune sia stato intenso e ricco di confronti culturali differenti. Lei, rigorosa e profonda, rivolgeva spesso lo sguardo agli studiosi; io, vecchio monello del vicolo, cercavo invece gli occhi inquieti dei ragazzi.
Eppure oggi comprendo che anche queste differenze erano necessarie. Perché l’uomo non cresce nell’uniformità, ma nel confronto tra sensibilità differenti.
Forse il vecchio professore che viene dal “Giurassico” si è davvero fermato ai Neanderthal più che ai sapiens moderni. Ma almeno quei primitivi lasciavano segni sulle pareti per raccontare il bisogno di esistere insieme. Noi invece, nell’epoca delle connessioni infinite, rischiamo di parlare molto e comunicare poco.
Per questo non desidero alimentare polemiche. Le polemiche producono rumore. La cultura dovrebbe invece generare ascolto.
Ed allora, da vecchio francescano laico cresciuto nel pensiero di Carlo Carretto e di Charles de Foucauld, scelgo semplicemente di battere i sandali e andare oltre. Lasciando ai rumori il loro rumore e ai silenzi il loro silenzio.
Perché il vero sapere non domina. Serve.
Chi mi ama mi legga.
Chi comprende il silenzio, mi segua oltre il rumore.
CIRO SCOGNAMIGLIO
Direttore – Giornalista
“Lontani La Traversata”

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