LONTANI LA TRAVERSATA
Napoli, 26 aprile 2026

DA DOMANI È 26. LE DATE CAMMINANO, LA COSCIENZA SI COSTRUISCE

Luigi Limatola, se sei con i nostri amici, con i compagni di strada, salutameli tutti. Io, con il cuore, sono lì. E parto da una frase che mi avete riportato, una frase che non cancello perché un antropologo non cancella le parole degli uomini ma le prende, le guarda e le porta dentro il tempo: “Il 25 aprile è nata una puttana e l’hanno chiamata Democrazia Cristiana.” Non è una verità storica, è una verità vissuta, è il segno di una frattura tra promessa e realtà, e proprio per questo va attraversata con le date, con i fatti, con la memoria concreta che non si può aggirare.

Io vengo da prima del 1945, da una memoria che non è nei manuali ma nelle famiglie, nella guerra, nella fame, nei padri segnati dai campi, nel pane che non bastava, e questa è la base senza la quale il 25 aprile resta solo una parola. Il 25 aprile 1945, Liberazione d’Italia, è una soglia reale, non una celebrazione, e subito dopo quella soglia si apre la costruzione: nel 1943 nasce la Democrazia Cristiana, nel 1946 il 2 giugno si sceglie la Repubblica, nel 1948 entra in vigore la Costituzione, e qui bisogna essere chiari senza timori perché senza quella struttura politica, senza quella stabilità, l’Italia difficilmente si sarebbe rialzata. Ma proprio dentro quella stabilità cresce un sistema, e ogni sistema che dura troppo tende a proteggere se stesso, a radicarsi, a diventare qualcosa che non è più soltanto rappresentanza ma gestione del consenso.

Di questo ho discusso per una vita con Paolo Cirino Pomicino, non da appartenente ma da uomo libero che voleva capire i meccanismi, e da lui ho imparato a studiare il potere, a leggerlo senza semplificarlo, ma accanto a questo insegnamento ne ho avuto uno più radicale e più alto, quello di Gustavo Hermann, biofisico, scienziato, uomo di rango che seppe dire no quando il sì era più conveniente, anche davanti a scelte importanti come il progetto San Marco, e da lui ho imparato che la libertà non è una parola ma una postura, una scelta che spesso ti lascia solo ma non ti fa piegare. Tra il compromesso e la libertà, io ho scelto chi mi ha insegnato a restare libero, e questa non è una dichiarazione di principio ma un dato biografico che porto dentro ogni volta che leggo la storia.

Tra il 1948 e il 1963, con la data chiave del 18 aprile 1948 e con il cosiddetto miracolo economico tra il 1958 e il 1963, l’Italia cresce, si industrializza, dà lavoro, crea mobilità sociale, e qui l’emozione è duplice perché da una parte c’è l’orgoglio di un Paese che si rialza e dall’altra l’inquietudine di un potere che si radica sempre più nei territori, nelle relazioni, nelle opportunità, entrando nella vita quotidiana non solo come rappresentanza ma come presenza continua. È in questa fase che nasce una distanza silenziosa, non ancora rabbia ma percezione che non tutto è aperto come sembra, e quando arriva il 1968, seguito dal 1969 dell’autunno caldo e dal 1970 dello Statuto dei lavoratori, quella distanza diventa parola, diventa conflitto, diventa voce di strada, ed è lì che quella frase prende forma, non nei libri ma nella vita concreta di chi chiede partecipazione reale e non accetta più un sistema percepito come chiuso.

