L’UOMO LIBERO CHE AMA INTERROGARSI AL FARE CHE SERVE

Dal Concertone di Roma alle periferie delle periferie: quando il lavoro smette di essere rito e torna ad essere responsabilità collettiva

Napoli, 1 maggio 2026
Di fronte alle immagini di Piazza San Giovanni in Laterano gremita, alla grande macchina del Concerto del Primo Maggio, agli artisti, alle luci, ai cori, alle televisioni e ai social che rilanciano frammenti di emozione, una domanda resta sospesa nell’aria, forse scomoda, ma necessaria:

l’uomo libero oggi deve applaudire… o interrogarsi?

Il tema non è essere contro la musica.
Il tema non è essere contro la piazza.
Il tema, semmai, è chiedersi se nel primo quarto del XXI secolo — dentro un’Italia attraversata da precarietà, fragilità educativa, nuove povertà e periferie che non fanno audience — il nostro modo di celebrare il lavoro continui a produrre coscienza o rischi, talvolta, di produrre soltanto rappresentazione.

Il Concerto del Primo Maggio nasce nel 1990 come intuizione sindacale e culturale: portare la Festa dei Lavoratori dentro un linguaggio popolare, accessibile, generazionale. Un’idea che ha avuto una sua forza storica. Una sua dignità. Una sua funzione.

Ma la storia, se non la interroghiamo, diventa abitudine.

E oggi, nel 2026, la domanda torna più forte:

se spendiamo centinaia di migliaia di euro per una sola grande piazza nazionale, cosa sarebbe accaduto se una parte di quella energia economica, culturale e organizzativa fosse stata portata nelle periferie delle periferie?

A Est.
A Ovest.
A Nord.
A Sud.

Non le periferie raccontate nei convegni.
Quelle vere. Quelle dove i ragazzi escono da scuola e trovano più scommesse che biblioteche. Dove il lavoro si eredita raramente. Dove la parola “merito” spesso arriva prima della possibilità.

Immaginiamo quattro grandi laboratori civici permanenti:

  • un polo per arti, radio e fotografia sociale in una periferia urbana;
  • un centro di formazione tecnica e digitale in un quartiere fragile;
  • una palestra educativa per sport, inclusione e disabilità;
  • una scuola di mestieri e microimpresa per giovani senza reti familiari.

Forse non avrebbero fatto ascolti televisivi.
Forse non avrebbero generato hashtag.
Ma avrebbero forse sottratto, nel tempo, centinaia di ragazzi alla tossicità sociale.

Qui non si discute il valore simbolico di Roma.
Si discute il valore trasformativo del fare.

Perché una piazza può commuovere.
Ma un presidio territoriale può cambiare una vita.

E allora il vero uomo libero non è quello che applaude sempre.
È quello che, anche dentro una festa collettiva, trova il coraggio di domandare:

“Questo gesto, domani, chi salva?”

L’Italia del lavoro non ha bisogno soltanto di eventi.
Ha bisogno di processi.

E il lavoro, prima di essere salario, è ancora — come insegnavano i vecchi delle nostre strade — costruzione di dignità.

Fuoritempo – Ciro Scognamiglio

Le piazze possono accendere una notte.
I territori, se serviti davvero, possono illuminare un secolo.

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