LETTERE DAL DECUMANO MINORE

LONTANI LA TRAVERSATA BLOG
Ciro Scognamiglio – Giornalista di strada
5 aprile 2026 – Pasqua

AUGURI AI DISASTRATI

Domani è Pasqua. E in questo passaggio che per i credenti è resurrezione e per ogni essere umano dovrebbe essere almeno un’occasione di risveglio interiore, l’uomo della strada torna a parlare. Non per occupare spazio, non per aggiungere rumore a un mondo già saturo di parole, ma per provare ancora una volta a mettere in fila qualche verità scomoda. È il suo terzo ed ultimo passaggio alla nascita in cielo, se così si può dire con linguaggio umano e spirituale insieme: la vita che si consuma, il tempo che stringe, e il bisogno di consegnare qualcosa prima che il sipario si chiuda. Per questo io oggi faccio gli auguri alla stampa del mondo. Li faccio ai colleghi veri, ai giornalisti che hanno ancora il coraggio del servizio e non solo quello della vetrina. Li faccio a Mimmo Falco e a Ottavio Lucarelli, come segno personale e pubblico di riconoscenza verso una categoria che, quando resta fedele alla sua missione, non fa solo informazione: difende la dignità civile di una società.

Lontani La Traversata Blog è nato così. Non come ornamento, ma come necessità. È il frutto di una visione, di una strada percorsa, di una domanda mai risolta fino in fondo: chi siamo, dove stiamo andando, e soprattutto che cosa stiamo lasciando ai ragazzi. Questo spazio è stato pensato per raccontare storie autentiche, per intrecciare giornalismo antropologico, fotografia documentaristica, sport, cultura, filosofia, politica e memoria. Non è una vetrina personale, o almeno non dovrebbe esserlo: è un luogo in cui il racconto tenta ancora di farsi responsabilità. E oggi, in questa vigilia pasquale, il racconto non può fingere di non vedere tre nervi scoperti del nostro tempo: il giornalismo, lo sport italiano e la politica estera in una stagione di guerra, paura e smarrimento collettivo.

Il primo punto riguarda noi, quelli della parola pubblica. Il giornalismo è diventato un mestiere stanco quando smette di ascoltare la strada e si accontenta del recinto delle opinioni prefabbricate. Oggi troppa stampa rincorre il titolo, la fazione, il riflesso condizionato. Troppi si dichiarano liberi e poi obbediscono al branco. Troppi parlano di popolo senza sapere più cosa sia un vicolo, una sofferenza vera, una pensione che non basta, un ragazzo che cresce tra guerra mediatica e miseria educativa. Eppure il compito del giornalista non è blandire il pubblico né assecondare le tifoserie ideologiche: è disturbare la comodità, portare la domanda dove tutti vorrebbero imporre una risposta. Questa è la mia Pasqua professionale: dire che oggi il vero pericolo non è solo la menzogna, ma l’ignavia. La pigrizia morale di chi si mette una bandiera addosso e poi rinuncia a pensare.

Il secondo punto è lo sport, o meglio la sua deformazione nazionale. Mentre l’Italia attraversa una crisi profonda del proprio sistema calcistico, dopo la nuova esclusione dal Mondiale maturata ai playoff contro la Bosnia il 31 marzo 2026, il dibattito ha messo a nudo un malessere più vasto del semplice risultato sportivo. In quei giorni sono emersi due fatti simbolici: da una parte, le parole dell’allora presidente FIGC Gabriele Gravina, che ha distinto il calcio come sport professionistico dagli altri sport definiti dilettantistici; dall’altra, la notizia riferita da Repubblica secondo cui, alla vigilia della partita decisiva di Zenica, alcuni azzurri avrebbero discusso di un premio economico per la qualificazione, ipotesi poi stoppata dall’intervento di Gattuso. Sono due segnali diversi, ma entrambi rivelatori: il calcio italiano si percepisce ormai come un sistema separato, autoreferenziale, economico prima che pedagogico. La crisi non è soltanto tecnica; è culturale. Il Paese che per decenni ha raccontato lo sport come scuola di sacrificio, comunità e riscatto, oggi rischia di consegnare ai giovani un modello rovesciato, dove il valore precede la prestazione e il compenso precede il dovere. La stessa eliminazione dell’Italia dal Mondiale, terza consecutiva secondo le cronache sportive di questi giorni, pesa allora non solo come disfatta agonistica ma come sconfitta simbolica di un’intera visione del merito.

