Non il salario minimo. Il salario giusto.

LONTANI LA TRAVERSATA
Napoli, 1 maggio 2026
IL MIO PRIMO MAGGIO 2026
Non il salario minimo. Il salario giusto.
di Ciro Scognamiglio
NAPOLI — Ogni anno il Primo Maggio torna nelle piazze, nelle televisioni, nei dibattiti politici, tra bandiere, appartenenze, slogan e rivendicazioni. È giusto che sia così. Ma a una certa età, dopo una vita passata tra scuola, territori, giornalismo, memoria e formazione dei giovani, credo che il compito di chi scrive non possa fermarsi alla dichiarazione di appartenenza.
Dire da che parte si sta è semplice.
Spiegare perché si è arrivati a una convinzione… è educazione.
Ecco perché oggi, in questa giornata simbolica, non parto da una sigla sindacale, né da un partito, né da una posizione ideologica. Parto da una domanda più antica dell’economia:
Quando nasce davvero il lavoro?
Non nasce nei parlamenti.
Non nasce nei cortei.
Non nasce nelle moderne strutture dello Stato.
Il lavoro nasce quando l’uomo comprende che, da solo, non sopravvive.
Nasce quando i primi esseri umani imparano a usare gli strumenti, ad accendere il fuoco, a coltivare la terra, a difendere il gruppo, a costruire comunità. Prima del denaro, prima del commercio, prima delle istituzioni.
Il lavoro, alle origini, non era profitto.
Era sopravvivenza.
Poi la storia accelera. Le civiltà crescono, i commerci si moltiplicano, le città si trasformano. Arriva la Rivoluzione Industriale e con essa una nuova organizzazione della produzione, della ricchezza, del tempo umano. Ma insieme al progresso arrivano anche le ferite: turni massacranti, lavoro minorile, uomini e donne ridotti a numeri.
Nel 1886, a Chicago, migliaia di lavoratori scesero in piazza chiedendo ciò che oggi può sembrare normale ma allora era rivoluzionario: otto ore di lavoro, otto di vita, otto di riposo.
Da quella memoria nasce il Primo Maggio moderno.
Ma oggi, nel 2026, in cosa si è trasformata quella battaglia?
L’Italia continua a interrogarsi sul tema del salario minimo, mentre una parte del mondo del lavoro vive una contraddizione difficile da spiegare ai giovani: persone che lavorano ogni giorno e che, nonostante tutto, restano economicamente fragili.
Ed è qui che nasce la mia posizione.
Io oggi non combatto per una formula.
Non rincorro una bandiera.
Non mi basta una cifra scritta su un cartello.
Io oggi sono per il salario giusto.
Perché la vera domanda non è quanti euro si guadagnano in un’ora.
La vera domanda è un’altra:
Un giovane che lavora può costruire una famiglia?
Una donna può lavorare senza dover rinunciare alla propria dignità?
Un padre, una madre, un insegnante, un operaio, un infermiere, possono guardare il futuro senza paura?
Se queste domande non trovano risposta, allora il problema non è soltanto economico.
È culturale.
È sociale.
È umano.
Per questo ai ragazzi che oggi leggono non consegno una mia opinione. Consegno una ricerca. Perché un giorno saranno loro a scrivere, a scegliere, a guidare.
E chi avrà studiato la vita, non seguirà soltanto le bandiere. Saprà leggere gli uomini.
FUORITEMPO
Dal 1 maggio 2026 al 1 gennaio 3000 ci separano 355.626 giorni.
Non so se mi sarà concesso arrivare alla festa del 3000.
Ma so che posso arrivarci attraverso ciò che avrò seminato.
La mia trascendenza guarda alto.
La mia immanenza resta una sola parola: SPERANZA.
E se il tempo conserverà memoria degli uomini che hanno creduto nel futuro,
allora, da qualche parte, anch’io sarò ancora lì…
ad aspettare la festa del 3000.
Ciro Scognamiglio
LONTANI LA TRAVERSATA
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