La storia però non procede in linea retta e tra il 1969 e il 1980 si apre la stagione più dura, con il 12 dicembre 1969 a Piazza Fontana, con il 1978 del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, con il 2 agosto 1980 a Bologna, e in quegli anni la democrazia non è una teoria ma una resistenza, tiene ma si chiude, si difende, diventa opaca, e quando lo Stato si chiude la fiducia dei cittadini si incrina perché la percezione supera la trasparenza. Negli anni successivi le crepe diventano visibili, con il 1981 della P2, con il 1989 della caduta del Muro di Berlino che cambia gli equilibri internazionali, e poi si arriva al passaggio decisivo, il 1992, quando inizia Mani Pulite, accompagnato dalle stragi di Capaci del 23 maggio 1992 e di Via D’Amelio del 19 luglio 1992, fino al 1994 che segna la fine della Democrazia Cristiana. Qui ciò che era percezione diventa evidenza, e quella frase, per molti, non è più soltanto uno sfogo ma una lettura confermata dai fatti, anche se la storia, proprio in quel momento, chiede di essere compresa e non semplificata.

Dal 1994 in poi si apre la seconda Repubblica, cambiano i nomi, cambiano i linguaggi, ma non sempre cambiano i meccanismi, e tra il 2008 della crisi globale, il 2011 della crisi italiana con il governo tecnico, il 2013 dell’ascesa di nuovi movimenti e il 2020 della pandemia si consuma una distanza crescente tra politica e persone, si continua a votare ma si crede meno, si partecipa meno, si delega di più, e proprio mentre questa distanza cresce il potere cambia forma senza farsi vedere. Il 24 febbraio 2022 con la guerra in Ucraina segna una frattura evidente, ma la trasformazione più profonda è quella che non si vede, quella che passa attraverso i sistemi di comunicazione, attraverso i dati, attraverso gli algoritmi, e figure come Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping mostrano modelli diversi ma convergenti su un punto, la gestione del consenso attraverso il controllo della narrazione, e dentro questo scenario gli algoritmi non si limitano a osservare ma apprendono, selezionano, orientano, entrando nelle emozioni, nei linguaggi, nei simboli, senza che molti se ne accorgano.

A questo punto la domanda che mi avete fatto diventa centrale, “Professore, dove sei tu ora?”, e la risposta non può essere retorica perché io non sono dentro quella frase ma non la nego, non sono dentro un sistema ma non fingo di non vederlo, sono nel passaggio tra memoria e comprensione, e mi riconosco come un cane sciolto che ha letto, ha ascoltato, ha attraversato, escludendo soltanto le ideologie che disumanizzano, quelle fasciste e naziste che conosco ma non riconosco, e proprio per questo tengo quella frase davanti non come verità assoluta ma come traccia, perché la verità più scomoda è che la democrazia non è stata soltanto tradita ma anche lasciata andare, delegata, abbandonata alla gestione di pochi mentre molti si ritiravano.

Il calendario è semplice, 25 aprile, 26 aprile, 1 maggio, scorre con una regolarità che tranquillizza, ma la storia non scorre da sola, resta, si ripresenta, cambia voce ma non sostanza, e oggi mentre nelle piazze si ripetono parole che rischiano di diventare mantra, io scelgo di andare altrove, a San Potito, ad ascoltare i ragazzi formati da Carlo Morelli, perché lì vedo una democrazia concreta che non si proclama ma si costruisce, e mi onoro di appartenere a quella linea, anche alla mia età, perché la libertà non è stare dove gridano tutti ma restare dove si lavora davvero.

Come insegnerebbe Giambattista Vico, la storia non procede in linea retta ma per corsi e ricorsi, e ritorna sempre negli uomini che la dimenticano, mentre Plotino ci ricorda che ciò che vediamo è riflesso di qualcosa di più profondo che va compreso e non subito, e noi, con lo sguardo del fisico, sappiamo che ogni sistema è in equilibrio instabile e ogni osservatore modifica ciò che osserva, per cui la democrazia non è una forma acquisita ma un campo di forze in tensione continua tra memoria e coscienza.

Le date non servono a ricordare, servono a non mentire, e se non le conoscete vi racconteranno sempre la storia degli altri, mentre se le attraversate forse riuscirete a costruire la vostra, sapendo che la democrazia non è una conquista definitiva ma una pratica quotidiana che chiede studio, presenza e coraggio.

FUORITEMPO – IL CORAGGIO !

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