LONTANI LA TRAVERSATA – Lettere dal Decumano Minore
Napoli Est, 16 aprile 2026
Napoli Est e il valore del fare
Quando la comunità smette di dirsi e ricomincia a costruirsi
Napoli Est non è una geografia. È una prova.
Chi la racconta da fuori spesso la riduce a periferia.
Chi la vive – e chi l’ha vissuta dentro le scuole, tra ragazzi e famiglie – sa che è un laboratorio umano dove le parole, da sole, non bastano.
La serata di Ponticelli, nel cuore del rione Incis, al centro “De Cicco”, non è stata un evento.
È stata una dichiarazione concreta.
A costruirla: Salvatore Palandra, Rino Marchesano, Antonio Mastroianni.
Persone del fare. E già questo, oggi, segna una linea.
Non c’era bisogno di proclami. Bastava esserci.
Eppure, proprio sull’esserci si gioca una delle questioni più profonde del nostro tempo.
Perché esserci non è occupare uno spazio.
È assumersi una responsabilità.
Chi scrive, a Est, ha lasciato una parte di sé.
Da dirigente scolastico, tra quei corridoi e quelle vite, si è costruito un rapporto che non si misura con la visibilità – quella, semmai, è arrivata altrove, nell’Ovest, nella cosiddetta “Recanati del Sud”.
Ma il cuore resta dove il lavoro è stato più vero, meno raccontato e più vissuto.
E Napoli Est questo lo riconosce.
Oggi il corpo impone limiti, anche concreti.
Muoversi diventa difficile, persino calzare un paio di scarpe.
Ma la presenza non coincide con il movimento fisico.
La presenza è un atto.
È dire: vi vedo.
È dire: quello che fate conta.
È dire: non state parlando di comunità, la state costruendo.
L’associazione NASCEST, partita dallo sport e diventata presidio culturale, è un esempio limpido di questo passaggio.
Dal gesto atletico al gesto civile.
Dal campo al territorio.
E qui sta il nodo.
Napoli Est non chiede più di essere raccontata.
Chiede di essere riconosciuta per ciò che produce.
Perché il rischio, oggi, è evidente:
un’inflazione di parole che sostituisce l’azione,
una comunità dichiarata ma non praticata,
una partecipazione che si esaurisce nel dire.
A Ponticelli è accaduto il contrario.
La testimonianza di Mario Rufo – legata alla memoria dei “treni della felicità” – non è stata un semplice momento evocativo.
È stata una domanda aperta.
In un tempo più duro del nostro, qualcuno ha scelto di prendersi cura.
Oggi, quella scelta è ancora possibile?
La risposta non sta nei convegni.
Sta nei fatti.
E i fatti, a Napoli Est, iniziano a farsi vedere.
Chi opera in questi territori non chiede permesso alla libertà per esistere.
La esercita.
Con regole semplici: fare, restare, costruire.
È la stessa linea che attraversa una vita:
dalla scuola al giornalismo libero,
dall’insegnare al servire.
Perché il punto non cambia.
Vivere per servire.
Non servire per vivere.
Napoli Est, oggi, non è un problema da risolvere.
È un esempio da osservare con attenzione.
Meno parole che passano.
Più azioni che restano.
E in questo, chi c’era – e chi non ha potuto esserci fisicamente – era comunque dalla stessa parte.
Dalla parte del fare.
Fuoritempo
Quando un territorio smette di chiedere cosa manca
e comincia a costruire con quello che ha,
non è più periferia.
È centro.


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