Il terzo punto è la politica, che oggi nessuno può leggere con serietà se resta prigioniero della caricatura. Io non appartengo a Giorgia Meloni, non sono della sua parte, non sono uomo da appartenenza cieca. Ma da libero devo dire ciò che vedo: in una fase difficile, attraversata da guerra, ridefinizione degli equilibri internazionali e inquietudine economica, la presidente del Consiglio ha rivendicato in queste ore la scelta di essere presente in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, sostenendo che lì si giochi una parte fondamentale della sicurezza e del futuro economico dell’Italia. Lo ha detto apertamente in un video diffuso il 4 aprile 2026, parlando di interessi italiani e della nazione e definendo quella missione la prima di un leader europeo nel Golfo dall’inizio di questa nuova fase del conflitto. Si può discutere la linea, si può criticare la strategia, si può restare lontani da quella cultura politica; ma non si può fingere che fare e non fare siano la stessa cosa. E qui entra la frase di mio figlio, semplice e spietata: “Scusate, ma chi l’ha fatto prima questo?” È una domanda che sposta il discorso dal tifo alla realtà. La libertà intellettuale non consiste nell’applaudire o nel demolire per riflesso ideologico; consiste nel riconoscere il fare quando c’è, senza per questo consegnarsi all’obbedienza.

Resta però il fondo antropologico della vicenda, quello che più mi preme. Il nostro tempo produce uomini e donne sempre più esposti, ma sempre meno consapevoli. I giovani respirano guerra, propaganda, precarietà, linguaggio tossico, modelli sportivi alterati, leadership politiche trasformate in idoli o bersagli, senza quasi mai essere educati alla complessità. Da una parte c’è il rischio reale di una nuova miseria, non soltanto economica ma spirituale; dall’altra c’è una società che continua a litigare in piazza attorno ai simboli, come se il Novecento non avesse insegnato nulla. Destre e sinistre ridotte a maschere, bandiere agitate come stampelle identitarie, slogan al posto dello studio, rabbia al posto della coscienza. È questa la vera malattia del Paese: non il conflitto, che talvolta è necessario, ma il vuoto che lo guida.

E allora il titolo di questa Pasqua, volutamente duro, volutamente scomodo, è anche un augurio capovolto: Auguri ai disastrati. Ai disastrati della mente prima ancora che delle tasche. Ai disastrati che non leggono ma commentano tutto. Ai disastrati che credono di essere liberi perché insultano. Ai disastrati che fanno del calcio una religione e della politica una curva. Ai disastrati che usano il giornalismo come scudo o come manganello, ma non come servizio. È un titolo severo, sì, ma non disperato. Perché la Pasqua, se significa qualcosa, significa proprio questo: che anche il disastrato può ancora risorgere, purché smetta di mentire a sé stesso.

Ed è qui che tornano i ragazzi. Tornano perché io non ho più l’età delle illusioni facili, ma ho ancora l’obbligo della consegna. A loro dobbiamo dire che il mondo non si salva con il cinismo. Che lo sport non è solo denaro. Che la politica non è soltanto tifoseria. Che il giornalismo non è una posa. Che la libertà è faticosa, e proprio per questo vale. E perciò, in questa Pasqua 2026, l’augurio finale va anche in forma simbolica a chi verrà dopo di noi, a quel piccolo “re” affettuoso e familiare che evoco come Elia Ciro Scognamiglio: non re di un trono, ma di una possibilità. La possibilità che una nuova generazione faccia meglio di noi. Molto meglio.

La Pasqua, in fondo, resta questo: non il premio ai giusti, ma la chiamata a rialzarsi. E chi scrive, se scrive davvero, non può sottrarsi a questo compito.

FUORITEMPO –

Quando un popolo smette di pensare e comincia solo a schierarsi, non costruisce più la storia: prepara il proprio disastro. La Pasqua serve a questo: ricordarci che si può ancora risorgere prima di essere perduti.

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